Sentenza il 23 giugno

Carabinieri e clan, la Procura insiste: chiesti 18 anni dopo l’assoluzione

Dopo l'assoluzione piena in primo grado perché "il fatto non sussiste", la Procura generale ha chiesto condanne fino a 18 anni di reclusione per gli ex militari Pasquale Sario e Gaetano Desiderio.
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È uno dei procedimenti più controversi e complessi degli ultimi anni nell’area vesuviana. Da una parte l’accusa che continua a sostenere l’esistenza di rapporti illeciti tra appartenenti all’Arma e ambienti della criminalità organizzata. Dall’altra una sentenza di primo grado che, dopo sei anni di dibattimento, ha assolto tutti gli imputati con la formula più ampia: “perché il fatto non sussiste”.

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Ora il caso approda nuovamente davanti alla Corte d’Appello di Napoli, chiamata a pronunciarsi su una vicenda che intreccia traffici di droga, sequestri di armi, presunti favori ai clan dell’area oplontina e accuse di corruzione rivolte a militari che hanno operato nel Gruppo Carabinieri di Torre Annunziata.

La Procura generale ha chiesto pene severissime: fino a 18 anni di carcere per Pasquale Sario e Gaetano Desiderio, figure centrali del procedimento. Una richiesta che ribalta completamente l’esito del primo grado e che rende particolarmente attesa la sentenza fissata per il prossimo 23 giugno.

Sei anni di dibattimento e l’assoluzione del 2023

Nelle memorie difensive depositate in vista della discussione d’appello, i legali Antonio Marino e Roberto Russo ricordano come il Tribunale di Torre Annunziata sia giunto all’assoluzione dopo un’istruttoria definita “estremamente lunga e complessa”, nel corso della quale sono stati ascoltati decine di testimoni, ufficiali dell’Arma, collaboratori di giustizia e consulenti.

Secondo la ricostruzione della difesa, i giudici oplontini avrebbero analizzato un patrimonio probatorio vastissimo prima di concludere che non esistevano elementi idonei a dimostrare, oltre ogni ragionevole dubbio, la responsabilità penale degli imputati.

La sentenza assolutoria del 18 luglio 2023 rappresenta oggi il principale punto di forza della strategia difensiva, che accusa l’ufficio requirente di avere sostanzialmente riproposto in appello le stesse argomentazioni già respinte dal Tribunale.

Il nodo Casillo: il supertestimone che divide accusa e difesa

Il cuore del processo resta Francesco Casillo, narcotrafficante e collaboratore di giustizia, le cui dichiarazioni hanno costituito l’asse portante dell’intera inchiesta.

Secondo l’accusa, Casillo avrebbe svelato un sistema di collusioni che consentiva ad alcuni appartenenti alle forze dell’ordine di agevolare organizzazioni criminali operanti tra Torre Annunziata, Boscoreale e Boscotrecase.

Per la difesa, invece, proprio l’affidabilità del collaboratore rappresenta il punto più fragile dell’intera costruzione accusatoria.

Nelle oltre duecento pagine di memoria depositate in Corte d’Appello vengono richiamati numerosi passaggi processuali nei quali Casillo sarebbe stato definito inattendibile, contraddittorio o addirittura incline alla menzogna. Gli avvocati ricordano come lo stesso ufficio inquirente, in precedenti atti investigativi, avesse descritto Casillo come un soggetto capace di utilizzare “disinformazione e depistaggio” quale strumento operativo nel mondo criminale.

La difesa richiama inoltre testimonianze dibattimentali nelle quali il collaboratore sarebbe stato definito un “bugiardo” e sottolinea una risposta resa dallo stesso Casillo durante un’udienza, quando, sollecitato dal presidente del collegio, avrebbe ammesso di non dire abitualmente la verità.

Le accuse: droga, armi e presunti favori ai clan

I fatti contestati riguardano episodi che hanno segnato la cronaca giudiziaria dell’area vesuviana.

Tra questi figurano il presunto occultamento di parte di un ingente carico di cocaina sequestrato nel porto di Napoli, il ritrovamento di armi nella località Croce di Paselle, l’arresto di alcuni soggetti ritenuti vicini alla criminalità organizzata e una serie di presunte attività di favore nei confronti di gruppi dediti al traffico di stupefacenti.

Secondo l’impostazione accusatoria, alcuni di questi episodi sarebbero stati manipolati o addirittura costruiti per garantire vantaggi alle organizzazioni criminali. Una tesi che il Tribunale di primo grado non ha ritenuto sufficientemente dimostrata.

“Mancano i riscontri”: la linea della difesa

L’argomento centrale delle memorie difensive è l’assenza di riscontri autonomi alle dichiarazioni del collaboratore.

I legali sostengono che il Tribunale abbia correttamente distinto tra fatti storicamente accertati – come sequestri, arresti e operazioni di polizia realmente avvenute – e la successiva interpretazione fornita da Casillo, che avrebbe attribuito a quegli eventi significati criminali senza adeguati elementi di conferma.

Secondo la difesa, proprio questa mancanza di conferme indipendenti avrebbe impedito di trasformare le accuse in prove processualmente solide.

Le presunte anomalie investigative

Particolarmente duro è l’attacco rivolto alle modalità investigative adottate durante l’inchiesta.

Nelle memorie vengono citati episodi che la difesa definisce “anomali”. Tra questi la redazione, a distanza di anni dai fatti, di relazioni di servizio richieste dagli investigatori per documentare episodi già raccontati da Casillo, come quello dei cosiddetti “finti panetti” di cocaina e alcune vicende legate al sequestro di droga nel porto di Napoli.

Gli avvocati sostengono che tali atti sarebbero stati prodotti successivamente proprio per cercare riscontri al racconto del collaboratore e non viceversa.

Un’altra questione riguarda il presunto utilizzo, nell’atto di appello, di documenti e dichiarazioni che secondo la difesa non sarebbero mai entrati legittimamente nel fascicolo dibattimentale oppure erano stati espressamente esclusi dal Tribunale durante il processo di primo grado.

La “guerra interna” nella caserma di Torre Annunziata

Uno degli aspetti più suggestivi emersi durante il dibattimento riguarda il clima che, secondo alcuni testimoni, si respirava all’interno della struttura militare di Torre Annunziata.

Nelle memorie viene richiamata la deposizione del luogotenente Francesco Vecchio, che descrisse l’esistenza di una vera e propria “guerra interna” tra diversi ufficiali, con contrapposizioni e tensioni che avrebbero finito per condizionare l’ambiente lavorativo.

Secondo la difesa, questo contesto avrebbe avuto un peso significativo nella genesi dell’inchiesta e nella formazione di alcune accuse.

L’ultima battaglia giudiziaria

A quasi otto anni dall’avvio dell’inchiesta e dopo una sentenza assolutoria che sembrava aver chiuso definitivamente il caso, il procedimento vive ora il suo momento decisivo.

Da un lato la Procura generale insiste nel ritenere provata l’esistenza di rapporti illeciti tra alcuni militari e ambienti criminali. Dall’altro gli imputati, forti dell’assoluzione ottenuta nel 2023, chiedono la conferma integrale del verdetto di primo grado e contestano radicalmente la credibilità della principale fonte accusatoria.

Il 23 giugno la Corte d’Appello di Napoli sarà chiamata a scegliere tra due letture opposte della stessa vicenda: quella dell’accusa, che continua a vedere un sistema di protezioni e favori alla criminalità organizzata, e quella del Tribunale di Torre Annunziata, che dopo anni di dibattimento concluse che le prove non erano sufficienti per affermare alcuna responsabilità penale.

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Commenti (1)

Articolo interessante ma resta parecchi dubbi e nonssono pochi; non si capisce bene come i riscontr i son stati valutati e poi il testimone Casillo pare contraddirsi spess o, inoltre gli investigatori han prodotto documenti dopo i fatti non prima, l appello del 23giugno sembra riaprire tutto senza spiegazion i chiare, i difensori dicono che mancano prove mentre altri parlano di anomalie investigative e di una guerra interna in caserma che pote aver condizionatto il procedimento.

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