Cade l'aggravante mafiosa

San Giorgio, figlio dell’imprenditore sequestrato: inflitti 32 anni di carcere

Sentenza del gup Zingales sul rapimento del quindicenne avvenuto nell'aprile 2025: otto ore di terrore per un riscatto da un milione e mezzo
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Napoli -– Si chiude con tre condanne pesanti, ma con l’esclusione dell’aggravante mafiosa, il processo con rito abbreviato per il drammatico sequestro del figlio quindicenne di un imprenditore di San Giorgio a Cremano. Il giudice del Tribunale di Napoli, Alessandra Zingales, ha inflitto 14 anni di reclusione a Renato Franco (per il quale l’accusa aveva chiesto 18 anni), 11 anni al cugino Giovanni Franco (contro i 16 richiesti) e 7 anni e 4 mesi ad Antonio Amaral Pacheco de Oliveira (per il quale erano stati chiesti 12 anni).

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Il blitz e le immagini choc

La vicenda risale alla mattina dell’8 aprile 2025 e ha contorni da film d’azione. Il commando entrò in azione a San Giorgio a Cremano, prelevando il quindicenne con la forza per strada. A incastrare i tre sono state le immagini chiarissime dei sistemi di videosorveglianza della zona, acquisite dalla Polizia di Stato. Nei filmati, finiti al centro delle indagini coordinate dal pm della Dda Henry John Woodcock, si vedeva chiaramente il momento in cui il ragazzo veniva bloccato, strattonato e chiuso all’interno di un’autovettura prima della fuga.

Otto ore di prigionia

Dopo il rapimento, per l’adolescente sono iniziate otto ore di puro terrore. Il ragazzo è stato prima trasferito in un’abitazione nella zona orientale di Napoli, dove i rapitori lo hanno immobilizzato legandolo con nastro isolante e funi. Successivamente, la banda lo ha spostato nella zona di Licola, sul litorale a nord di Napoli. Lì, dopo circa otto ore di prigionia e una pressante attività degli inquirenti, il giovane è stato finalmente liberato.

Il movente e la confessione

Dietro il sequestro non c’era la criminalità organizzata, come ipotizzato inizialmente dalla Procura, ma una violenta diatriba economica. Il piano della banda era quello di chiedere un riscatto monstre da un milione e mezzo di euro. Una cifra che gli imputati pretendevano dalla famiglia della vittima come risarcimento per questioni finanziarie pregresse.

A confermare questa ricostruzione è stato uno degli stessi indagati, Giovanni Franco, che nel corso delle indagini ha rilasciato dichiarazioni auto ed etero-accusatorie. La sua confessione ha blindato l’impianto accusatorio, confermando il movente economico e facendo luce sulle responsabilità dei complici.

La strategia della difesa

Nel corso del processo, il collegio difensivo – composto dagli avvocati Domenico Dello Iacono, Leopoldo Perone e Rocco Maria Spina – ha puntato tutto sulla riqualificazione del reato, chiedendo di derubricarlo da sequestro a scopo di estorsione a sequestro di persona “semplice”, legandolo proprio alla natura della pregressa lite economica e a un risarcimento del danno non accettato dalla famiglia della vittima (costituitasi parte civile con l’avvocato Michele Rullo). Una linea che, unita alla scelta del rito abbreviato (che garantisce lo sconto di un terzo della pena), ha evitato ai tre imputati condanne ancora più severe.

Approfondimento

Tre condanne pesanti, ma senza l’aggravante mafiosa: la giustizia di Napoli assegna 32
anni per il sequestro del figlio dell’imprenditore di San Giorgio a Cremano, ma il nodo
resta aperto.
Una sentenza che lascia interrogativi sull’efficacia nel contrasto alle organizzazioni

criminali, in una città dove la violenza resta una minaccia reale.

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Commenti (1)

Non so proprio che pensar, la vicend a è troppo contorta e non mi pare tutt’quanta spiegata. Il giudice han dato pene pesanti ma tolta l’aggravantë mafia, gli imputati dicono solo questioni econ0miche, le telecamere però mostrano violenza vera, il ragazz0 ha st4to otto ore legato, mi lasciap erplesso e confuso.

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