«Ridateci l’Audi o vi ammazziamo», chiesta condanna del boss Salvatore Giannetti, ‘o scorpione e 5 complici

Napoli – Una truffa finita male, un’auto di lusso svanita nel nulla e una spedizione punitiva in puro stile camorristico. È un quadro a tinte fosche quello tracciato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli davanti al gup Ambrosino.

Per i sei imputati, tutti legati al clan Mazzarella, accusati a vario titolo di sequestro di persona, lesioni e minacce di morte, il pubblico ministero Raimondi non ha fatto sconti, invocando al termine della sua requisitoria una vera e propria stangata: 114 anni di reclusione complessivi nel processo in corso con il rito abbreviato.

L’Audi da 80mila euro e lo sgarro

La scintilla che ha innescato l’escalation di violenza ruota attorno a un’automobile esclusiva. Si tratta di un’Audi “Rs3”, un bolide da oltre 80mila euro. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la vettura era stata noleggiata presso un’apposita società con un obiettivo preciso: utilizzarla per portare a termine una truffa.

Il piano criminale ha però preso una piega imprevista quando due soggetti hanno fatto letteralmente sparire la macchina. Ma i due non avevano fatto i conti con chi avevano a che fare: la società di rivendita di auto è di persone legate al clan Mazzarella. Uno “sgarro” imperdonabile per i sei imputati, che hanno deciso di farsi giustizia da soli ricorrendo a metodi brutali.

Il terrore e il blitz a San Giovanni a Teduccio

Le due vittime della sparizione dell’auto sono state rintracciate, sequestrate, brutalmente picchiate e minacciate di morte. Trascinati in un’abitazione nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, trasformata per l’occasione in una prigione, i due hanno vissuto ore di autentico terrore.

A salvarli da un epilogo che avrebbe potuto rivelarsi tragico è stata la prontezza della compagna di uno dei sequestrati. La donna, intuito il pericolo, ha fatto scattare l’allarme permettendo ai carabinieri di organizzare un blitz fulmineo. I militari dell’Arma hanno fatto irruzione nell’appartamento della zona orientale di Napoli, bloccando e stringendo le manette ai polsi dei sequestratori, e liberando gli ostaggi.

Le minacce alla vittima e le richieste di pena

La spregiudicatezza del gruppo, tuttavia, non si era esaurita con gli arresti. Dalle indagini è emerso un ulteriore, inquietante retroscena: successivamente alla liberazione, una delle vittime era stata avvicinata da un emissario degli imputati. L’obiettivo era chiaro: fare pressioni e indurre la vittima a rimettere la denuncia, nel tentativo di inquinare l’iter giudiziario.

Un elemento che ha ulteriormente aggravato la posizione dei sei alla sbarra. Durante l’udienza, il pm ha chiesto 20 anni di carcere ciascuno per Salvatore Giannetti, 43 anni detto ‘o scorpione, colui che viene oggi indicato come il capo zona a San Giovanni a Teduccio per conto del clan Mazzarella.

E poi il cognato, Antonio Martori, 42 anni, Mario Amaro, 38 anni, Giuseppe Ciccarelli, 37 anni e Salvatore De Filippo, 43 anni.

Per il sesto imputato, Arturo Lama, 54 anni, la richiesta è stata invece di 14 anni di reclusione.

La parola passa ora al collegio difensivo. Nel collegio difensivo gli avvocati Diego Pedicini, Luigi Poziello, Giuseppe Milazzo e Alessandro Pignataro. Le discussioni degli avvocati sono state fissate per il prossimo 29 maggio, data in cui, a meno di rinvii, il giudice pronuncerà la sentenza che chiuderà il primo capitolo di questa brutta pagina di cronaca criminale.

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