LA LITE PER EREDITA'

Castellammare, morto dopo 4 mesi l’uomo colpito alla testa con una sedia dal fratello

Si aggrava la posizione del fratello quarantenne, già in carcere. Decisive per le indagini le intercettazioni ambientali in ospedale, dove l'aggressore chiedeva perdono alla vittima in coma.
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Quattro mesi di lotta tra la vita e la morte, poi il tragico epilogo. È deceduto martedì mattina all’ospedale San Leonardo, Daniele Cesarino, il 51 di Castellammare di Stabia rimasto gravemente ferito nella notte tra il 6 e il 7 febbraio scorsi all’interno dell’abitazione di famiglia in via Martucci.

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Con la morte dell’uomo si aggrava drammaticamente la posizione processuale del fratello di 40 anni, già detenuto nel carcere di Poggioreale: l’accusa per lui passa formalmente da tentato omicidio a omicidio volontario.

Il movente: la casa contesa

Dietro la violenta aggressione, secondo quanto ricostruito dai Carabinieri della Compagnia locale e coordinato dalla Procura di Torre Annunziata guidata da Nunzio Fragliasso, ci sarebbero state continue e sconsiderate rivendicazioni economiche. L’obiettivo del quarantenne era chiaro: avere tutta per sé la casa dei genitori defunti, dove la vittima risiedeva.

Al culmine dell’ennesima lite, l’indagato non ha esitato a colpire ripetutamente il fratello alla testa con una sedia in metallo. Un’azione brutale avvenuta, secondo i riscontri, persino alla presenza di tre minorenni che si trovavano all’interno dell’abitazione in quel momento.

Le indagini e il muro di omertà

La vicenda era iniziata due mesi fa con il ricovero della vittima, presentatasi al pronto soccorso con una gravissima ferita lacero-contusa al capo. Sebbene l’uomo avesse inizialmente confessato ai medici di essere stato aggredito dal fratello, davanti ai militari aveva poi ritrattato, parlando di una “caduta accidentale” nel tentativo di proteggere il congiunto.

Tuttavia, le indagini — fatte di intercettazioni ambientali, analisi dei tabulati telefonici e dei messaggi, oltre alle escussioni dei testimoni — hanno squarciato il velo di silenzio. È emerso così anche un inquietante precedente risalente a dicembre 2025, quando il 51enne era stato già aggredito dal fratello riportando lesioni tali da richiedere cure mediche. In quell’occasione la vittima aveva confidato ai parenti il terrore per la propria incolumità e l’intenzione di sporgere denuncia, un proposito tragicamente stroncato dal raid di febbraio.

Le scuse intercettate in corsia

Elemento schiacciante per l’accusa si sono rivelate le intercettazioni ambientali captate dai Carabinieri proprio nella stanza d’ospedale dove la vittima si trovava in coma. Credendosi non ascoltato, il quarantenne si era inginocchiato vicino al letto del fratello avviando un soliloquio di preghiera e ammissione: «Non ne sono degno, Signore, ma ti prego di perdonare i miei sbagli».

Subito dopo il “mea culpa”, l’uomo avrebbe cercato di manipolare la realtà, sussurrando al fratello in fin di vita di riferire agli inquirenti di aver ricevuto “solo uno schiaffo”. Una versione incompatibile con i ripetuti interventi chirurgici salvavita a cui il 51enne è stato sottoposto per le fratture craniche, prima del definitivo scompenso di martedì mattina. Nel corso delle ultime perquisizioni nell’abitazione dell’indagato, i militari hanno rinvenuto e sequestrato la sedia metallica, ritenuta l’arma del delitto.

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