Napoli – Ci sono delitti in cui la contabilità della camorra si incrocia con la tragedia greca, lasciando sul selciato un senso di orrore che va oltre le sbarre di una cella. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal GIP Giovanni de Angelis mette un punto fermo sulla notte di sangue del 7 aprile 2026 a Ponticelli. Ma la verità emersa dalle indagini della Direzione Distrettuale Antimafia e dei Carabinieri della Compagnia di Napoli Poggioreale scava un solco profondo nel tessuto familiare della vittima.
Uno dei due giovani arrestati per porto e detenzione illegale di armi è Eugenio Ascione, 24 anni di San Giorgio a Cremano. È il cugino di primo grado di Fabio Ascione, il ragazzo di appena diciannove anni ucciso quella stessa notte da un colpo partito “per errore”. Secondo l’accusa, è stato proprio Eugenio a consegnare la pistola semiautomatica nelle mani del killer.
Il frame della vergogna fuori al bar
Le lancette dell’orologio dell’orrore tornano indietro alle ore 4:45 di quell’alba di inizio primavera. I fotogrammi estratti dal sistema di videosorveglianza del “Bar Lively” di via Carlo Miranda – un locale in quel momento densamente frequentato da avventori – raccontano una sequenza nitida, quasi cinematografica. Nelle immagini si vede la vittima, Fabio Ascione, entrare nel locale, consumare una bevanda e scambiare poche parole proprio con il cugino Eugenio. Poi, Fabio si allontana per fare rientro verso casa, in via Rossi Doria.
È a quel punto che la telecamera immortala il tradimento. Eugenio Ascione si avvicina a Francescopio Autiero (già arrestato lo scorso 16 aprile con l’accusa di omicidio volontario). Il GIP scrive testualmente che Ascione, «con le mani in tasca, apre il giubbotto, mostrando il fianco a quest’ultimo». Un movimento calcolato, effettuato appositamente per «nascondere alla telecamera quanto stava avvenendo». Sotto quel giubbotto c’è una pistola. Autiero la sfila dal fianco di Ascione: nei frame ad alta risoluzione in possesso degli inquirenti si distingue chiaramente la sagoma della canna.
Lo «scarrellamento» e il conflitto a fuoco
Pochi minuti e la tensione nel piazzale del bar sale alle stelle. Arriva uno scooter SH 300 guidato da K.V.. Autiero sale in sella come passeggero e la videosorveglianza registra un altro dettaglio decisivo: il giovane compie un movimento secco, il classico «scarrellamento» per camerare il proiettile e rendere l’arma pronta a uccidere.
Il motivo di tanta frenesia investigativa risiede in una guerra sotterranea tra la criminalità di Ponticelli e le paranze della vicina Volla. Una nota confidenziale acquisita dai militari rivela che il raid di quella notte scaturisce da controversie legate alla «spartizione del territorio in riferimento ai furti di autovetture». Un commando a bordo di un monovolume scuro arrivato da Volla incrocia lo scooter di Autiero e K.V.: ne nasce un violentissimo scontro a fuoco in mezzo alla strada, tra la folla che fugge terrorizzata cercando riparo sotto gli ombrelloni del bar.
L’involontaria tragedia in via Rossi Doria
Ma la morte non attende via Carlo Miranda. Consumato il conflitto a fuoco, Autiero si sposta a tutta velocità verso le cosiddette “case di Topolino” in via Rossi Doria per nascondersi. Lì incontra nuovamente Fabio Ascione, che sta rincasando. È in quel frangente che avviene l’irreparabile: nel maneggiare freneticamente l’arma ancora calda, dall’arma di Autiero parte un colpo accidentale che trafigge Fabio al petto.
Negli ultimi istanti di vita, Fabio si accascia davanti a un collega dicendo solo: «Ua, mi ha colpito». Inutili i soccorsi e la corsa disperata a bordo di un’Audi bianca verso l’ospedale, dove il diciannovenne spegnerà per sempre i suoi sogni alle 6:50 del mattino.
L’ombra del clan De Micco e il secondo arrestato
La Direzione Distrettuale Antimafia ha contestato ad Eugenio Ascione l’aggravante del metodo mafioso (art. 416 bis.1 c.p.). Il GIP evidenzia come l’azione sia stata compiuta per agevolare e sfruttare la capacità d’intimidazione del «clan De Micco», i cosiddetti “Bodo”, che considerano via Luigi Crisconio e l’area di San Rocco come la propria roccaforte impenetrabile.
Insieme ad Ascione, la scure della custodia cautelare in carcere ha colpito anche il trentenne Emanuele Loquercio, nato a Pollena Trocchia. A suo carico, le pesanti dichiarazioni di alcuni testimoni presenti sul posto hanno blindato l’accusa di detenzione e porto illegale di un’ulteriore pistola durante la medesima, folle notte di sangue. Per entrambi si sono aperte le porte del carcere di Poggioreale, mentre il quartiere piange una vittima innocente tradita, prima ancora che dalle logiche dei clan, dal silenzio della propria stessa famiglia






La notizia pare brutta e la verità sembra sfumata ma non so se e’ intenzionatto o semplic e sbajio. I parenti non han parlato e questo lassa spazzio a supposizion,i video son confus,i i frame 0 non mostrano tuttoo; i testimoni parlan contradittori e si crea un gran dubbio. Forse bisogna investigare ancora e non giudicarr subito