Clan Licciardi, colpo al gruppo del boss Antonio Bruno «Michelò»: 171 anni di carcere

Napoli – Venticinque condanne, due sole assoluzioni e un totale che supera il secolo e mezzo di reclusione. Si chiude con una pesante stangata il processo di primo grado, celebrato con il rito abbreviato, contro la frangia del clan Licciardi radicata nel rione Don Guanella. Il gip Cesare, pur riservando qualche colpo di scena nel dispositivo letto nel tardo pomeriggio, ha sostanzialmente blindato l’impianto accusatorio del pubblico ministero Loreto della Direzione Distrettuale Antimafia.

Per l’organizzazione criminale dell’area nord di Napoli si tratta di un duro colpo giudiziario che certifica, ancora una volta, l’asfissiante controllo del territorio da parte della cosca della Masseria Cardone.

Dal blitz di aprile alla sentenza

La sentenza mette un primo punto fermo all’iter giudiziario scaturito dal pesante blitz interforze scattato nell’aprile dello scorso anno. In quell’occasione, la Squadra Mobile di Napoli diede esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare che portò dietro le sbarre otto persone, decapitando l’ala militare e commerciale del gruppo guidato da Antonio Bruno.

Quell’indagine, supportata da intercettazioni ambientali, telefoniche e dai successivi verbali dei collaboratori di giustizia, squarciò il velo sulle dinamiche mafiose tra Secondigliano e l’area flegrea. Tra i nodi centrali di quell’inchiesta figurava anche la ricostruzione del brutale omicidio di Domenico Gargiulo, detto “Sicc e penniell”; un delitto eccellente i cui presunti mandanti ed esecutori materiali sono però attualmente alla sbarra davanti ai giudici della Corte d’Assise di Napoli.

Il profilo del boss “Michelò”

Figura centrale dell’intera indagine, nonché principale destinatario della pena più alta (20 anni di reclusione), è Antonio Bruno, noto negli ambienti della mala come “Michelò”. Cognato del boss Pietro Licciardi, Bruno era l’uomo macchina della cosca.

Fino al giorno del suo arresto si muoveva liberamente sul territorio, gestendo non solo le strategie criminali e i delicatissimi rapporti di alleanza con gli altri clan della città, ma curando direttamente la “cassa” del gruppo. Era lui, secondo i magistrati, a garantire il pagamento degli stipendi agli affiliati liberi e il sostentamento delle famiglie dei detenuti. Un controllo monopolistico che si estendeva tra il rione Don Guanella, la Masseria Cardone, il rione Berlingieri e la zona del Vasto.

Il calcolo complessivo delle venticinque pene inflitte dal gip ammonta esattamente a 171 anni e 5 mesi di reclusione.

Elenco delle condanne

Antonio Bruno (“Michelò”): 20 anni (in continuazione con altra sentenza)
Renato Esposito: 13 anni e 8 mesi
Raffaele Fiore: 11 anni e 4 mesi
Massimo Russo: 11 anni e 2 mesi
Francesco Mingacci: 10 anni e 4 mesi (concessi i domiciliari)
Vincenzo Faiello: 10 anni
Vincenzo Caiazzo: 9 anni e 4 mesi
Gennaro Russo: 8 anni e 10 mesi
Gianfranco Fasano: 8 anni e 8 mesi
Vincenzo Pernice: 8 anni e 2 mesi
Luca De Gennaro: 8 anni
Gennaro Sautto: 7 anni
Vincenzo Bragone: 4 anni e 5 mesi
Vincenzo Iuorio (pentito): 3 anni e 10 mesi
Antonio Russo: 3 anni e 8 mesi
Antonio Boccia: 3 anni e 6 mesi
Marianna Cibelli: 3 anni e 4 mesi
Ciro Annunziata: 3 anni e 2 mesi
Carmine Annunziata: 3 anni
Luca Gelsomino: 3 anni
Vincenzo Grimaldi: 3 anni
Filomena Lo Russo: 2 anni e 8 mesi
Massimiliano Luongo: 2 anni e 2 mesi
Maria Caiazzo: 1 anno e 9 mesi
Annamaria Grieco: 1 anno e 4 mesi (con pena sospesa)
Assolti:
Ciro Cristilli: Assolto
Mariano Menna: Assolto

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Pubblicato da
Giuseppe Del Gaudio

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