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Caso Vassallo, l’ira della Fondazione: «Basta manovre, lo Stato non uccida Angelo due volte»

Nuovo rinvio nell’udienza preliminare a Salerno per l’omicidio del “Sindaco Pescatore”. Dario Vassallo attacca: «Il diritto di difesa non diventi un pretesto per fermare la verità su un delitto di mafia».

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Salerno– La ricerca della verità sull’omicidio di Angelo Vassallo sbatte ancora una volta contro il muro dei rinvii procedurali. Presso la Cittadella Giudiziaria di Salerno, quella che doveva essere la quarta udienza preliminare si è conclusa con un nulla di fatto: tutto rimandato al 27 marzo. La causa? La sostituzione del legale di uno degli imputati, Lazzaro Cioffi, che ha fatto scattare l’applicazione dell’articolo 108 del codice di procedura penale.

Un passaggio tecnicamente legittimo, ma che per la Fondazione Angelo Vassallo rappresenta l’ennesima “manfrina” per guadagnare tempo.

La strategia del rinvio

Secondo i familiari del sindaco di Pollica, ucciso nel 2010, ci troviamo di fronte a un “palleggio” tra difensori volto a trascinare il procedimento fino all’estate. «Non cerchiamo scorciatoie», tuona il Presidente della Fondazione, Dario Vassallo, «ma non possiamo accettare che il diritto di difesa diventi uno strumento per rinviare indefinitamente un processo così cruciale». Il timore è che tra cavilli e sostituzioni dell’ultimo minuto, la macchina della giustizia finisca per imballarsi, allontanando il momento del rinvio a giudizio, che la Fondazione si aspetta comunque entro luglio.

«Processo a uno Stato che ha fallito»

Il punto centrale sollevato dai fratelli Vassallo non riguarda solo i singoli imputati, tra cui figurano ufficiali dell’Arma come il colonnello Cagnazzo. Il bersaglio delle critiche è più ampio: «Questo non è un processo per depistaggio, è un processo per concorso in omicidio con metodo mafioso», chiarisce Dario Vassallo. «Si sta processando un sistema che per quindici anni ha lasciato solo un sindaco onesto e che oggi rischia di farlo morire una seconda volta».

Le accuse sono pesanti: si parla di uomini delle istituzioni che avrebbero fallito nel loro compito di protezione, diventando, secondo l’impianto accusatorio, parte integrante dello scenario criminale.

Un’attesa lunga quindici anni

Per Massimo Vassallo, vicepresidente della Fondazione, ogni rinvio è una ferita aperta: «Dopo 15 anni, l’udienza preliminare è ancora ferma. È un’umiliazione per la nostra famiglia e un insulto ai cittadini che credono nello Stato di diritto». Nonostante l’amarezza, la famiglia ribadisce la piena fiducia nel lavoro della Procura e del Pubblico Ministero, convinti che la solidità delle prove porterà finalmente alla sbarra i responsabili.

L’obiettivo della Fondazione resta chiaro: impedire che la verità resti ostaggio di strategie processuali, affinché il sacrificio di Angelo Vassallo non resti un caso irrisolto all’interno delle aule di giustizia.

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