Ci sono le dichiarazioni dell’ex boss pentito Pasquale Cristiano ma anche del fratello Pietro alla base dei numerosi capi di accusa compendiate nelle oltre 260 pagine dell’ordinanza cautelare firmata dal gip Nicoletta Campanaro che stamane ha assestato un’altra spallata alla camorra di Arzano. Quella violenta del clan della 167 , colpita da 17 arresti.
L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Napoli e condotta dai carabinieri, gha fatto luce su un giro di estorsioni e di usura nel territorio arzanese. Il pentito Pasquale Cristiano ha descritto in modo dettagliato la parabola del cugino Salvatore Petrillo, rimasto l’unico baluardo sul territorio arzanese dopo il blitz del giugno 2021. Un isolamento che lo renderà il bersaglio perfetto per il gruppo di fuoco della fazione Monfregolo , determinando la definitiva scissione all’interno del clan della 167.
Nelle dichiarazioni riportate nei verbali, davanti ai magistrati della Dda Cristiano racconta la solitudine del parente e la gestione dei territori prima del sangue:
«Mio cugino si trovò a gestire una situazione troppo grande per lui e aveva bisogno di supporto e ascoltava Mormile Vincenzo. Dopo il mio arresto di giugno 2021 Mormile è poi tornato a Frattamaggiore e Salvatore Petrillo è rimasto solo con Luigi Piscopo. Il giorno prima del mio arresto sapemmo che doveva essere eseguito un blitz a Caivano e facemmo una riunione nella quale dicemmo che in caso di arresto mio e di Mormile, dovevano restare su Arzano Petrillo e Piscopo e su Frattamaggiore Sossio Parolisi e Gennaro Russo che avrebbero dovuto dividersi i compiti nei settori di droga ed estorsioni e prendere d’accordo tra loro tutte le decisioni.»
La vendetta mancata: armi alzate e spie dei Monfregolo
Subito dopo l’omicidio di Salvatore Petrillo , il collaboratore di giustizia tenta di raccogliere le forze rimaste fedeli alla sua sigla per mettere a ferro e fuoco Arzano. Una vendetta desiderata dal carcere ma che si scontra immediatamente con l’inefficienza militare e lo smantellamento logistico del suo gruppo.
Cristiano svela la sua indagine privata condotta via internet attraverso le sbarre della cella e il tentativo di stanare i responsabili della morte del cugino: «Dopo l’omicidio questo ragazzo è passato con i Monfregolo e Luigi Piscopo mi disse di averlo raggiunto a Mondragone e di avergli tagliato la faccia. Poco prima dell’omicidio c’era stato un pestaggio a Corso Secondigliano del cugino di Salvatore Lupoli, detto Armando Ninna’, che era stato allontanato da Petrillo e Piscopo.
Piscopo praticamente lo investì mentre era in auto con .omissis…, alla quale chiese di chiamare qualcuno di Arzano, sopraggiunsero Vincenzo Marino, detto balordo, Luigi Casola, detto gigino o chiatt. Lo portarono nel Rione dove fu picchiato anche da Petrillo e Merolla.
Loro volevano sapere dove si trovava Salvatore Lupoli che, in quel periodo, picchiava, in compagnia di altri ragazzi mi pare della Vanella Grassi, qualunque affiliato di Arzano incontrasse. Questo episodio mi è stato raccontato da Petrillo, Marino e Piscopo nel corso delle telefonate dal carcere, io avevo letto la notizia sui giornali. Io li avvisai che sul giornale c’era scritto che la vittima li aveva denunciati.
Loro nelle telefonate mi dicevano sempre che le attività continuavano regolarmente. Io li chiamavo anche perché ero molto preoccupato che potessero fargli agguati e gli dicevo di andare solo a Frattamaggiore. In quel periodo era già avvenuto l’agguato a Liguori, la cui vittima designata, come detto era Luigi Piscopo che non riuscì a descrivermi gli autori. Cercammo anche di verificare le telecamere, ma le trovammo alzate e, per me, l’unico che poteva farlo era Monfregola Raffaele, abituato a fare… ».
P.B.





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