Dai domiciliari al sushi bar: viaggio nelle fughe più improbabili della provincia di Napoli

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Rosaria Federico
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La finestra di casa, nella provincia di Napoli, non è sempre un semplice affaccio sul vicinato: per molti diventa la via più rapida per “prendere aria”, anche quando quell’aria non si dovrebbe respirare.

Lo confermano i numeri raccolti dai Carabinieri da agosto a oggi: 55 arresti e 42 denunce per evasione dagli arresti domiciliari. Un ritmo tale da trasformare quello che dovrebbe essere un’eccezione in una voce stabile della cronaca quotidiana.

Dietro quei numeri c’è un campionario di storie che sfiorano l’assurdo.

C’è chi evade per regolare conti sentimentali lasciati in sospeso, chi tenta il blitz all’alba sperando nel sonno dei vicini, chi sfreccia in scooter senza casco convinto che l’anonimato basti a ingannare le pattuglie. E c’è anche chi si lancia dalla finestra del bagno, sparendo per settimane per poi ricomparire in una stanza d’albergo a pochi chilometri da casa, come se nulla fosse.

Le pattuglie dell’Arma ne hanno viste di ogni tipo.

Una donna che, per evitare il riconoscimento, si è nascosta in un suv diretto a una cena giapponese improvvisata; un detenuto che ha reinterpretato a modo suo la fuga napoleonica dall’Elba, allontanandosi dove non avrebbe potuto pur essendo autorizzato a muoversi in un’area limitata.

E ancora: un giovane in fila al traghetto con il passamontagna in piena estate, un 60enne convinto che il giorno di Pasquetta valesse come lasciapassare per una bibita al bar, un uomo che ha trasformato la sua evasione in contenuti social, fino al caso di un detenuto beccato in pasticceria con la famiglia da un carabiniere fuori servizio.

A emergere, soprattutto dalle giustificazioni fornite, è una percezione distorta: l’idea che i domiciliari siano una misura elastica, flessibile, quasi negoziabile. Un’interpretazione personale della pena che sembra resistere più della misura stessa.

Ma dietro ogni evasione si nasconde un rischio concreto — per chi scappa e per chi lo deve riportare dentro — e un lavoro costante e capillare. Controlli mirati, pedinamenti improvvisati, riconoscimenti al volo, inseguimenti che nascono da un dettaglio: un’ombra fuori posto, un movimento di troppo, uno sguardo che si abbassa.

In questo mosaico di fughe e rientri forzati, i 55 arresti e le 42 denunce non sono semplici statistiche. Raccontano una realtà radicata, un’abitudine difficile da eradicare. Ricordano anche quanto il presidio del territorio richieda occhio, tenacia e una buona dose di pazienza.

Perché, a Napoli e dintorni, chi dovrebbe rimanere a casa è spesso il primo a testare — e a superare — i confini della legge. E chi deve controllarlo è costretto a rimettere ordine in una quotidianità che qui, più che altrove, non è mai davvero monotona.

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Rosaria Federico

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