

La festa dei tifosi dell'Inter
L’Inter è campione d’Italia il 3 maggio, con tre giornate d’anticipo. Un dominio netto, indiscutibile,ma chi si limita ad applaudire, forse, sta evitando la domanda più scomoda: che fine ha fatto il campionato?
Perché mentre a Milano si festeggia, altrove — soprattutto a Napoli — resta una sensazione difficile da ignorare.
Non è solo la vittoria dell’Inter. È il vuoto che si è creato intorno.
Un torneo che si chiude prima ancora di entrare nel suo momento decisivo non è spettacolo, è resa e questa resa ha dei nomi e delle responsabilità.
Squadre costruite per competere che si sono sgretolate, progetti mai davvero decollati, ambizioni evaporate già all’inizio della primavera.
Il risultato? Una fuga solitaria, senza ostacoli veri. E qui il discorso si fa inevitabilmente più profondo.
Perché chi segue il Napoli sa bene cosa significhi vincere uno scudetto costruendo, lottando, crescendo contro tutto e tutti.
Sa cosa vuol dire tenere vivo un campionato fino all’ultimo respiro, alimentare una passione che non si spegne a inizio maggio.
Qui, invece, siamo davanti a qualcosa di diverso: un titolo vinto sì con merito, ma dentro un contesto che ha smesso troppo presto di essere competitivo.
Dal Sud, questa storia ha un sapore particolare. Perché mentre alcune realtà combattono per ridurre il gap, altre sembrano ormai giocare un campionato a parte.
Il rischio è evidente: una Serie A sempre più sbilanciata, sempre meno imprevedibile, sempre più lontana da quella tensione che l’ha resa grande. E allora sì, onore all’Inter,ma guai a fermarsi agli applausi.
Questo scudetto, il 3 maggio, dovrebbe accendere un dibattito vero. Perché il calcio italiano non può permettersi stagioni già finite prima del tempo.
Non può vivere di monologhi.
A Napoli lo sappiamo bene: vincere è importante,ma competere lo è ancora di più.
E oggi, quella competizione, sembra drammaticamente scomparsa.
Ludovica Carrano
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