

La foto pubblicata nel 2023 da Il Riformista con Ranucci e Lavitola
Roma – ‘Quello’ potrebbe essere Valter Lavitola, imprenditore e ex giornalista e l’intermediario tra gli esecutori e il mandante potrebbe essere un bodyguard straniero.
Questa l’ipotesi della Dda di Roma che indaga sul mandante dell’attentato al giornalista di Report Sigfrido Ranucci, avvenuto a Pomezia (Roma) il 16 ottobre del 2025.
Per i pm di Roma Lavitola sarebbe il mandante del raid dinamitardo davanti alla villetta di famiglia del conduttore. Dopo l’arresto, la scorsa settimana, dei quattro accusati di essere gli autori materiali dell’attentato, tutti delle province di Avellino e Napoli, si stringe il cerchio sul mandante dell’azione che la Dda romana ha ipotizzato sia proprio l’ex editore Valter Lavitola.
Secondo indiscrezioni, nei giorni scorsi, l’imprenditore Lavitola – già in passato coinvolto in altre vicende giudiziarie – è stato oggetto di una perquisizione da èarte dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma e Frascati su mandato dei pm della Distrettuale Antimafia. A Lavitola sarebbero stati sequestrati, tra le altre cose, il cellulare e il pc.
L’arresto degli esecutori dell’attentato ha aperto il fronte delle indagini per individuare il mandante, colui che nell’ordinanza emessa dal Gip del Tribunale di Roma, viene indicato come ‘quello’ da parte dei mercenari che hanno posizionato il gel esplosivo sotto l’auto di famiglia di Ranucci. I pm romani avrebbero anche individuato l’intermediario tra la banda di campani e il presunto mandante. Si cerca il movente che avrebbe spinto Lavitola – in questo caso – a ordinare e a pagare gli esecutori per mettere a segno il blitz a Pomezia.
Nel 2023 il quotidiano Il Riformista pubblicò una foto che ritraeva Lavitola e Ranucci insieme al ristorante romano dell’imprenditore, insieme ad una signora bionda. Il giornale titolò “Altro che autogrill, la cena tra Ranucci, Lavitola e un importante prelato”. Quindi, il presunto mandante e la vittima si conoscevano bene e questo lascia ancora più spiazzati sul movente che avrebbe spinto l’imprenditore ad ordinare l’attentato.
Secondo quanto ricostruito dai magistrati romani, la banda sarebbe stata contattata da un intermediario. Nell’inchiesta infatti c’è un ulteriore indagato: si tratta di un cittadino di origine straniera, non ancora raggiunto dagli inquirenti. L’uomo sarebbe, secondo i pm dell’antimafia, il collegamento tra Lavitola e il commando che lo scorso 16 ottobre ha piazzato la bomba a Pomezia. Di professione bodyguard agli eventi dei vip, l’uomo avrebbe appunto messo in contatto l’ex editore Lavitola con Pellegrino D’Avino che per un periodo ha lavorato nella security di grandi party e feste.
“Quello” veniva definito dai componenti del gruppo nelle molte intercettazioni ambientali citate dal gip nell’ordinanza avrebbe dato alcune migliaia di euro ai quattro per compiere il blitz. I quattro sono stati fermati tra Napoli e Avellino: si tratta di una giovane coppia residente ad Avella, Pellegrino D’Avino e sua moglie, Marika De Filippi, finita ai domiciliari, e di Saverio Mutone, residente a Sperone, a pochi chilometri da Avella e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano, ritenuto uno dei capi del gruppo e padre di D’Avino.
Nell’ordinanza il Gip scrive che D’Avino avrebbe preso “contatti con un soggetto terzo, evidentemente il mandante o colui che parlava per suo conto” che dopo l’attentato si è “reso disponibile a garantire un temporaneo allontanamento dal territorio in favore degli esecutori dell’attentato” garantendo “risorse economiche, strumenti di pagamento ricaricabili e modalità operative idonee ad eludere eventuali attività investigative”.
Dopo gli arresti della scorsa settimana Sigfrido Ranucci è stato convocato in Procura per essere ascoltato come testimone dai titolari dell’indagine. “Al momento gli inquirenti non escludono alcuna pista, stanno lavorando a 360 gradi – ha dichiarato il giornalista dopo l’audizione -. Mi hanno prima di tutto chiesto se conoscevo gli arrestati di martedì e abbiamo ripercorso alcune vecchie inchieste di Report che hanno riguardato l’area geografica in cui vivevano i componenti della banda”.
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