Riqualificare non significa copiare: il Sud ha bisogno di interventi pensati per i suoi territori

Riqualificazioni costose e modelli copiati da altre città rischiano di trasformare lungomari e piazze in spazi estranei al territorio, con troppo cemento, poco verde e scarsa attenzione alle esigenze dei cittadini.
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Da Torre del Greco a Napoli, troppe opere pubbliche sembrano nascere senza tenere conto dell’identità dei luoghi e delle necessità quotidiane dei cittadini

Tra i numerosi problemi che affliggono il Sud, la qualità degli interventi pubblici potrebbe sembrare una questione secondaria. Non lo è affatto. Riqualificare una strada, una piazza o un tratto di costa significa decidere come le persone vivranno quello spazio per molti anni. Per questo non basta spendere denaro o presentare un progetto esteticamente moderno: occorre comprendere il territorio, ascoltare chi lo abita e valutare attentamente le conseguenze concrete di ogni scelta.

Sempre più spesso, invece, assistiamo a interventi delle istituzioni dei quali risulta difficile comprendere il fine ultimo. Opere annunciate come grandi trasformazioni urbane che, una volta realizzate, non producono i benefici promessi e, in alcuni casi, finiscono persino per creare nuovi problemi.

Un esempio è rappresentato dalla riqualificazione del litorale di Torre del Greco. Il Comune ha realizzato una nuova sistemazione dell’area che, secondo molti osservatori, sarebbe stata ispirata anche al lavoro compiuto a Castellammare di Stabia.

Sulla carta il modello poteva apparire interessante, ma tra le due città esiste una differenza fondamentale: Castellammare possiede un lungomare più ampio e una conformazione urbana differente. Torre del Greco, invece, dispone di spazi più ridotti e di tratti di spiaggia molto più corti , per non parlare dei tanti palazzi (che quelli si andrebbero ri-ammodernati ) che praticamente affacciano sulla spiaggia  e che alcuni sono stati costruiti su entrambi i lati della strada costrigendo a fare slalom per percorrere la litoranea a piedi ( a piedi non puoi raggiungere un capo all’altro della litoranea perchè appunto ci sono in mezzo al pecorso pedonale ristoranti e palaizzi che costringono il pedone a ritornare in strada ) , inoltre la pista ciclabile dura  pochissimo perchè appunto non è garantita continuità..La sensazione è che questa opera non è stata realmente ragionata. Applicare una soluzione simile senza adattarla realmente alle caratteristiche locali rischia quindi di produrre un risultato poco funzionale.

Ed è proprio questa la sensazione manifestata da numerosi cittadini: un intervento che avrebbe dovuto migliorare il rapporto tra la città e il mare avrebbe finito per deludere molte aspettative. Dei tanti vantaggi proclamati, almeno nella percezione di una parte della popolazione, non si vedrebbe ancora traccia.

Il problema non è riqualificare che anzi sarebbe da fare con cadenza ciclica proprio per svecchiare il patrimonio urbanistico rinnovandolo ; ma farlo seguendo modelli astratti oppure copiando esperienze nate in contesti completamente diversi questo invece rappresenta un problema.  Un’opera pubblica non può essere trasferita da una città all’altra come se i territori fossero tutti uguali. Ciò che funziona a Castellammare non è detto che possa funzionare a Torre del Greco, così come ciò che viene realizzato in una grande capitale europea non può essere replicato automaticamente a Napoli.

Un altro caso emblematico arriva da Torre Annunziata, dove sono state impiegate risorse per mettere in sicurezza un albero secolare ed evitarne l’abbattimento. Salvaguardare un albero storico è certamente un obiettivo condivisibile, soprattutto in città nelle quali il verde è già insufficiente. Ma anche una decisione giusta nelle intenzioni deve essere accompagnata da una soluzione capace di tutelare contemporaneamente la sicurezza e la vivibilità dell’area.

Se per conservare un albero si creano disagi prolungati o nuovi rischi per la popolazione, è legittimo domandarsi se non fosse possibile individuare un’alternativa migliore, valutandone, quando tecnicamente possibile, anche lo spostamento in una zona più adatta. Proteggere l’ambiente non dovrebbe significare ignorare le esigenze dei cittadini, così come garantire la sicurezza non dovrebbe tradursi automaticamente nell’eliminazione del verde.

La stessa mancanza di equilibrio si ritrova in alcune delle piazze più importanti di Napoli. Piazza del Plebiscito e piazza Garibaldi sono grandi spazi urbani nei quali alberi, zone d’ombra e aree verdi potrebbero svolgere una funzione fondamentale, soprattutto durante estati sempre più calde.

Al loro posto prevalgono superfici dure, pietra e cemento. Il risultato sono luoghi monumentali o moderni dal punto di vista architettonico, ma spesso difficili da vivere durante molte ore della giornata. Piazze senza anima, che si attraversano anziché abitare, nelle quali fermarsi può diventare complicato proprio a causa del caldo e della quasi totale assenza di riparo. Piazze dalle quali si scappa piuttosto che rimanerci.

Sembra quasi che, nella progettazione delle nostre città, si cerchi continuamente di imitare stili architettonici nati altrove. Il Sud, però, non ha bisogno di diventare la copia di altre realtà. Possiede già un’identità urbanistica, paesaggistica e culturale straordinaria, che dovrebbe essere valorizzata e non cancellata da interventi standardizzati.

Una piazza non deve essere soltanto bella in fotografia. Come erano belle quelle piazze dove potevi trovare alberi, fresco, vita, persone. Deve offrire ombra, panchine, verde, sicurezza e spazi nei quali incontrarsi. Un lungomare non può essere pensato esclusivamente come una vetrina: deve garantire accessibilità, mobilità, servizi e un rapporto autentico con il mare. Anche la tutela di un elemento naturale deve inserirsi in una visione complessiva del luogo.

Per questo ogni progetto dovrebbe partire da alcune domande semplici: quali sono le caratteristiche di questo territorio? Di cosa hanno realmente bisogno i cittadini? Quali problemi risolverà l’intervento? E quali nuovi disagi potrebbe provocare? Invece la sensazione è caos allo stato puro , ed è un peccato perchè comunque sono lavori pagati con le nostre tasche e nei quali sono state impegnate risorse umane e professionali e va dato rispetto ai tanti che hanno contribuito ma proprio per loro sarà ancora peggio sapere che il lavoro svolto costato mesi di fatica ed arrabbiature varie alla fine si rivela un buco nell’acqua.

L verità  è che le istituzioni dovrebbero  lasciare spazio a chi sa fare  questo lavoro  e ha idee nuove in linea con identità territoriale e mettere da parte la politica,  progettare meno dall’alto e ascoltare maggiormente chi quei luoghi li vive ogni giorno. Perché le città non sono plastici da esporre, ma organismi vivi. E un’opera pubblica può dirsi riuscita soltanto quando non appare come un corpo estraneo, ma diventa parte integrante della vita della comunità.

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