Cronaca Giudiziaria

Napoli, il boss prestava soldi e pagava le cene ai carabinieri infedeli

Le dichiarazioni del boss pentito #GennaroCarra, e dei collaboratori #GiacomoDiPierno e #RobertoPerrone sui carabinieri infedeli #WalterIntilla e #MarioCinque



Napoli




Soldi prestati, pranzi e cene al ristorante pagati dal boss e in cambio favori sui controlli, soffiate sulle indagini e altro.

E’ uno spaccato “inquietante” di corruzione di servitori infedeli dello Stato quello che emerge dall’inchiesta sul clan Cutolo di Fuorigrotta.

“Con lui ho un rapporto fraterno e quando gli servivano dei soldi glieli prestavo. Poi lasciava conti da pagare al ristorante. Inoltre tutte le volte che mi fermava, non inseriva il mio nome nei database. Alcune volte ero armato e non mi ha mai perquisito”. E’ il 18 maggio del 2019 quando Gennaro Carra, boss della camorra pentito, parla di Mario Cinque, uno dei due carabinieri arrestati oggi dai loro colleghi a Napoli per favoreggiamento aggravato e rivelazione di segreto d’ufficio.

A Cinque viene anche contestato di avere falsamente attestato che tra il 28 e il 29 gennaio 2019, Carra, che girava armato di una pistola per sua stessa ammissione, fosse a piedi in strada e non a bordo di un’auto presa a noleggio.

Le conversazioni intercettate dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli, che hanno condotto le indagini sui due colleghi infedeli arrestati oggi anche con l’accusa di avere favorito la camorra, trovano riscontro nelle dichiarazioni “convergenti” rese da ben otto collaboratori di giustizia. Tutti riferiscono, scrive il gip, “di rapporti ‘opachi’, se non propriamente corruttivi, tra l’appuntato scelto Mario Cinque e alcuni appartenenti alla organizzazioni camorristiche…”.

Il giudice, ma anche la Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che ha coordinato l’inchiesta, definisce “trasversale” il contributo di Cinque, rivolto in favore “di chiunque potesse garantirgli un tornaconto personale”. La circostanza, sottolinea ancora il giudice, “non esclude la consapevolezza e la volonta’ dell’indagato – anche in virtu’ del ruolo istituzionale da lui ricoperto – di operare a vantaggio dell’uno o dell’altro clan”. 

Il pentito Giacomo Di Pierno, nel verbale del 16 giugno 2018, ha raccontato ai pm il ruolo di Walter Intilla, l’altro militare dell’Arma destinatario di misura cautelare. “Mi e’ stato riferito da Fabrizio Maddaluno, che Intilla faceva sequestri di droga nelle piazze di spaccio di Ischitella. Quello che sequestrava lo portava a Maddaluno e gliela rivendeva la droga 30 euro al grammo”, mette nero su bianco.

Anche a Intilla viene contestato di avere rilevato informazioni riservate, al collega Cinque e a un’altra persona: l’esistenza di indagini, correlate da intercettazioni, su un conoscente di Mario Cinque, e anche che i carabinieri erano in procinto di eseguire una misura cautelare nei confronti di un indagato. Lui poi deve rispondere anche di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, per la precisione cocaina, di cui si sarebbe appropriato illegalmente, secondo il giudice abusando dei suoi poteri, a Castel Volturno  introducendosi nell’abitazione di alcuni spacciatori extracomunitari.

Uno degli otto collaboratori di giustizia che riferiscono alla DDA dei rapporti ‘opachi’ tra uno dei carabinieri infedeli arrestati oggi dal Nucleo Investigativo di Napoli, l’appuntato Mario Cinque, e diversi esponenti della criminalita’ organizzata, e’ Roberto Perrone, ritenuto affiliato storico del clan Nuvoletta.

Perrone riferisce di avere ottenuto da Cinque parecchi favori, per se stesso ma anche per altri componenti il clan, omettendo di effettuare i dovuti controlli quando era sorvegliato speciale, e informandolo riguardo eventuali provvedimenti a suo carico.

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Perrone, tra le altre cose, parla anche dei favori che Cinque gli faceva quando, nel periodo in cui era sotto sorveglianza, aveva preso l’abitudine di giocare a poker con un gruppo di persone, tra cui figurano anche degli imprenditori: “…le partite venivano organizzate una volta a settimana da …. il quale si informava prima quando era di turno Cinque, che veniva a effettuare il controllo presso la mia abitazione e, diversamente dagli altri controlli, si limitava a bussare al citofono e andava via”.

(nella foto il boss pentito Gennaro Carra)

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