Spari al pronto soccorso

Spari in ospedale, il Sappe difende l’agente penitenziario indagato

Il segretario Capece: «Solidarietà al collega, ma rispetto per la magistratura. La procura? Non diffondere ricostruzioni definitive mentre le indagini sono agli inizi». 
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Prato— Il Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria) prende posizione a difesa dell’agente indagato dalla procura di Prato per tentato omicidio dopo gli spari che domenica pomeriggio hanno ferito un giovane al pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano. Il sindacato invita a non considerare definitiva la ricostruzione dell’accaduto, sottolineando che gli accertamenti sono ancora nella fase iniziale e che «essere indagati non significa essere colpevoli».

La dinamica degli spari

L’episodio risale al pomeriggio di domenica 16 agosto. Un ragazzo di 22 anni, di origine marocchina e già in stato di arresto, avrebbe creato una situazione di forte agitazione all’interno del pronto soccorso, arrivando a lanciare un estintore nel reparto di emergenza, per poi tentare di allontanarsi.

Secondo la procura, due agenti lo stavano inseguendo mentre si trovava ammanettato in un ambiente chiuso; in quel frangente uno dei due avrebbe esploso tre colpi di pistola, uno dei quali ha raggiunto il giovane alla gamba, provocandogli una ferita giudicata lieve.

La posizione del Sappe

In un comunicato diffuso martedì 18 agosto, il segretario generale del Sappe, Donato Capece, ha espresso «piena solidarietà umana e professionale al collega», ribadendo al tempo stesso «massimo rispetto per la magistratura e piena fiducia nel suo operato». Per il sindacato, saranno gli atti d’indagine e, in seguito, il giudice a stabilire che cosa sia realmente accaduto.

Capece contesta l’idea che la dinamica possa essere ricostruita sulla base di pochi elementi o di una lettura parziale dei filmati. «Il pronto soccorso non è una cella blindata, ma un ambiente con corridoi, porte, accessi e vie di collegamento», sottolinea il sindacato, chiedendo che vengano valutati la conformazione dei luoghi, le possibili vie di fuga, la posizione delle persone presenti e ciò che l’agente avrebbe visto e percepito durante quei concitati secondi.

Tra gli aspetti indicati dal Sappe c’è anche l’eventuale uso di un estintore da parte del giovane prima degli spari. Il sindacato chiede che l’episodio venga esaminato nel suo complesso e non soltanto attraverso le immagini delle telecamere, criticando la scelta della procura di rendere pubblica una specifica ricostruzione mentre gli accertamenti sono ancora in corso.

Gli accertamenti in corso

Nel frattempo, il procuratore Luca Tescaroli ha notificato all’agente un avviso a comparire. L’indagato, originario della Campania, ha nominato come difensore di fiducia l’avvocato Vittorio Luigi Fucci, del foro di Benevento.

La Scientifica della polizia ha effettuato un sopralluogo all’interno del pronto soccorso. I risultati saranno confrontati con le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza, comprese quelle rivolte verso la cosiddetta «camera calda», l’area in cui arrivano le ambulanze con i pazienti. Gli investigatori stanno ascoltando i testimoni — diversi già sentiti — e valutano anche una possibile perizia balistica per chiarire modalità degli spari e traiettoria dei proiettili.

Il Sappe ribadisce infine che l’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una dichiarazione di colpevolezza. Secondo il sindacato, se l’agente ha commesso un errore dovrà emergere dagli accertamenti; allo stesso modo, dovrà essere verificato se abbia agito ritenendo di dover fronteggiare una situazione pericolosa e impedire una fuga. «Il principio di presunzione di non colpevolezza deve valere anche nella comunicazione pubblica», conclude Capece

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