

La zona delle Case Nuove a Napoli
Napoli – L’inchiesta sulla “Galassia Contini” non è solo un faldone di intercettazioni e pedinamenti; è il racconto di una ferita aperta nel fianco delle istituzioni campane. La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, guidata dai magistrati che da anni assediano i vertici dell’Alleanza di Secondigliano, non ha intenzione di fare passi indietro.
L’appello presentato al Tribunale del Riesame contro la decisione del GIP di non arrestare Pietro Diodato è l’ultimo atto di una sfida giuridica che tocca i pilastri del nostro ordinamento: quando si può dire che la democrazia è stata comprata?
Il punto di scontro tra i magistrati e il giudice delle indagini preliminari ruota attorno alla natura del reato previsto dall’articolo 416 ter del codice penale: lo scambio elettorale politico-mafioso. Per la DDA, il fatto che Pietro Diodato non sia stato eletto nelle consultazioni del 20 e 21 settembre 2020 è del tutto irrilevante ai fini della sussistenza del crimine.
Nelle carte dell’appello si legge un principio cardine: il reato si perfeziona nel momento stesso in cui avviene lo scambio delle promesse.
La logica del pm: Quando Diodato accetta i “servigi” di Girgenti e Prete — dalla protezione dei manifesti al volantinaggio blindato — in cambio della promessa di utilità future (“ci sistemiamo dopo”, dicevano i boss), il patto criminale è già siglato.
Il veleno è stato iniettato nel sistema elettorale nel momento in cui il candidato si è seduto al tavolo con i referenti del clan Contini in via Chieti. Per gli inquirenti, non serve il risultato delle urne per provare il danno: il danno è il coinvolgimento della camorra nella competizione democratica.
C’è poi il secondo capo d’imputazione, la turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso per l’appartamento di Pianura. Per la Procura, questa vicenda non è isolata dal voto di scambio, ma ne è il corollario. È la dimostrazione pratica della “disponibilità” del clan verso il politico.
Se il clan interviene per spaventare i concorrenti di un’asta giudiziaria, usando la frase raggelante di Raffaele Prete — “Siamo pochi ma siamo tanti” — lo fa perché ha un interesse diretto a mantenere il legame con l’uomo delle istituzioni. È un “servizio di cortesia” che serve a cementare il patto elettorale.
Per la DDA, questo dimostra la pervasività del sodalizio: i Contini non si limitano a gestire il traffico di droga o le estorsioni, ma entrano nei tribunali e nelle procedure esecutive per tutelare i propri “amici”.
Perché la Procura insiste per la misura cautelare? La motivazione risiede nel pericolo di reiterazione e nell’attualità del legame. Il sistema di contatti e aderenze con la classe politica, riscontrato nelle indagini, non è un evento episodico, ma un modus operandi strutturale del clan Contini.
Nelle conclusioni degli inquirenti emerge un quadro desolante: “Il predetto sodalizio, pur di raggiungere i propri scopi, ricerca contatti ed aderenze con la classe politica… al fine di agevolare la forza del clan sul territorio affermandone il suo ruolo di governo.”
Il rischio, per i magistrati, è che lasciando liberi i protagonisti di questo intreccio, si permetta loro di tessere nuove tele in vista delle prossime scadenze elettorali o amministrative. La “promessa di utilità” (posti di lavoro, appalti, gestione dei mercati) è una cambiale che il clan può incassare in ogni momento.
La decisione del Tribunale del Riesame sarà uno spartiacque. Definirà se il “patto delle melanzane” e le minacce alle aste siano sufficienti a giustificare il carcere per un ex consigliere regionale o se la difesa di Diodato (che nega ogni addebito e sottolinea la sua estraneità dimostrata in passato in altri processi) riuscirà a reggere l’urto delle intercettazioni.
Ma al di là dei tecnicismi legali, resta il fatto che a Napoli dove la politica, a volte, preferisce la protezione di un “Boxer” alla libertà del voto pulito. Una città dove, per vincere, c’è chi è disposto a sussurrare nell’orecchio di chi “appartiene alla morte”.
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