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Ladra entra in casa per rubare poi esce nuda in strada: la foto virale sul web

Maddaloni. Ladra entra in due appartamenti, poi scende nuda in strada: la foto sta facendo il giro del web.
Ieri sera lungo via Napoli, una donna di 50 anni circa dopo essersi introdotta in un paio di appartamenti per rubare, è scesa in strada nuda, nei pressi del supermercato Penny.
Ha cominciato a camminare tra le auto senza vestiti. Allertata la polizia. Quando è arrivata la volante, la 50enne è fuggita. Indagini per risalire all’identità della ladra che dovrebbe essere italiana, stando alle indiscrezioni trapelate.

 Gustavo Gentile

Camorra, il boss latitante ha provato a bruciare documenti e pizzini prima dell’arrivo dei carabinieri

Mugnano. Quando ha sentito l’arrivo dei carabinieri ha bruciato tutte le tracce possibili che potevo condurre gli investigatori ai complici, a chi ha curato la latitanza a chi lo ha aiutato. Ma non ha fatto in tempo a dare fuoco a tutto. I carabinieri infatti hanno trovato nel covo di Mugnano, dove si nascondeva Antonio Orlando mazzulill anche una carta d’identita semibruciata con la sua foto.  Antonio Orlando, 60enne, ritenuto il reggente del clan camorristico degli “Orlando-Nuvoletta-Polverino” operante nell’Hinterland a Nord del capoluogo campano.
L’uomo, inserito nell’elenco dei i latitanti più pericolosi d’Italia, era ricercato da 15 anni avendo a uso carico 2 Ordinanze di Custodia Cautelare in Carcere per associazione di tipo mafioso emesse dal GIP su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia.
Nella villetta di Mugnano, strategica perche’ a poca distanza dal feudo della cosca a Marano, ma anche vicina ad assi viari di comunicazione, dato che era un covo temporaneo, il boss aveva ogni genere di comfort, soprattutto quelli necessari a mantenersi in forma, come un tapis roulant, una doccia solare e una sauna, nella mansarda dell’appartamento che occupava in una palazzina a tre piani in una zona residenziale e tranquilla. Un covo provvisorio, nel quale non mancava anche il rifugio segreto. Infatti, sotto la seduta della sauna, si apriva una botola che conduceva a un incavo cieco. Un modo per sottrarsi a eventuali controlli, anche se solo temporaneamente, e che pero’ necessitava di una seconda persona nell’appartamento, perche’ il meccanismo di chiusura poteva essere azionato solo dall’esterno. E c’era anche altro, quello che lui, prima dell’arrivo dei carabinieri, ha provato ad incendiare. Vale a dire documentazione epistolare, forse anche pizzini e documenti d’identita’. Nella casa di una palazzina di tre piani, infatti, Orlando ha provato a distruggere una carta d’identita’ con la sua foto ma con un altro nome, oltre ad codice fiscale e ad una tessera universitaria. Si e’ arreso subito, senza opporre resistenza o tenare la fuga. Anzi, come riferito in conferenza stampa dal comandante provinciale dei Carabinieri, Ubaldo del Monaco, “ha alzato le mani in segno di resa”.I Carabinieri hanno sequestrato anche 6mila euro in contanti, molti documenti e lettere, una parte dei quali, il capoclan ha anche tentato di bruciare. Tra quelli che stavano per essere avvolti dalle fiamme, la carta d’identita’ con la foto del sessantenne ma i dati e le generalita’ di un’altra persona. Secondo gli investigatori, proprio le lettere, i “pizzini”, erano la sua modalita’ di comunicazione con il mondo esterno, in questi lunghi anni di latitanza, protetti da una fitta rete tessutagli attorno dalla cosca. Antonio Orlando e’ uno stretto parente dei Nuvoletta, come tutta la sua famiglia, dato che una Orlando ha sposato il capo clan dei Nuvoletta, l’unico gruppo camorristico campano federato con Cosa nostra e fortemente legato ai Corleonesi. Sequestrati anche due telefoni nella disponibilita’ di Antonio Orlando.

Nigeriani al soldo dei clan napoletani per lo spaccio della droga a Potenza: allarmante sinergia criminale

Potenza. La camorra napoletana gestisce le piazze dello spaccio di stupefacenti affidandolo ad una gruppo di nigeriani, richiedenti asilo: è l’inquietante retroscena scoperto dai carabinieri di Potenza in un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia lucana. La procura di Potenza parla di ‘allarmante sinergia’. Stamane, nell’operazione ‘Level’ sono stati arrestati 13 cittadini nigeriani – richiedenti asilo ospiti di centri di accoglienza del Potentino accusati di aver organizzato una “frenetica attività di spaccio” di eroina, hascisc e marijuana – acquistate a Napoli – nel centro storico di Potenza. I Carabinieri hanno eseguito anche otto divieti di dimora nel capoluogo lucano, a carico di persone sia italiane sia nigeriane. All’operazione, denominata “Level”, hanno partecipato 120 Carabinieri e un elicottero del Nucleo di Pontecagnano-Faiano (Salerno) dell’Arma. Le indagini, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Potenza, sono cominciate nell’ottobre del 2017. I carabinieri hanno stabilito che al vertice del clan vi era un cittadino nigeriano, Samuel Dumkwu, che, grazie alla sua “posizione di supremazia”, assicurava “un continuo rifornimento di sostanza stupefacente alla piazza di spaccio di Potenza”, dove poi la droga veniva venduta: secondo l’accusa, ha agito con “criteri tipicamente imprenditoriali”, rilevabili dalla “precisa ripartizione dei compiti affidati ai suoi connazionali”. La droga veniva comprata a Napoli e ciò ha confermato ‘l’allarmante sinergia fra criminalità straniera e quella operante nell’area partenopea’. Lo spaccio avveniva nel centro storico di Potenza, che il clan controllava in modo “monopolistico”.
-Complessivamente i Carabinieri hanno eseguito 13 ordinanze di custodia cautelare in carcere e 8 divieti di dimora. Gli arrestati sono cittadini nigeriani richiedenti asilo, ospitati nei centri di assistenza straordinaria della provincia di Potenza, mentre il divieto di dimora ha colpito sia nigeriani sia italiani. Le indagini sono state avviate nel 2007 ed avrebbero messo in luce una “frenetica” attivita’ di spaccio di eroina e cocaina nel centro storico del capoluogo lucano da parte degli arrestati. Nell’organizzazione avrebbe avuto un ruolo determinante uno degli arrestati, Samuel Dumkwu. La droga smerciata veniva prelevata a Napoli, grazie ai contatti fra la criminalita’ partenopea e quella straniera, e piazzata a Potenza. L’organizzazione sgominata dai Carabinieri aveva regole ferree per quanto concerne la ripartizione dei compiti e nell’assegnazione delle gerarchie. All’esecuzione delle misure hanno partecipato 120 militari del comando provinciale dell’Arma di Potenza.

Lavori sul viadotto San Marco a Castellammare, la pioggia ritarda l’apertura del tratto: è caos viabilità

Castellammare di Stabia. Maltempo, ritardi e caos traffico per l’apertura del viadotto San Marco. La pioggia di stanotte ha bloccato i lavori di completamento sul viadotto San Marco, la riapertura del tratto interessato è stato posticipato di alcune ore, anziché alle 6,30 di stamane, alle 12, salvo il protrarsi di condizioni meteo avverse. L’Anas, infatti, ha comunicato con una nota che “A causa dell’incessante pioggia abbattutasi sulla Campania durante la notte, che non ha reso possibile il completamento della fase dei lavori sul viadotto ‘San Marco’, si comunica che questa mattina, martedì 27 novembre, il ripristino della circolazione in direzione di Napoli, lungo la SS145 ‘Sorrentina’ nella tratta compresa tra lo svincolo di Castellammare Ospedale (km 3,600) e lo svincolo di Gragnano (km 7,200), avverrà alle ore 12 circa (anziché alle 6.30, come stimato nella calendarizzazione dei lavori in corso), salvo il protrarsi di condizioni meteo particolarmente avverse. La riapertura della tratta di statale in orario diurno – prosegue l’Anas – resta sempre confermata alle ore 6.30, fatte salve eventuali temporanee modifiche d’orario che dovessero eventualmente rendersi necessarie in relazione all’avanzamento delle attività lavorative e che comunque saranno tempestivamente comunicate forze dell’ordine ed enti territoriali”.

Era stato il nipote Armandino Lubrano a curare la latitanza del boss Antonio Orlando mazzulill. LE INTERCETTAZIONI, IL VIDEO

Secondo il gip Francesca Ferri che nel 2016 firmò l’ordinanza cautelare nei confronti 32 esponenti del clan Orlando e tra questi anche quello che fino a stamane era il capo latitante Antonio Orlando mazzulill era il nipote “Armando Lubrano da tempo è ritenuto il braccio destro di Antonio Orlando di cui curerebbe anche la latitanza come emerge dalla conversazione ambientale del 10.09.15 corredata dalle immagini relative ad un incontro tra Lubrano Vincenzo insieme a Polverino Vincenzo, De Luca Pietro, Rusciano Gianluca e Bocchetti Roberto nel corso della quale Lubrano Vincenzo fa espresso riferimento ad Armandino che mantiene il latitante Antonio Orlando, figlio della sorella Giuseppina. Il giovane rampollo del clan di recente è tornato a far parlare di se per un inchiesta che sta conducendo la Dda perché scoperto a usare tablet nel carcere dove era detenuto
Polverino Vincenzo: mo ti dico un’altra cosa l’aspetti tu qua a tuo zio se viene
UOMO 2 no..! perché Angelino alle quattro
Polverino Vincenzo: oggi?
U2: alle quattro, dice che zio Tonino è venuto e che loro l’hanno sentito parlare …pausa…
Lubrano Vincenzo: noi poi parliamo con lui e diciamo come se stiamo ad Aversa un paio d’ore…
Polverino Vincenzo: ma oggi viene pure zio Antonio?
Lubrano VINCENZO: EH …LA VERITÀ PROPRIO A LUI LO APPOGGIA ARMANDINO!
U2. eh stamm sempre ah…
Vincenzo: io ci sono stasera solo …ah… per…ah..
ZV: perché..ah… (Si sovrappongono le voci)
U2: a chiamarlo mo?
ZV: e la sorella di Lorenzo ..il matrimonio..?
Vincenzo: la sorella di Lorenzo il 15!
ZV: E Può essere che ci stà? Quando è martedì?
Vincenzo: E oggi che coseè 10? è martedì! (ndr: parlano del matrimonio di Michele D‟Ambra e Maria Nuvoletta che si terrà il 15 Settembre 2015) …incomprensibile… si sovrappongono le voci a bassa voce.
Vincenzo: è strano che sono andati al lato di Santa Maria! (ndr: Vincenzo intende dire che il ristorante che hanno scelto “ Tenuta San Domenico” è sita in Sant’Angelo in Formis in provincia di Caserta vicino Santa Maria Capua Vetere
ZV: Davvero? E noi non ci sappiamo nemmeno arrivare!
Vincenzo: è… quello pure Armando ha detto a gennaro vedi un po dove si trova questo ristorante e se qualcuno fa le fotografie cose…(ndr: Vincenzo intende dire che Armando Lubrano si preoccupa di sapere dove si trova il ristorante e se cè qualcuno che fa le foto, nel senso che si guardano bene del fatto di non essere visti).

Renato Pagano

@riproduzione riservata

Omicidio di Mondragone, svolta nelle indagini dei Carabinieri: in due fermati

Omicidio di Mondragone, svolta nelle indagini dei Carabinieri: in due fermati . Il killer sarebbe arrivato in scooter insieme ad un complice. Sembra esserci una svolta nell’omicidio di Salvatore De Rosa, avvenuto il 17 novembre scorso a Mondragone. Due persone sono state fermate dai carabinieri per l’omicidio: si tratta di Slimane Mohamed, 50 anni circa, tunisino e di un rumeno che l’avrebbe accompagnato sul posto in sella ad uno scooter.
L’ omicidio sarebbe avvenuto al termine di una lite. Entrambi gli arrestati sono residenti a Mondragone. Non sono trapelati ancora i dettagli sul movente dell’omicidio. La vittima fu colpita a morte con colpi di pistola al petto.

 Gustavo Gentile

Truffe agli anziani: 14 anni di carcere per la banda dei napoletani

La quinta sezione della Corte d’Appello di Napoli ha emesso la sentenza nei confronti di tre  napoletani accusati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa agli anziani. Reato tanto diffuso ultimamente, ed altrettanto odioso perché va a fare leva sulla sensibilità e la fragilità delle persone anziane. I fatti si erano svolti durante il 2016 nella provincia di Campobasso, ed un episodio aveva visto coinvolto anche un anziano signore di Sorrento, che in casa sua, al parco Cinzia si era visto “spillare” quasi 600 euro con la solita , ma efficace, scusa dell’anticipo per le spese legali per risolvere un fantomatico incidente stradale subito da un prossimo congiunto.
Ebbene, i tre uomini sapevano essere talmente convincenti da farsi consegnare il denaro senza neanche tanti sforzi. Bastava fare una chiamata e fingersi avvocato o maresciallo dei carabinieri, chiedere una somma di denaro, quasi sempre nella disponibilità degli ignari anziani, e dire che di lì a poco sarebbe passato un proprio incaricato, che la truffa era consumata. Ad incastrare i quattro uomini (per uno di loro si è proceduto separatamente) le telefonate intercettate sulle loro utenze “citofono”. Le condanne in primo grado, col rito abbreviato, avevano sfiorato i 6 anni. Tutte confermare oggi dalla corte d’appello di Napoli, tranne che per il sessantenne A.A. di Napoli, che assistito dalla penalista stabiese Olga Coda si è visto ridurre la pena di 2 anni.

Spacciava nella zona di Rovigliano, preso lo stabiese Giuseppe Guida

Gli agenti della Polizia di Stato del Commissariato di Torre Annunziata hanno arrestato Giuseppe Guida, 20enne di Castellammare di Stabia per il reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente. Nell’ambito di un predisposto servizio finalizzato al contrasto del fenomeno dello spaccio di sostanze stupefacenti, a seguito di un’attività info investigativa, i poliziotti hanno effettuato una serie di controlli con l’ausilio di unità cinofile dell’Ufficio Prevenzione Generale della Questura di Napoli. Gli agenti si sono recati in zona Rovigliano nell’appartamento dove era domiciliato il giovane. A seguito del controllo effettuato i poliziotti hanno rinvenuto 50 grammi di cocaina nonché un bilancino di precisione , un coltello a serramanico con tracce di sostanza stupefacente alla punta e due piccoli involucri di cellophane termosaldati contenente sostanza del tipo canapa indiana. La sostanza stupefacente e tutto il materiale per il confezionamento è stato sequestrato, mentre il 20enne è stato arrestato e sottoposto alla misura degli arresti domiciliari in attesa del processo con rito direttissimo.

Rubano opere d’arte vestiti da fantasma: identificati e denunciati

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Oggi alle ore 12, nella Sala Stampa del Comando Provinciale dei carabinieri di Milano via Moscova, si svolgerà una conferenza stampa durante la quale il capitano Fabio Volpe, della Compagnia di Pavia, esporrà gli esiti dell’attività d’indagine denominata “Operazione Ghostbusters” che ha portato al denuncia in stato di libertà di due italiani ritenuti responsabili del furto di due opere d’arte vestiti da fantasmi.

I compro oro, dal boom alla crisi

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Ormai da anni i Compro oro fanno parlare l’opinione pubblica della loro controversa esistenza. La loro ascesa, evidente sin quasi a sembrare inarrestabile nel pieno della crisi economica, ha iniziato a sgonfiarsi da alcuni anni, sino a tramutarsi in vero e proprio declino.
Sono proprio le statistiche a chiarire il quadro: se nel 2013 si potevano contare 35mila compro oro disseminati lungo tutto il territorio nazionale con particolare riferimento alle grandi città, soprattutto compro oro a Roma, Milano, Torino, Napoli, oggi ce ne sono circa 15 mila in meno. A fornirle è l’Associazione Nazionale Tutela Comparto dell´Oro, che da tempo ragiona anche sulle cause di questa crisi.

Il calo delle quotazioni

Il primo motivo indicato dagli esperti per la crisi del comparto sarebbe da ricercare nel netto abbassamento delle quotazioni del metallo sul mercato internazionale. Basti pensare al proposito come nell’arco di appena un anno l’oro abbia fatto registrare un calo di quotazione pari al 30%, pari a circa 14 euro. In un settore che vive e prospera soprattutto sulle quotazioni, si tratta di una contrazione gravissima, che ha contribuito non poco a incidere sul numero di Compro oro in attività lungo lo stivale.

Gli altri motivi della crisi

Se le quotazioni dell’oro hanno avuto un certo peso nella scrematura dei compro oro, sarebbe però riduttivo affermare che la crisi in cui versa il settore sia dovuta solo ad esse. Anzi, sono molti gli osservatori che fanno notare come la crisi fosse iniziata ben prima che il metallo giallo facesse registrare una caduta così netta delle sue quotazioni.
In particolare gli stessi addetti ai lavori fanno notare come proprio l’evoluzione della crisi economica seguita allo scoppio della bolla dei mutui subprime, che ha spinto molte famiglie ad alienare il proprio oro, abbia preparato la strada alla contrazione degli affari, per mancanza di materia prima. Detto in parole povere, le famiglie colpite duramente dal mix tra crisi e austerità hanno rapidamente esaurito le scorte di metallo prezioso. Un dato di fatto reso ancora più evidente dal fatto che mentre chiudevano i compro oro posizionati nei quartieri popolari, ne aprivano di nuovi in quelli residenziali.

Le norme antiriciclaggio

Infine, occorre anche ricordare come proprio per rispondere agli allarmi destati agli albori dal fenomeno, quando molti compro oro sono stati usati come strumento di riciclaggio dei capitali sporchi, siano stati varati provvedimenti tesi a fare chiarezza anche sul piano normativo. La punta dell’iceberg in tal senso può essere considerato il disegno di legge 237, per effetto del quale gli operatori del settore vengono equiparati a quelli professionali e si vara un complesso di norme antiriciclaggio sempre più preciso. Un quadro che però ha spaventato molti esercenti, i quali hanno preferito chiudere, lasciando il campo a quelli che intendono reggere la sfida puntando sempre di più sulla professionalità e la capacità imprenditoriale.

Autocertificazione stato di famiglia: cos’è e a cosa serve

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Nei rapporti con la Pubblica Amministrazione o con svariati soggetti privati, può capitare di vederci richiedere lo Stato di Famiglia. Con tale denominazione si indica il documento che va ad indicare la residenza e la composizione della famiglia anagrafica, una sorta di elenco di tutte le persone che abitano in una determinata casa o appartamento, anche nel caso in cui non sussista alcun rapporto di parentela tra di loro.
Il certificato in questione può essere facilmente ottenuto recandosi personalmente all’apposito sportello del proprio comune oppure richiedendone l’invio per posta, ove l’ente locale offra tale servizio. In alternativa è poi possibile richiederlo online al sito istituzionale dello stesso comune. Per chi non abbia in simpatia le complicazioni che potrebbero sorgere, è però possibile produrlo in autocertificazione.

Autocertificazione: come funziona?

La possibilità di ricorrere all’autocertificazione stato di famiglia è stata introdotta nel nostro ordinamento a partire dal 2012. Si tratta di un documento contenente una dichiarazione firmata dell’intestatario del documento stesso, il quale può essere usato nei rapporti con la Pubblica Amministrazione, ovvero con le scuole, le aziende ospedaliere, le Aziende Sanitarie Locali e altri soggetti analoghi.
L’autocertificazione, inoltre, può essere utilizzata nel caso di società o enti i quali gestiscono, o hanno in concessione, pubblici servizi, categoria che include ad esempio i fornitori di luce e gas o le aziende di trasporto locale. Anche nelle relazioni con soggetti privati, ad esempio le banche, l’autocertificazione può essere prodotta, ma in questo caso sarà la controparte a decidere se accettarla o meno. La possibilità è invece da escludere nel caso dell’autorità giudiziaria, per ovvi motivi.

Cosa accade se si dichiara il falso?

L’autocertificazione rappresenta quindi un valido strumento per poter bypassare le lungaggini burocratiche e rendere più semplici i rapporti con una lunga serie di soggetti, in particolare quelli pubblici. La sua validità, nel caso dello Stato di Famiglia è di sei mesi, trascorsi i quali il documento non cessa la sua utilità, a patto che l’utente il quale lo utilizzi provveda a dichiarare che la composizione del nucleo non ha subito modifiche nel frattempo. L’esecuzione di tale operazione comporta la semplice aggiunta di questa dichiarazione in fondo al documento, per poi apporre la firma dell’interessato.
Occorre però ricordare che la dichiarazione deve corrispondere a verità. Dichiarare il falso in sede di autocertificazione, anche dello Stato di Famiglia, può infatti esporre al rischio di una verifica da parte delle autorità di controllo. Una violazione di questo genere, sulla base di quanto disposto dal DPR 445/2000, testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, viene infatti equiparato ad un vero e proprio reato penale, il falso ideologico, tale da far scattare conseguenze civili e penali a carico dell’autore della falsa dichiarazione, a partire da una pena detentiva.

Omicidio del boss di Foggia: catturato uno dei presunti killer

E’ stato catturato uno dei due killer di Rocco Dedda, il mafioso ucciso il 23 gennaio del 2016 a Foggia, alla presenza della convivente e del figlio di 4 anni. Si tratta di uno degli omicidi piu’ cruenti dell’ultima guerra di mafia tra i clan Sinesi-Francavilla (di cui faceva parte Dedda) e i Moretti-Pellegrino-Lanza. Gli agenti della squadra mobile del capoluogo pugliese e del Servizio Centrale Operativo hanno eseguito il fermo di indiziato di delitto, emesso dalla procura distrettuale di Bari, nei confronti di uno dei due autori materiali dell’omicidio, ritenuti elementi di spicco del clan mafioso di Foggia dei “Sinesi Pellegrino”. I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terra’ questa mattina presso la questura di Foggia, alla presenza, tra gli altri, del Procuratore Aggiunto Coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, Francesco Giannella e del questore della provincia di Foggia, Mario Della Cioppa. Il nome di Rocco Dedda (alias “Tempo Zero” e “Sombrero”) e’ nella recente lista di vittime della guerra di mafia a Foggia, scatenata, da un lato, dalla batteria dei Sinesi-Francavilla della quale “Sombrero” faceva parte, dall’altro lato dai Moretti-Pellegrino-Lanza.

Traffico di droga tra Napoli e Potenza: 21 misure cautelari

Ventuno misure cautelari sono state eseguite stamani dai Carabinieri al termine di indagini su altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di detenzione a fini di spaccio di droga, proprio nel capoluogo lucano. Le misure cautelari sono state eseguite a Potenza – dove e’ stata sgominata “una cellula criminale nigeriana” – a Napoli e in alcuni comuni della provincia di Potenza. Alcuni dei 21 indagati sono stati arrestati e saranno detenuti in carcere, ad altri e’ stato notificato il divieto di dimora. La base del clan era proprio a Potenza.

Scossa di terremoto nella notte tra le province di Piacenza e Genova

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Una scossa di terremoto di magnitudo 3.2 e’ stata registrata alle 00:04 tra le provincia di Piacenza e Genova. Secondo i rilevamenti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il sisma ha avuto ipocentro a 8 km di profondita’ ed epicentro a 2 km da Ferriere in provincia di Piacenza e a 12 da Santo Stefano d’Aveto in provincia di Genova. Non si segnalano danni a persone o cose.

Camorra: preso il boss super latitante Antonio Orlando mazzolillo

Era tra i 100 latitanti più ricercati d’Italia. E nella notte la sua fuga è finita a Mugnano, non lontano dalla sua Marano. Antonio Orlando detto mazzolillo è stato stanato in un appartamento di Mugnano. I carabinieri erano sulle sue tracce da mesi. Era ricercato dal 2003. Il boss, 60 anni, nonostante la sua latitanza non faceva mancare la sua presenza ai summit di camorra nella zona, come quando nell’agosto del 2015 partecipò al summit con i Polverino e i Nuvoletta in cui gli Orlando presero il controllo di tutte le attività illecite nella zona di Marano e dintorni diventando di fatto una delle cosche più potenti della provincia di Napoli. Gli investigatori avevano piazzato delle cimici nell’auto di alcuni suoi affiliati di primo piano e poterono ascoltare i commenti all’andata e al ritorno dell’incontro e in quelle circostanze ebbero la certezza della presenza di Antonio Orlando ai summit.Sul suo capo pendono due ordinanze di custodia cautelare con l’accusa di associazione di tipo camorristico emesse dalla Dda di Napoli. “Anche per lui la pacchia è finita. Grazie alle Forze dell’Ordine e agli investigatori: ci fanno cominciare bene la giornata e ci fanno essere ancora di più orgogliosi di loro”. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini.

(nella foto una immagine di archivio di un arresto di Antonio Orlando giovanissimo)

Nuova bufera su Arzano: l’imprenditore ‘sponsor’ di un consigliere di maggioranza a una cena con un killer del clan Amato Pagano

Arzano. Imprenditoria & camorra: alla festa del clan Misso con il killer Renato Napoleone. Una nuova bufera si abbatte sul comune di Arzano già sciolto per infiltrazioni camorristiche nel 2008 e 2015. Stavolta ad essere immortalato con quello che la Direzione distrettuale antimafia definisce il killer del clan Amato-Pagano Renato Napoleone (seduto sulla sedia), il reggente del cartello scissionista nei comuni di Arzano e Melito attualmente il capo zona del clan della 167 che sarebbe stato molto attivo durante la campagna elettorale del 2017. Tra i presenti nientemeno che un imprenditore con addentellamenti addirittura presso il ministero della pubblica istruzione. Un imprenditore molto attivo durante l’ultima campagna elettorale per il suo “compariello” poi eletto a consigliere comunale di maggioranza. La foto, scattata durante una festa in onore di alcuni esponenti del clan Misso poi finiti in carcere poiché ritenuti i sicari che nel 2006 durante la faida di Scampia uccisero in via Cardarelli ad Arzano a colpi di Kalashnikov, i fratelli Ciro e Domenico Girardi. Nessun reato, ma pur sempre sintomatico di rapporti che sul territorio arzanese paiono essere neppure troppo velati tra consiglieri comunali e il mondo della criminalità organizzata e in particolare con esponenti del clan egemone della 167. Clan che a quanto pare registrò anche l’ intimidazione ai danni del rivale del sindaco Fiorella Esposito che dovette addirittura scappare inseguito da uomini con casco integrale dentro la caserma dei carabinieri di Arzano. Napoleone è anche accusato di essere l’esecutore unitamente a Francesco Russo detto cicciariello, del duplice omicidio avvenuto nel 2014 in cui finirono sotto i colpi dei killer l’innocente Vincenzo Ferrante e il boss del clan Moccia, Ciro Casone.

Antonia Blasetti

La lettera choc del figlio di Mariarca al padre assassino: ‘Papà ma quando esci uccidi anche me?’

“Il bambino – ha raccontato la zia Virginia – comunica solo con lettere, in cui scrive quello che prova e come sta. E mia sorella, quando lo vede giù, cerca di farlo parlare, gli chiede se vuole scrivere al papà. Nell’ultima lettera ha scritto al padre che ha paura che quando uscirà dalla galera ammazzerà anche lui come ha ammazzato la mamma. Il bambino non chiede nulla, ma te ne accorgi dagli atteggiamenti che gli mancano i genitori. E’ stato deluso, perché lui adorava il papà”.  Non parla più il figlio di Maria Archetta (Mariarca) Mennella, accoltellata a morte a trentotto anni, il 23 luglio del 2017, dall’ex marito Antonio Ascione, pizzaiolo di 45, nell’appartamento di Musile dove la donna si era da poco trasferita da Torre del Greco con la ragazzina di quindici anni e il bambino di nove, nel tentativo di rifarsi una una vita dopo la separazione. “Il bambino – ha continuato Virginia Mennella, sorella di Mariarca a Tg2 Dossier -, chiedeva continuamente alla nonna di telefonare alla mamma e la nonna gli diceva che la mamma non poteva rispondere al telefono perché stava lavorando. Allora il bambino insisteva per chiamare il papà. Poi il piccolo ha iniziato ad arrabbiarsi e la nonna, che stava malissimo, gli ha detto: Mi dispiace, la mamma non c’è più perché tuo padre l’ha uccisa. Il bambino l’ha saputo in questo modo”. Per l’uccisione dell’ ex moglie, Antonio Ascione è stato condannato a vent’anni di carcere con il rito abbreviato.

E’ tornata a casa la ragazza scomparsa 4 giorni fa da Capodrise

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“Bravata” della ragazza scomparsa! Michela è tornata a casa. Si era allontanata volontariamente. Della sua scomparsa si era interessata anche la trasmissione “Chi l’ha visto”, Siamo lieti per lei, i suoi familiari e per i suoi amici che tanto si erano dannato lanciando messaggi di disperazione sui social.  Michela Acciaro era scomparsa il 21 novembre da Capodrise. L’ultima volta Michela era stata vista dirigersi verso la stazione di Marcianise. Il tam tam mediatico si era diffuso e gli amici sui social aveva diffuso la sua foto e il seguente messaggio: “È di costituzione robusta, altezza circa 1,60, al momento della scomparsa indossava un capotto nero e una borsa verde”. Ma Michela si era allontanata volontariamente e oggi è tornata a casa.

 Gustavo Gentile

Bombe e pizzo a Scafati, chiesti 57 anni di carcere per Buonocore & C.. ECCO LE RICHIESTE

Scafati. Estorsioni, armi, droga: nove richieste di condanna e un’assoluzione per i ‘signori’ del pizzo di Scafati che a suon di pistolettate e bombe chiedevano le tangenti ai commercianti scafatesi. Cinquantasette anni di carcere questa la somma degli anni di reclusione chiesta stamane dal pm della Dda Giancarlo Russo al giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Salerno. Ma l’udienza di stamane ha anche registrato una piccola sconfitta per la pubblica accusa che ha chiesto di far acquisire agli atti del processo alcune intercettazioni telefoniche dal quale si sarebbe evinto il coinvolgimento di Giuseppe Buonocore, genero del boss Franchino Matrone, ritenuto uno dei capi di questo gruppo criminale nel traffico e nella detenzione di armi (mitragliette, pistole). Le intercettazioni, secondo quanto prospettato dall’accusa, avrebbe consentito al giudice di provare nuove accuse nei confronti di Buonocore. Secondo i pm Russo e Silvio Marco Guarriello, il riascolto delle conversazioni ‘ha consentito di far venire alla luce nuovi e più importanti elementi’ per consentire al giudice di raggiungere un giudizio di colpevolezza nei confronti non solo di Buonocore ma anche degli altri imputati per i reati legati alla detenzione di armi clandestine (fucili, pistole, mitragliette).
Ma il Gup, accogliendo la tesi dei difensori, sia di Buonocore – Massimo Autieri e Stella Criscuolo – che degli altri imputati ha ritenuto che il deposito non fosse tempestivo: le conversazioni acquisite nel 2017 erano già a disposizione della Procura prima della fissazione dell’udienza preliminare, tanto che anche la Procura ne ha dato atto.
Ma quelle prove potrebbero non andare perdute (tutti gli imputati hanno chiesto il giudizio abbreviato) ma potrebbero essere un buon viatico per nuove accuse nei confronti dei soggetti coinvolti, tutti orbitanti intorno alla figura di Franchino Matrone e del genero Buonocore.
Al termine della requisitoria, il pm Russo ha formalizzato le richieste di pena che saranno valutate dal Giudice per le udienze preliminari, nei confronti di Peppe Buonocore, genero del boss di Scafati, Franchino Matrone ‘a belva, Francesco Berritto, Vincenzo Muollo, Pasquale Palma di Torre Annunziata, Nicola Patrone, residente a Giugliano in Campania, Elvira Improta, Vin­cenzo Nappo, detto ‘o nonno, Giovanni Barbato Crocetta, Antonio Palma di Boscoreale e Mar­cello e Pasquale Panariello, figli di Improta. Gli imputati sono accusati a vario titolo di concorso in tentata estorsione aggravata, armi, detenzione di stupefacenti, con l’aggravante del metodo mafioso. A maggio scorso, in quattro finirono in cella. Secondo gli inquirenti avrebbero chiesto tangenti a suon di bombe e proiettili. Tre i tentativi di estorsione avve­nuti tra i mesi di agosto e dicembre dello scorso anno ai danni di un imprenditore del­l’area scafatese, contestati agli imputati che facendo riferimento all’appartenenza al clan Matrone di Scafati, chiedevano ai commercianti di pagare il pizzo. Tra i vari atten­tati contestati, quello nei confronti dell’inse­gna dei Roxe Legend Bar di via Melchiade di proprietà della famiglia Buonocore. Un altro davanti al centro scommesse di via Martiri d’Ungheria “Fly Play”. E ancora, colpi di pistola calibro 7,65 nei confronti del bar La Dolce Vita di Giuseppina Generali, moglie di Dario Spi­nelli (ora pentito) per finire ad agosto 2017 quando finirono nel mirino la pescheria Acqua e Sale di via Montegrappa (a commettere l’atten­tato furono per gli inquirenti i fratelli Pana­riello) il negozio di parruccheria Nico Style di Ni­cola Tamburo. L’Antimafia nella sua conclusione indagini ha anche contestato la lettera dal carcere che Panariello spedì al fratello nella quale sarebbe emersa la volontà del detenuto di far scomparire la pistola servita per l’attentato al ristorante pescheria. A di­cembre, poi, l’estorsione al titolare di un tabacchi da parte di Giovanni Barbato Crocetta. Secondo gli inqui­renti le azioni criminose erano state ordinate da Peppe Buonocore il quale, proprio ai giudici del Riesame di Salerno, ri­badì di non essere artefice di nessun clan e il Tribunale confermò che nelle azioni delit­tuose non c’era agevolazione mafiosa.
Rosaria Federico

LE RICHIESTE DI CONDANNA
Berritto Francesco 3 anni e 2000 euro di multa
Buonocore Giuseppe 12 anni e 25 mila euro
Palma Pasquale 5 anni e sei mesi, 2000 euro
Patrone Nicola 4 anni, sei mesi 2000 euro
Muollo Vincenzo 3 anni 2000 euro
Improta Elvira Assoluzione
Nappo Vincenzo 5 anni 3000 euro
Barbato Crocetta Giovanni 7 anni, 4000 euro
Palma Antonio 6 anni 3000 euro
Panariello Pasquale 8 anni  5000 euro
Panariello Marcello 3 anni 1500 euro

Sfondano il vetro dell’auto e gli puntano la pistola in faccia: colpo da 50 mila euro

Aversa. Studiavano i suoi movimenti da tempo e sapevano bene dove e come colpire. Ed oggi sono entrati in azione poco dopo mezzogiorno. L’agguato è scattato in corso Vittorio Emanuele ad Aversa: un fiduciario di un imprenditore di una grande azienda di distributore di benzina aveva appena completato il giro per la raccolta degli incassi del week end e si stava recando in banca per depositarli quando è stato aggredito. Davanti a lui una Panda ha bloccato il transito della sua vettura ed a quel punto lo hanno raggiunto altri tre rapinatori, in sella ad una moto: due avevano il casco integrale, uno a volto scoperto. Un malvivente si è avvicinato alla vettura, impugnando una pistola, ed invitandolo ad abbassare il finestrino. Al rifiuto dell’uomo ha preso una mazza di ferro e gli ha spaccato il vetro. A quel punto non c’era più nulla da fare. Alla vittima non è rimasto che consegnare la borsa all’interno della quale vi erano circa 50mila euro in contanti. I rapinatori si sono allontanati velocemente, mentre sul posto sono giunti gli uomini del commissariato di Aversa a cui ha presentato la denuncia.

 Gustavo Gentile

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