

La Guardia di Finanza
Traffico di rifiuti, riciclaggio e fatture per operazioni inesistenti: sono le accuse che la Direzione distrettuale antimafia di Bologna muove a sei persone arrestate su ordine del gip di Bologna nell’inchiesta ‘Scap Country’.
L’indagine, nata da una verifica fiscale su un’impresa di medie dimensioni inserita nel distretto dei rottami metallici di Gambettola, nel forlivese, conclusa con la constatazione di 22,5 milioni di euro e con la denuncia per frode fiscale del management societario ha portato oggi all’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare.
I militari del Nucleo Pef di Forlì-Cesena, con il supporto del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (Scico) e dei reparti territoriali delle province di Napoli, Pesaro-Urbino e Milano hanno arrestato sei persone ed eseguito un decreto di sequestro preventivo da 12,5 milioni di euro nei confronti degli indagati e delle aziende coinvolte.
In totale sono 13 gli indagati e 2 le aziende coinvolte. L’indagine è stata avviata a causa delle incoerenze fra la contabilità societaria e la documentazione extracontabile.
Inoltre sul piazzale dell’azienda era stato trovato un autotrasportatore intento a caricare rottami scortati da formulari di identificazione rifiuti non riferiti alla società ispezionata ed in possesso di timbri di un’azienda partenopea.
Nella sede erano stati trovati anche 35mila euro in contanti giustificati dal titolare come provvista per piccoli pagamenti di materiale ferroso.
Le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno consentito di accertare come il rottamaio romagnolo, utilizzando denaro contante ricevuto da persone di origine campana, acquistasse in nero il materiale ferroso (rame, bronzo, ottone, acciaio e ferro) e che, attraverso l’impiego di autotrasportatori compiacenti, lo trasferisse presso una società pesarese dove rimaneva per il tempo necessario a simulare il carico e predisporre falsa documentazione di origine dei metalli, per poi essere ceduto a fonderie ed impianti di recupero.
La stessa società marchigiana legittimava l’operazione di vendita con l’emissione di fatture per operazioni inesistenti per un valore ricostruito in oltre 16 milioni di euro, incassando i pagamenti dei rottami ferrosi sui propri rapporti bancari. Infine, con altre operazioni commerciali di acquisto fittizie, il denaro rientrava nella disponibilità e veniva riciclato nell’acquisto non tracciato di ulteriori rottami metallici.
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