Napoli – Non c’è pace per Umberto Catanzaro, il giovane calciatore di 23 anni la cui vita è stata spezzata dalla ferocia cieca dei clan. A tre mesi dalla sua scomparsa, una nuova ferita si apre per i familiari: l’apparizione sui social network di video e messaggi che sembrano provenire direttamente dalle celle dove sono reclusi i presunti responsabili del raid.
Profili anonimi, ma dai contenuti inequivocabili, che inneggiano agli indagati, trasformando la detenzione in una sorta di “passerella” criminale.
Il raid e il tragico errore di persona del killer
La vicenda risale al 15 settembre 2025. Umberto, promessa del calcio locale ed estraneo a contesti criminali, si trovava a bordo di un’auto nei Quartieri Spagnoli. Non sapeva di essere seduto accanto al reale obiettivo del commando: un conoscente “colpevole” di aver offeso l’onorabilità della figlia di un boss della zona pubblicando immagini intime della ragazza dopo la fine della loro relazione.
I sicari, inviati per lavare l’offesa col sangue, fecero fuoco senza esitazione. Umberto rimase gravemente ferito, lottando tra la vita e la morte per due mesi fino al tragico epilogo del 17 novembre, quando il suo cuore ha smesso di battere tra le mura dell’ospedale Vecchio Pellegrini.
Il blitz e l’ombra di Salvatore Percich
Le indagini, condotte con rapidità dalla Squadra Mobile, avevano portato in tempi brevi a una svolta clamorosa: un blitz che aveva decapitato il gruppo di fuoco, portando all’arresto del boss Salvatore Percich e dei suoi complici, ritenuti gli organizzatori e gli esecutori materiali della rappresaglia. Un’operazione che sembrava aver messo un punto fermo sulla vicenda, fino all’esplosione del caso social di queste ore.
L’appello del padre: «Non è normale»
«Oggi sono tre mesi che Umberto non c’è più», confessa all’Ansa il padre della vittima, con una voce rotta dal dolore e dall’indignazione. «Io e mia moglie piangiamo notte e giorno, mentre queste persone vengono portate “in gloria” sui social. Non so se sia legale o se usino telefoni abusivi, ma non possiamo sopportare questa sfida. Se si può fare qualcosa, lo Stato intervenga».
La famiglia, attraverso i propri legali, ha chiesto formalmente alla Procura e al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) di verificare la provenienza di quei post. Il sospetto è quello di sempre: l’uso di smartphone introdotti illegalmente in carcere per mantenere il legame con il territorio e ostentare un potere che nemmeno le sbarre sembrano contenere.







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