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Napoli, la Dda chiede condanne pesanti per il carabiniere «infedele» e i ras della 167 di Arzano

Inizia il processo per corruzione e favoreggiamento aggravato legato agli affari del clan Amato-Pagano ad Arzano.

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Napoli – E’ entrato nel vivo il processo per corruzione e favoreggiamento aggravato dal metodo mafioso legate agli affari del clan Amato-Pagano nella 167 di Arzano.

Dopo gli arresti scattati lo scorso marzo, il processo di primo grado, celebrato con rito abbreviato davanti al gip Campanaro, registra l’affondo della Direzione distrettuale antimafia con richieste di pena severe per tutti gli imputati.

Le richieste del pm

Udienza chiave  durante la quale il pm della Dda, Caputo, ha formulato le richieste di condanna. A rischiare di più è l’ex luogotenente della tenenza dei carabinieri di Arzano, Giuseppe Improta, per il quale sono stati chiesti 9 anni e 2 mesi di reclusione.

Mano pesante anche per i presunti vertici della cosca: Giuseppe Monfregolo rischia 8 anni e 6 mesi, mentre per Mariano Monfregolo la richiesta sale a 8 anni e 9 mesi. Per il quarto imputato, Aldo Bianco, il pm ha sollecitato una condanna a 7 anni e 10 mesi.

Nelle prossime udienze la parola passerà al collegio difensivo – composto dagli avvocati Roberto Saccomanno, Claudio Davino, Pollio, D’Auria e Ascione – chiamato a tentare di incrinare un impianto indiziario che, allo stato, appare solido e coerente.

Lo “stipendio” al carabiniere

Secondo gli inquirenti, Improta, che era in servizio alla Dia di Napoli,  avrebbe percepito dal clan uno stipendio mensile di circa 1.000 euro, oltre a una serie di “benefit” in natura: regali, bottiglie di vino, capi d’abbigliamento, lavori di manutenzione domestica e interventi sulle auto di famiglia, come cambi di pneumatici e pezzi di ricambio.

In cambio, il militare avrebbe garantito soffiate su indagini e operazioni in corso, agevolando sistematicamente l’attività del sodalizio criminale.

Un’inchiesta partita in salita

L’approdo al processo non è stato né semplice né scontato. L’indagine, nonostante intercettazioni ambientali – in particolare quelle captate nell’auto di Giuseppe Monfregolo – che lasciavano emergere episodi di corruzione, era stata inizialmente archiviata per carenza di riscontri.

La svolta con i pentiti

La svolta è arrivata con il pentimento del boss Pasquale Cristiano, referente del clan Amato-Pagano nella 167 di Arzano, e del padre Pietro Cristiano. Entrambi hanno confermato la “disponibilità” del carabiniere, ricostruendo un rapporto corruttivo durato dal 2015 al 2023, fatto di denaro, regali e favori.

Soffiate, false relazioni e fughe

Tra le contestazioni più gravi figurano la rivelazione di segreti d’ufficio, con informazioni sull’imminenza di misure cautelari e sull’installazione di telecamere, utili a consentire la fuga degli indagati. Contestate anche false relazioni di buona condotta redatte in favore del boss sottoposto a sorveglianza speciale, la mancata notifica di provvedimenti restrittivi e il favoreggiamento della latitanza di esponenti del clan.

Accuse pesanti

Un quadro accusatorio che delinea, secondo la Dda, un sistema stabile di collusione tra apparati dello Stato e criminalità organizzata. Accuse pesanti, per le quali l’Antimafia ha ora chiesto condanne esemplari, ritenendo provata l’esistenza di un patto corruttivo funzionale agli interessi del clan della 167 di Arzano.

Le richieste di condanna

Nel dettaglio, il pm della Direzione distrettuale antimafia ha sollecitato le seguenti pene:

    • Giuseppe Improta, ex luogotenente dei carabinieri di Arzano: 9 anni e 2 mesi di reclusione

    • Mariano Monfregolo, ritenuto ras del clan della 167: 8 anni e 9 mesi

    • Giuseppe Monfregolo, referente del sodalizio criminale: 8 anni e 6 mesi

    • Aldo Bianco, considerato elemento apicale della cosca: 7 anni e 10 mesi

Ora la parola passa alle difese, chiamate a misurarsi con un impianto accusatorio che la Procura ritiene pienamente dimostrato.

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