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Casal di Principe, scatta l’operazione Alto Impatto: un arresto per droga e tre denunce

Casal di Principe– Un presidio capillare per riaffermare la presenza dello Stato e contrastare l’illegalità diffusa. È questo il bilancio dell’ultimo servizio straordinario di controllo del territorio messo in campo dai Carabinieri della Compagnia di Casal di Principe.

L’operazione, che ha visto un particolare dispiegamento di forze nel comune di Casapesenna, si è concentrata sulla verifica di soggetti sottoposti a misure restrittive, il controllo dei detentori di armi e la prevenzione dei reati predatori.

Cocaina in casa: manette per un 51enne

L’episodio più rilevante dell’operazione riguarda un 51enne di Casal di Principe. L’uomo, a seguito di una perquisizione domiciliare e personale, è stato trovato in possesso di un ingente quantitativo di stupefacenti: 112,46 grammi di cocaina. Oltre alla droga, i militari hanno rinvenuto e sequestrato bilancini di precisione e materiale per il confezionamento delle dosi. Per lui si sono aperte le porte del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove resta in attesa della convalida dell’arresto con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio.

La “rotta” dei furgoni rubati

Il monitoraggio delle arterie stradali ha portato alla luce un asse illecito tra Napoli e il Casertano. Due giovani residenti nel campo rom di via Gianturco, a Napoli, sono stati intercettati alla guida di due Fiat Scudo, entrambi risultati provento di furto. Per un 31enne e un 20enne è scattata la denuncia in stato di libertà con l’accusa di ricettazione e riciclaggio.

Armi bianche e controlli stradali

Non sono mancati interventi legati alla sicurezza pubblica e al contrasto del degrado. Una 30enne di San Cipriano d’Aversa è stata denunciata per porto di armi od oggetti atti ad offendere dopo essere stata trovata in possesso di un coltello a serramanico. Sul fronte del consumo di stupefacenti, un 39enne è stato segnalato alla Prefettura di Caserta come assuntore.

Complessivamente, il bilancio dell’attività parla di 57 persone identificate e 25 veicoli controllati, con 10 sanzioni elevate per violazioni al Codice della Strada, a testimonianza di una vigilanza che resta alta su ogni fronte della convivenza civile.

Caso Domenico, Oppido pronto a chiarire davanti al gip

Si presenterà davanti al gip per fornire la propria versione dei fatti e contribuire alla ricostruzione dell’accaduto il cardiochirurgo Guido Oppido, finito al centro dell’inchiesta sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, deceduto a due anni il 21 febbraio scorso all’ospedale Monaldi di Napoli.

Ad annunciarlo sono i legali del medico, gli avvocati Alfredo Sorge e Vittorio Manes, secondo cui Oppido “renderà interrogatorio preventivo al fine di offrire ogni utile contributo alla corretta ricostruzione degli accadimenti” e dimostrare “l’insussistenza dell’ipotesi di falso” contestata dalla Procura, oltre alla correttezza del proprio operato.

L’interrogatorio di garanzia dovrebbe svolgersi entro la fine del mese.

Le accuse: omicidio colposo e falso in cartella

Il professionista è indagato insieme ad altre sei persone per omicidio colposo in relazione al trapianto di cuore eseguito il 23 dicembre scorso sul piccolo Caliendo. A suo carico, inoltre, viene contestato anche il reato di falso in cartella clinica, in concorso con un’altra indagata, Emma Bergonzoni.

Al centro di quest’ultima accusa vi sarebbero discrepanze negli orari riportati nella documentazione sanitaria, elemento che ha spinto la Procura di Napoli a chiedere al gip l’applicazione di misure interdittive.

“Ricostruzione basata su ricordi, da verificare”

Secondo la difesa, tuttavia, l’impianto accusatorio poggerebbe su elementi non oggettivi. I legali sottolineano come la ricostruzione degli inquirenti si basi “non su circostanze e risultanze oggettive, bensì sui ricordi di alcuni componenti del personale sanitario presente in sala operatoria”.

Dati e tempistiche che, evidenziano gli avvocati, dovranno essere “attentamente verificati anche alla luce di evidenze oggettive e scientifiche”, considerando che le dichiarazioni sono state rese a distanza di mesi e che le divergenze temporali sarebbero “di modestissima entità, pari a pochi minuti”.

La difesa ricorda inoltre di aver sollecitato fin da subito accertamenti tecnici e approfondimenti investigativi per chiarire ogni aspetto della vicenda, nella convinzione che una ricostruzione completa “confermerà la correttezza dell’operato del dottor Oppido”.

Il sostegno dei genitori: “Sempre grati al professore”

Intanto, a schierarsi a favore del cardiochirurgo sono anche i genitori di 186 bambini cardiopatici curati dal medico, che tornano a difenderne l’operato dopo le dichiarazioni del legale della famiglia Caliendo.

In una nota definiscono Oppido “un cardiochirurgo eccelso” e ribadiscono il principio della presunzione di innocenza: “È un professionista innocente fino a sentenza definitiva, come sancito dall’articolo 27 della Costituzione”.

Lo scontro a distanza con il legale della famiglia

I genitori rivendicano inoltre il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, richiamando l’articolo 21 della Costituzione, e respingono le richieste di confronto pubblico avanzate dal legale della famiglia del piccolo.

“È del tutto velleitario chiedere un contraddittorio mediatico o sui social – affermano – finalizzato solo a ottenere consenso nell’opinione pubblica”.

Da qui l’invito a concentrare il confronto “nelle sedi opportune”, ovvero quelle giudiziarie, dove ciascuna parte potrà far valere le proprie ragioni.

In attesa degli sviluppi

La vicenda resta ora nelle mani della magistratura. L’interrogatorio davanti al gip rappresenterà un passaggio chiave per chiarire le responsabilità e ricostruire con precisione quanto accaduto durante l’intervento chirurgico che precedette la morte del piccolo paziente.

Rapina in pieno centro: sventato il furto del portafogli a Corso Umberto I, arrestati due algerini

Napoli – Nel pomeriggio di ieri, gli agenti della Squadra Mobile della Polizia di Stato, impegnati in servizi di controllo del territorio predisposti contro i reati predatori, hanno notato in corso Umberto I due soggetti che, dopo aver spintonato e strattonato una coppia, si sono impossessati del portafogli dell’uomo per poi darsi a rapida fuga in direzione Piazza Mercato.

Nonostante l’immediato tentativo di fuga, i poliziotti hanno avviato un breve inseguimento, raggiungendo e bloccando i due rapinatori ancora in possesso del portafogli asportato poco prima. Dal controllo successivo è emerso che uno dei due, un 40enne, era sottoposto alla misura degli arresti domiciliari e, per questo, è stato ulteriormente arrestato per evasione.

Arresti e restituzione della refurtiva

Per i due algerini, di 40 e 35 anni, entrambi con precedenti di polizia specifici per rapina, sono scattate le manette per concorso di rapina aggravata e, nel caso del 40enne, anche per evasione. I prevenuti sono stati accompagnati negli uffici della Questura di Napoli e messi a disposizione dell’Autorità giudiziaria, mentre la refurtiva – il portafogli e il contenuto – è stata restituita al legittimo proprietario.

Sequestrati oltre 900 prodotti e gadget contraffatti dell’US Avellino

La Guardia di Finanza di Avellino ha portato a termine l’operazione «Wolf’s Soccerball», sequestrando oltre 900 prodotti contraffatti recanti il marchio dell’Us Avellino, regolarmente registrato presso l’Ufficio Brevetti e Marchi. L’intervento ha riguardato uova pasquali, palloni da calcio e vari gadget venduti in diversi esercizi commerciali della provincia.

Le indagini hanno permesso di ricostruire l’intera filiera dei prodotti falsi, coinvolgendo aziende del casertano e della provincia di Padova, importatrici delle merci provenienti dalla Cina. Cinque persone, tra importatori, distributori e singoli commercianti, sono state segnalate alle Procure competenti per la gestione e la vendita di materiale contraffatto.

L’operazione conferma l’impegno della Guardia di Finanza nel contrasto alla contraffazione e alla violazione dei diritti di proprietà industriale, tutelando la reputazione della società sportiva e la sicurezza dei consumatori.

Portici, Fernando Farroni candidato sindaco della coalizione progressista

Fernando Farroni accetta la sfida e si candida a sindaco di Portici, raccogliendo l’indicazione di una coalizione progressista ampia e articolata. L’annuncio è arrivato nel corso di una conferenza stampa tenuta a Villa Fernandes, dove è stato presentato il progetto politico in vista delle prossime elezioni comunali.

Una candidatura che, secondo lo stesso Farroni, non nasce all’improvviso ma è il punto di arrivo di un percorso costruito nel tempo. «Non è una scelta individuale, né una candidatura calata dall’alto», ha sottolineato. «È il risultato di un lavoro collettivo, fatto di idee, valori e confronto quotidiano con la città».

Alla base del progetto c’è l’esperienza del comitato “Portici 2036 – Costruiamo insieme il futuro”, un laboratorio partecipato che ha coinvolto centinaia di cittadini in incontri pubblici e momenti di confronto. «Un percorso condiviso di ascolto», lo definiscono i promotori, che ha contribuito a delineare una visione per lo sviluppo della città.

A sostenere Farroni è una coalizione che mette insieme forze politiche e civiche, con l’obiettivo dichiarato di costruire un’alternativa solida per il governo locale. «Abbiamo lavorato per creare un’alleanza ampia e coerente», viene ribadito nel corso dell’incontro, con richiami anche a modelli politici già sperimentati a livello regionale.

«Siamo una coalizione aperta al confronto», viene evidenziato dai rappresentanti delle forze coinvolte, che sottolineano l’assenza di preclusioni e la volontà di dialogo. Al tempo stesso, emerge una richiesta chiara: «Servono coerenza e amore per la città».

Il progetto politico viene presentato come il risultato di un lavoro corale, destinato a proseguire anche durante la campagna elettorale. «Continueremo a confrontarci quotidianamente con i cittadini», assicurano i promotori, ribadendo la centralità della partecipazione.

Nella nota congiunta diffusa al termine dell’incontro, la coalizione insiste sul metodo: «Ascoltare la città, confrontarsi apertamente, costruire insieme le scelte». Un’impostazione che rivendica la propria autonomia rispetto ai tempi della politica tradizionale. «Il nostro percorso è cominciato ben prima della fase elettorale».

Torre Annunziata, sequestrata azienda di imballaggi per inquinamento atmosferico

Un capannone industriale di circa 2.000 metri quadrati e l’intera linea produttiva della Lubox Imballaggi s.r.l., operante a Torre Annunziata nel settore cartotecnico, sono stati sequestrati dalla squadra USES della Polizia Metropolitana di Napoli. L’intervento, eseguito il 17 marzo 2026, rientra nel più ampio piano di repressione dell’inquinamento del fiume Sarno coordinato dalla Procura di Torre Annunziata e dal Comune metropolitano.

Le indagini hanno rilevato che l’azienda continuava a produrre con emissioni in atmosfera prive della prescritta autorizzazione ambientale (AUA). La mancata installazione di un sistema adeguato di raccolta e trattamento delle acque di prima pioggia ha reso impossibile il rilascio dell’autorizzazione regionale. Per questo motivo sono stati contestati reati previsti dagli articoli 269 e 279 del Testo Unico Ambientale.

Il sequestro comprende tutti i macchinari destinati alla lavorazione, intaglio, assemblaggio e incollaggio degli imballaggi in cartone. L’operazione ha lo scopo di impedire la reiterazione dei reati e prevenire ulteriori danni ambientali, proteggendo così la qualità dell’aria e il territorio circostante.

L’intervento si inserisce nel quadro del Protocollo d’intesa siglato a dicembre 2025 dalle Procure campane e dagli enti preposti, finalizzato a controllare e reprimere i fenomeni di inquinamento del fiume Sarno e dei suoi affluenti, con la collaborazione di ARPAC e delle forze di polizia giudiziaria.

Pozzuoli, droga nascosta nell’auto: arrestato 36enne dai Carabinieri

I Carabinieri di Pozzuoli hanno arrestato un 36enne della zona, già noto alle forze dell’ordine, sorpreso in possesso di cocaina destinata alla vendita. L’operazione è scattata in via della Casa Comunale, durante un normale servizio anti-droga della sezione operativa.

L’uomo, al volante di una Fiat 500X nera, è stato notato dai militari mentre riceveva qualcosa attraverso lo specchietto retrovisore. Subito fermato e perquisito, è stato trovato con 12 dosi di cocaina e 150 euro in contanti, considerati provento dell’attività illecita. Sequestrati anche due telefoni cellulari, ritenuti strumenti per la gestione dello spaccio.

La droga era abilmente nascosta tra la guarnizione e la moquette del tettuccio dell’auto, all’altezza dello specchietto retrovisore, tecnica che non è sfuggita all’occhio dei Carabinieri. L’uomo è stato arrestato per detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio e trasferito in carcere, dove rimarrà a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

Como in lutto: è morto Michael Bambang Hartono, proprietario del club

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Como piange la scomparsa di Michael Bambang Hartono, proprietario insieme al fratello Robert Budi del Como 1907 e figura di spicco del panorama imprenditoriale internazionale. L’imprenditore indonesiano si è spento all’età di 86 anni, lasciando un patrimonio stimato in oltre 43 miliardi di dollari.

Hartono era noto non solo per il calcio, ma anche per il gruppo Djarum, leader globale nel settore del tabacco, e per gli investimenti in ambito bancario con Bca e nel campo dell’elettronica tramite Polytron. Dal 2019, sotto la sua gestione e quella del fratello, il Como1907 ha conosciuto una nuova fase societaria, affidata all’attuale presidente Mirwan Suwarso.

La comunità sportiva e il mondo imprenditoriale ricordano Hartono come un visionario capace di intrecciare business e passione per lo sport, lasciando un segno profondo sia in Indonesia sia nel calcio italiano.

Pollena Trocchia, tentano fuga con auto rubata ma il volante è bloccato e si schiantano: arrestati

Una fuga iniziata con sicurezza e finita nel giro di poche centinaia di metri. A Pollena Trocchia, in via Guindazzi, due uomini sono stati arrestati dai carabinieri dopo aver tentato di rubare un’auto e darsi alla fuga senza fare i conti con un dettaglio decisivo: il volante bloccato.

È pomeriggio quando una pattuglia della tenenza di Cercola nota due persone accanto a una Fiat 500X. Uno dei due maneggia una centralina elettronica, mentre l’altro prova ad aprire la portiera con insistenza. Un’azione rapida e mirata, che però non sfugge all’occhio dei militari.

La portiera si apre, i due salgono a bordo e provano immediatamente a scappare. Ma l’inseguimento prende una piega inaspettata. Alla prima curva emerge il problema: lo sterzo è bloccato da un antifurto meccanico inserito nella scatola dello sterzo. L’auto può solo procedere dritta.

Un errore fatale, che rende impossibile qualsiasi manovra. L’inseguimento dura appena 500 metri, poi i due sono costretti a fermarsi senza possibilità di fuga. A quel punto, per loro non resta che arrendersi ai carabinieri. I militari li hanno arrestati con le accuse di furto e resistenza. Si tratta di un 19enne e un 26enne, entrambi di Ponticelli e già noti alle forze dell’ordine. Ora sono in attesa di giudizio.

Referendum sulla giustizia: dire NO per costruire una riforma migliore ?

Anche qui in redazione, da giornale indipendente e libero quale siamo, convivono sensibilità diverse su questo referendum. È giusto dirlo, è doveroso chiarirlo.

Il collega Paolo Marra, nel suo editoriale di qualche giorno fa, ha ricordato con forza perché, secondo lui, fosse importante votare SÌ alla riforma. Lo ha fatto partendo da uno dei casi più emblematici della storia giudiziaria italiana: quello di Enzo Tortora. Un errore giudiziario devastante, simbolo di un’epoca in cui la giustizia poteva prendere abbagli clamorosi, travolgendo vite e reputazioni in modo irreparabile.

Come dargli torto?

Se si guarda la questione da quella prospettiva, pensando a Tortora e a tutti gli altri casi simili, il SÌ appare quasi una scelta naturale, istintiva.

Ma è proprio quando si prova ad andare oltre l’emozione che nasce il dubbio.

Perché, in fondo, questo referendum chiede anche un atto di fiducia. Uno slancio, potremmo dire, quasi di “fede” nell’idea di riforma proposta dal governo. Bisogna credere che questo sia solo un primo passo, che seguiranno interventi più organici, più condivisi, più definitivi.

Ma chi questa fiducia non ce l’ha? Chi non crede in questo governo o nelle sue promesse? Chi, semplicemente, ritiene che i dubbi siano troppo grandi per essere ignorati? In quel caso, il NO diventa altrettanto naturale. Ed è proprio da qui che parte la nostra riflessione.


Il grande assente: il tempo della giustizia

La vera emergenza non è stata affrontata fino in fondo: la durata dei processi.

In Italia, ottenere una sentenza definitiva può richiedere anni. Questo non è solo un problema tecnico, ma un vulnus democratico. Una giustizia lenta è una giustizia che, di fatto, non funziona.

Allo stesso modo, resta irrisolto il tema dei costi: per accedere alla giustizia, spesso, bisogna affrontare spese elevate, con il rischio concreto che il diritto diventi un privilegio per pochi.

E poi c’è la questione più delicata: la tutela delle persone non ancora condannate.

Quante volte abbiamo assistito a processi mediatici che anticipano – e spesso sostituiscono – quelli reali? Quante vite vengono travolte da accuse che, magari, si rivelano infondate anni dopo? Su questo fronte, servivano meccanismi chiari, forti, capaci di proteggere i cittadini dalla gogna prima ancora della sentenza. Anche qui, la riforma resta debole.


Separazione delle carriere: giusta idea, risposta incompleta

La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante è, in linea di principio, una scelta condivisibile. Non è un tabù. Anzi, è una proposta che negli anni è stata sostenuta anche da chi oggi si trova all’opposizione.

Il problema, però, non è l’obiettivo. È il modo.

Così come viene proposta, questa riforma non sembra avere la forza necessaria per incidere davvero sull’equilibrio del sistema. Rischia di essere un intervento parziale, privo di una visione complessiva della giustizia.

Una riforma di questo tipo non può nascere come risposta isolata, né tantomeno come strumento di semplificazione politica. Doveva essere discussa in Parlamento, nel confronto tra maggioranza e opposizione, coinvolgendo tutte le sensibilità e le competenze. Perché la giustizia non è un terreno di scontro, ma un pilastro dello Stato.


Un tema tecnico non può diventare uno scontro da referendum

C’è poi un altro punto, spesso sottovalutato ma centrale: la natura stessa della materia.

La giustizia è un ambito altamente tecnico, complesso, fatto di equilibri delicati. Affidare una decisione di questo tipo al voto popolare significa chiedere ai cittadini di esprimersi su questioni che, per essere comprese davvero, richiedono competenze specifiche.

Non è una questione di capacità, ma di contesto.

I referendum hanno avuto, nella storia italiana, un ruolo fondamentale quando si trattava di grandi temi popolari, capaci di incidere direttamente sulla vita delle persone e comprensibili nella loro essenza: dal divorzio all’aborto, passando per altre scelte cruciali che hanno segnato il Paese.

Qui, invece, siamo di fronte a un terreno diverso.

Proprio per questo, forse, la sede più giusta per una riforma della giustizia resta il Parlamento. Un luogo dove il confronto tra maggioranza e opposizione può – e deve – portare a una sintesi più alta, più consapevole, più strutturata.


Il clima da stadio che non aiuta la giustizia

A rendere tutto ancora più fragile è stato il clima che si è creato attorno a questo referendum.

Un clima da stadio, fatto di contrapposizioni nette tra il SÌ e il NO, come se si trattasse di una partita di calcio. Tifoserie contrapposte, slogan semplificati, posizioni irrigidite.

Ma la giustizia non è una curva.

Non può essere ridotta a uno scontro ideologico o a una logica di appartenenza. Richiede equilibrio, competenza, responsabilità. Tutto ciò che, in un contesto polarizzato, rischia inevitabilmente di perdersi.


Il rischio di una riforma senza visione

Il vero limite di questo referendum è proprio questo: manca una visione organica.

Si interviene su un punto importante, ma senza affrontare il sistema nel suo complesso. Senza un piano serio per ridurre i tempi dei processi. Senza una strategia per rendere la giustizia più accessibile. Senza strumenti concreti per garantire equilibrio tra accusa e difesa e per proteggere la dignità delle persone.

E allora il rischio è evidente: cambiare qualcosa per lasciare tutto, sostanzialmente, com’è.


Dire NO per costruire una riforma migliore

Dire NO, in questo caso, non è un rifiuto del cambiamento. È una richiesta di responsabilità.

È il modo per dire che la giustizia italiana merita una riforma vera, condivisa, profonda. Una riforma che parta dai problemi reali dei cittadini e non da soluzioni parziali.

La separazione delle carriere può e deve essere discussa. Ma all’interno di un progetto più ampio, capace di affrontare le urgenze che da anni attendono risposta.

Perché la giustizia non ha bisogno di interventi simbolici.

Ha bisogno di essere, finalmente, all’altezza del Paese.

Rapina choc a Casoria: famiglia immobilizzata con le lenzuola

Casoria – Intorno alle 03:15, gli autori, volti coperti da passamontagna e ancora non identificati, hanno forzato la porta d’ingresso dell’abitazione usando un piede di porco. Una volta dentro, hanno subito individuato le lenzuola di cotone bianco sul letto matrimoniale e le hanno avvolte attorno ai polsi e alle caviglie del padre (62 anni), della madre (59) e del figlio (28), stringendo abbastanza da impedire ogni movimento ma senza causare lesioni visibili.

Secondo le prime ricostruzioni dei militari, la tecnica è tipica di colpi “rapidi e silenziosi”: le lenzuola permettono di immobilizzare le vittime senza rumore, riducendo il rischio di attivare allarmi o di sentire grida che possano allertare i vicini. Inoltre, il tessuto assorbe eventuali tracce di sudore o di pelle, rendendo più difficile il rilevamento di impronte digitali sulle stesse lenzuola.

Le vittime e il bottino

Le tre persone sono state lasciate incapaci mentre i banditi rovistavano l’appartamento. Secondo le testimonianze raccolte dai carabinieri, è stato asportato esclusivamente denaro contante custodito in una cassaforte portatile nascosta dietro un quadro nel salotto; l’importo esatto non è ancora stato reso noto, ma fonti investigative parlano di alcune migliaia di euro.

Non sono stati segnalati danni a oggetti di valore, gioielli o dispositivi elettronici, né è stata forzata la cassaforte principale della casa, suggerendo che i rapinatori avessero informazioni precise su dove trovare il contante.

Nessuno dei familiari ha riportato lesioni fisiche, sebbene siano stati sottoposti a un forte spavento e a un breve stato di shock. Dopo l’intervento dei sanitari del 118, tutti e tre sono stati visitati sul posto e dimessi con una prognosi di pochi giorni di riposo.

I carabinieri hanno avviato i rilievi sul posto, acquisendo le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti sia nello stabile che negli esercizi commerciali adiacenti. Le registrazioni mostrano due individui incappucciati che si avvicinano all’ingresso intorno alle 03:10 e fuggono a bordo di una scooter grigio senza targa visibile, direzione via Garibaldi.

Gli investigatori stanno anche confrontando il modus operandi con quello di altri tre colpi avvenuti negli ultimi due mesi nei comuni di Afragola, Casavatore e Arzano, dove vittime sono state immobilizzate con lenzuola o corde e il bottino consisteva esclusivamente in contanti.

Indagini sul modus operandi e sulla banda

Questo ha portato gli inquirenti a ipotizzare l’esistenza di una piccola banda specializzata in “rapine in abitazione a basso profilo”, operante soprattutto nelle ore notturne e mirata a famiglie note per tenere liquidità in casa.

Le indagini sono coordinate dalla Procura di Napoli Nord, che ha disposto l’acquisizione dei tabulati telefonici delle celle vicine al luogo del fatto per individuare eventuali contatti tra i sospetti. Inoltre, è stata richiesta la collaborazione della Scientifica per analizzare eventuali fibre lasciate sulle lenzuola utilizzate dai malviventi.

Maxifurto nello stabilimento Prada di Dolo: razzia di scarpe di lusso per centinaia di migliaia di euro

Colpo milionario nella notte allo stabilimento Prada di Dolo, in provincia di Venezia. Un commando composto da almeno sei o sette persone è entrato in azione intorno alle 4 del mattino, portando via centinaia di paia di scarpe griffate per un valore stimato in centinaia di migliaia di euro.

Secondo una prima ricostruzione, i malviventi hanno sfondato l’ingresso del sito produttivo utilizzando alcuni veicoli, riuscendo così ad accedere rapidamente all’interno della struttura.

Strade bloccate con mezzi rubati

Per garantirsi la fuga e ritardare l’intervento delle forze dell’ordine, il gruppo ha organizzato una vera e propria “cinturazione” dell’area. Furgoni e automobili, risultate tutte rubate, sono stati posizionati lungo le vie di accesso allo stabilimento, impedendo il passaggio.

I carabinieri, giunti sul posto, si sono trovati bloccati nell’ultimo tratto di strada e hanno dovuto proseguire a piedi per raggiungere la fabbrica.

Bottino e danni ancora da quantificare

Il bottino ammonterebbe a circa 300-400 paia di scarpe di lusso, ma il numero esatto è ancora in fase di verifica. Anche il danno economico complessivo è in corso di quantificazione. Nello stabilimento di Dolo vengono prodotte quotidianamente circa 700 paia di calzature.

Sul caso indagano i carabinieri della stazione di Dolo e del Comando provinciale di Venezia. Gli investigatori hanno già acquisito le immagini dei sistemi di videosorveglianza, che potrebbero rivelarsi decisive per identificare i responsabili del colpo.

Non si esclude che si tratti di una banda specializzata in furti mirati nel settore della moda di lusso.

Epatite A, 133 casi in Campania: scattano controlli rafforzati sulla filiera dei molluschi

Sono 133 i casi di epatite A registrati in Campania dall’inizio dell’anno, con un incremento significativo nelle ultime settimane. Un dato che ha spinto la Regione a intervenire con un rafforzamento delle attività di controllo lungo l’intera filiera dei molluschi bivalvi e delle misure di prevenzione.

In una nota ufficiale, l’ente sottolinea la necessità di mantenere alta l’attenzione su sicurezza alimentare, sorveglianza epidemiologica e informazione ai cittadini, pilastri fondamentali per contenere la diffusione del virus.

Controlli estesi e rete sanitaria coinvolta

Il piano straordinario coinvolge i Dipartimenti di Prevenzione delle Asl, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno e la rete tecnico-scientifica della Direzione generale per la Tutela della Salute. L’obiettivo è intensificare i monitoraggi e prevenire ulteriori focolai, soprattutto nei comparti più esposti al rischio.

Come si trasmette il virus

L’epatite A è un’infezione acuta del fegato causata dal virus HAV e si trasmette principalmente per via oro-fecale, attraverso ingestione di acqua o alimenti contaminati o per contatto diretto con persone infette.

Uno degli aspetti più insidiosi è la possibilità di contagio anche prima della comparsa dei sintomi: il virus può essere presente nelle feci già 7-10 giorni prima dell’esordio clinico, mentre il periodo di incubazione varia tra i 15 e i 50 giorni.

Tra i sintomi più comuni si segnalano febbre, nausea, dolori addominali, malessere generale, urine scure e ittero. Nei bambini, tuttavia, l’infezione può manifestarsi anche in forma asintomatica.

Molluschi e alimenti a rischio

Particolare attenzione viene posta alla trasmissione alimentare. I molluschi bivalvi – come cozze, vongole e ostriche – rappresentano uno dei principali veicoli di contagio, poiché possono accumulare virus filtrando acque contaminate.

Il consumo crudo o poco cotto costituisce quindi un rischio elevato. Non basta la semplice apertura delle valve a garantire la sicurezza: la cottura deve essere completa e uniforme.
Oltre ai molluschi, possono risultare a rischio anche acqua non controllata, frutta, verdura e frutti di bosco.

Per questi ultimi, è fondamentale distinguere tra freschi e surgelati: i primi vanno lavati accuratamente, mentre i secondi devono essere consumati solo dopo cottura, portandoli ad ebollizione per almeno due minuti.

Le regole di prevenzione quotidiana

Le autorità sanitarie ribadiscono alcune semplici ma decisive norme igieniche:
lavare accuratamente le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi;
separare alimenti crudi e cotti;
sanificare superfici e utensili da cucina;
lavare bene frutta e verdura;
consumare solo acqua sicura;
evitare di preparare cibo in presenza di sintomi gastrointestinali.

Fondamentale anche acquistare prodotti alimentari esclusivamente da rivenditori autorizzati, verificando etichettatura e provenienza.

Vaccinazione e diagnosi precoce

La Regione ricorda che la vaccinazione rappresenta la misura più efficace di prevenzione,

soprattutto per i contatti stretti di casi accertati e per le categorie più esposte.
In caso di possibile esposizione, è essenziale intervenire tempestivamente: la vaccinazione post-esposizione, eventualmente associata a immunoglobuline, è tanto più efficace quanto più precoce è la somministrazione.

Chi presenta sintomi compatibili deve rivolgersi immediatamente al proprio medico. Nella maggior parte dei casi la guarigione è completa, ma il decorso può risultare più complesso negli anziani e nei soggetti con patologie epatiche pregresse.

Informazione e prudenza per contenere il contagio

Informazione corretta, diagnosi precoce, igiene rigorosa e comportamenti alimentari prudenti restano le armi principali per arginare la diffusione dell’epatite A. Un richiamo alla responsabilità collettiva, in una fase in cui l’attenzione sanitaria torna a salire.

Rifiuti tossici scaricati a Giugliano: due operatori ecologici agli arresti domiciliari

I Carabinieri del Nucleo Forestale di Pozzuoli hanno dato esecuzione a un’ordinanza di arresti domiciliari con braccialetto elettronico nei confronti di due uomini, dipendenti di una società incaricata della raccolta dei rifiuti urbani, ritenuti responsabili di un sistema rodato di smaltimento illecito nel comune di Giugliano in Campania.

Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Napoli Nord su richiesta della Procura di Aversa.

Otto episodi in due mesi: la ricostruzione degli inquirenti

Le indagini hanno permesso di ricostruire almeno otto episodi di abbandono, commessi tra dicembre 2025 e gennaio 2026. I due indagati, a bordo di un’auto, raccoglievano ingenti quantità di rifiuti presso siti industriali e cantieri edili — tra cui solventi, vernici e componenti di veicoli impregnati di sostanze oleose — per poi scaricarli in aree isolate del territorio giuglianese, già tristemente note come ricettacoli abituali di rifiuti.

Telecamere, satelliti e pedinamenti: così sono stati identificati

La svolta investigativa è arrivata grazie a un’analisi a ritroso della filiera illecita, supportata dall’incrocio di più strumenti: immagini di videosorveglianza, sistemi di geolocalizzazione satellitare e numerosi servizi di osservazione e pedinamento sul campo.

Partendo dall’ultimo anello della catena, i militari forestali sono risaliti progressivamente fino all’identificazione dei due autori materiali degli sversamenti.

 

Mugnano, follia al volante: ruba champagne, fugge col Tir e schianta un’auto

Mugnano – Un pomeriggio di ordinaria follia che avrebbe potuto trasformarsi in tragedia. È quello che ha visto protagonista un giovane di 26 anni, di origini rumene e incensurato, la cui sete di alcol ha scatenato il caos tra le strade di Mugnano.

Il bilancio finale parla di una denuncia per furto aggravato, un camion sequestrato e una patente ritirata, ma la dinamica dei fatti racconta di una sequenza di eventi ben più rischiosi.

Il furto e la fuga disperata

Tutto ha inizio nel tardo pomeriggio, quando il giovane giunge a bordo del suo imponente autoarticolato nei pressi di un bar del centro. Nonostante fosse già visibilmente barcollante e in stato di alterazione dovuto all’alcol, il 26enne decide di entrare nel locale.

Dopo aver consumato ulteriori bevande, l’uomo ha improvvisamente afferrato una bottiglia di champagne dagli scaffali e, senza saldare il conto, si è lanciato in una fuga precipitosa verso il proprio mezzo.

Lo schianto a bordo del tir

I titolari dell’esercizio non sono rimasti a guardare e hanno immediatamente inseguito il giovane, che nel frattempo era riuscito a rintanarsi nell’abitacolo del tir. Ignorando i richiami dei presenti, l’uomo ha messo in moto il pesante automezzo nel tentativo di seminare i suoi inseguitori.

Tuttavia, tra i riflessi annebbiati dall’alcol e la fretta della manovra, il conducente ha perso il controllo del camion, terminando la sua corsa contro una vettura regolarmente parcheggiata lungo la strada.

l rumore dell’impatto ha sancito la fine della fuga. Bloccato inizialmente dai gestori del bar, il giovane è stato preso in consegna dai Carabinieri della Sezione Radiomobile di Marano, giunti tempestivamente sul posto. I militari hanno proceduto con il sequestro del veicolo e la sospensione immediata della patente di guida.

Per il 26enne è scattata la denuncia a piede libero per furto aggravato e le sanzioni previste per la guida in stato di ebbrezza.

Fuorigrotta, spaccio nei giardini pubblici di via Cocchia: arrestato 28enne

Napoli – Proseguono i controlli antidroga dei carabinieri nel quartiere Fuorigrotta, dove i militari del Nucleo Operativo di Bagnoli hanno arrestato un 28enne del posto, già noto alle forze dell’ordine, con l’accusa di detenzione di droga a fini di spaccio.

L’intervento è avvenuto in via Cocchia, all’interno di un giardino pubblico. I carabinieri, impegnati in un servizio finalizzato al contrasto dello spaccio, hanno notato un uomo seduto su una panchina con un atteggiamento ritenuto sospetto.

Il 28enne appariva particolarmente agitato e continuava a guardarsi intorno con insistenza, insospettendo i militari che hanno deciso di procedere con un controllo.

La perquisizione ha permesso di rinvenire circa 15 grammi di sostanza stupefacente, già suddivisa in dosi pronte per la vendita, oltre a 740 euro in contanti, somma considerata dagli investigatori come possibile provento dell’attività illecita.

L’uomo, identificato in Vincenzo Amabile, 28 anni, è stato arrestato. L’arresto è stato successivamente convalidato e nei suoi confronti è stata disposta la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Sequestri milionari nel settore degli alcolici: colpite aziende tra Napoli e Caserta

La Sezione per l’Applicazione delle Misure di Prevenzione del Tribunale Civile e Penale di Napoli ha disposto il sequestro di due compendi aziendali con sedi a Mugnano di Napoli e Pastorano, riconducibili a un nucleo familiare attivo nel settore della produzione e commercializzazione di prodotti alcolici.

Il provvedimento è stato adottato su proposta della Procura della Repubblica di Napoli nei confronti di soggetti già condannati in via definitiva per una serie di reati, tra cui associazione per delinquere, frode fiscale, contrabbando di alcolici, bancarotta, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori.

Le indagini della Guardia di Finanza

L’attività investigativa, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli, ha ricostruito il sistema imprenditoriale messo in piedi dal gruppo familiare.

Secondo quanto emerso, gli indagati gestivano di fatto due società operanti nel commercio di bevande alcoliche, entrambe dichiarate fallite nel 2014.

La continuità dell’attività dopo i fallimenti

Nonostante il dissesto delle prime società, i soggetti coinvolti avrebbero proseguito l’attività imprenditoriale attraverso nuove compagini societarie, nelle quali sarebbero stati trasferiti

gli asset aziendali delle società fallite.
Un meccanismo che, secondo gli inquirenti, avrebbe consentito di aggirare le conseguenze dei fallimenti e continuare l’attività economica.

Sequestri e confisca

In una prima fase, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli ha disposto il sequestro di una società con sede a Mugnano di Napoli, attiva come liquorificio, successivamente sottoposta anche a confisca.

Successivamente è stato emesso un ulteriore decreto di sequestro riguardante l’intero compendio aziendale e le quote sociali di una seconda società con sede a Pastorano, operante nel settore della distillazione.

Quest’ultima, secondo gli investigatori, sarebbe stata formalmente intestata a prestanome ma di fatto riconducibile agli stessi soggetti, e avrebbe beneficiato di ingenti risorse derivanti dai reati economico-finanziari per i quali sono intervenute le condanne definitive.

Il valore dei beni sequestrati

Il valore complessivo dei beni sottoposti a sequestro e confisca supera i 2 milioni di euro, a conferma della rilevanza economica dell’operazione e della portata del sistema illecito ricostruito dagli inquirenti.

Sangue a Ercolano nel giorno del compleanno: cerca di sgozzare il coinquilino per una donna, arrestato 62enne

Ercolano – Mancano pochi minuti alle 22 quando la tensione esplode in un appartamento a pochi passi dal litorale di Ercolano. È una serata che dovrebbe essere di festa per un 38enne, ristretto in regime di arresti domiciliari, che proprio in quelle ore compie gli anni. Invece, la convivenza con un uomo di 62 anni si trasforma improvvisamente in una scena da incubo.

Al culmine di una violenta discussione, è lo stesso 38enne a riuscire a lanciare l’allarme, chiedendo il disperato intervento dei carabinieri della locale Tenenza.

Il coltello nel lavello e le mani insanguinate

Pochi minuti dopo, una gazzella dell’Arma raggiunge l’abitazione. La scena che si presenta davanti ai militari è drammatica: fuori dalla porta c’è il 38enne, sotto shock e ricoperto di sangue, con profonde ferite da taglio all

e mani. Riferisce ai carabinieri che il suo coinquilino e aggressore si trova ancora all’interno. I militari fanno irruzione nell’appartamento e trovano il 62enne seduto, in un silenzio glaciale. L’uomo non oppone resistenza, non pronuncia una parola e si limita a indicare il lavello della cucina. All’interno c’è l’arma del delitto: un coltello da cucina appena utilizzato e ancora sporco di sangue.

L’ombra della gelosia e il trasferimento in carcere

Messo alle strette, il 62enne crolla e ammette di aver aggredito quello che definisce un suo “ex amico”. L’intento era mortale: voleva colpirlo dritto alla gola. Una tragedia sfiorata solo grazie all’istinto di sopravvivenza della vittima, che per difendersi ha parato i colpi afferrando disperatamente la lama a mani nude. I militari dell’Arma fanno scattare immediatamente le manette.

Mentre gli investigatori cercano di ricostruire l’esatta dinamica, emergono dichiarazioni contrastanti tra i due, ma con un unico comune denominatore: una donna. Si tratta della compagna del 38enne, figura centrale in una vicenda che assume rapidamente i contorni oscuri della gelosia. L’arma è stata posta sotto sequestro, mentre il 62enne è stato tradotto in carcere, dove dovrà rispondere della pesante accusa di tentato omicidio.

Narcotraffico tra Spagna e Napoli: condannato a 12 anni Antonio Pompilio

Napoli – Si chiude con una condanna a 12 anni e 8 mesi di reclusione il processo di primo grado contro Antonio Pompilio, figura di primo piano del clan Amato-Pagano

. La sentenza, emessa dal Gup del Tribunale di Napoli con rito abbreviato, ha visto una riduzione rispetto alla richiesta iniziale del pubblico ministero, che aveva sollecitato 23 anni di carcere. Il giudice ha infatti riconosciuto il vincolo della continuazione tra i reati contestati, ricalcolando la pena finale per l’uomo considerato il “regista” dei carichi di droga verso il capoluogo campano.

Il braccio operativo degli Amato-Pagano

Conosciuto negli ambienti criminali con il soprannome di “o’ cafone”, Pompilio non era un semplice gregario. Secondo le ricostruzioni della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), la sua ascesa nella geografia criminale di Napoli Nord è stata costante: da referente del clan per i comuni di Mugnano e Melito, fino a raggiungere i vertici della cosca insieme a Enrico Bocchetti.

Pompilio è descritto come un elemento capace di muoversi agilmente tra le diverse anime della malavita, consolidando il potere degli “Scissionisti” (protagonisti della sanguinosa faida di Scampia contro i Di Lauro) grazie a una spiccata capacità organizzativa nel settore degli stupefacenti.

L’asse Barcellona-Napoli e il legame con Imperiale

Il ruolo più delicato di Pompilio riguardava la gestione delle rotte internazionali della cocaina. L’imputato agiva come delegato ai rapporti con Raffaele Imperiale, il broker mondiale della droga oggi collaboratore di giustizia. Pompilio faceva spesso la spola con la Spagna, snodo cruciale per il transito della polvere bianca dal Sudamerica verso le piazze di spaccio napoletane.

Proprio in terra spagnola si era interrotta la sua latitanza. Nel gennaio dello scorso anno, i Carabinieri, in stretta collaborazione con la Policia Nacional, lo avevano individuato e catturato a Barcellona. Pompilio era riuscito a sfuggire alla cattura alla fine del 2024, scampando al blitz dell’operazione “Champions League” che aveva smantellato gran parte dell’organigramma degli Amato-Pagano.

Mentre per lui la giustizia ha emesso il primo verdetto, il processo per gli altri co-imputati coinvolti nella medesima inchiesta prosegue nelle aule del tribunale partenopeo.

Angri, si cercano i pirati della strada che hanno investito e ucciso l’insegnante 45enne

È caccia ai due pirati della strada che martedì sera, ad Angri, hanno travolto e ucciso Emiliana Natale, 45 anni, insegnante, madre di due figli. Una tragedia che ha scosso l’intera città e su cui ora si concentrano le indagini della polizia municipale, impegnata a ricostruire ogni dettaglio per risalire all’identità dei conducenti coinvolti.

Gli agenti, stanno passando al setaccio le immagini dei sistemi di videosorveglianza pubblici e privati installati lungo via Nazionale. L’obiettivo è tracciare il percorso delle auto coinvolte e chiarire responsabilità e dinamica dell’incidente. Ogni frame potrebbe essere decisivo per dare un volto a chi era al volante.

La dinamica choc: investita e trascinata per oltre un chilometro

Secondo una prima ricostruzione, la 45enne stava attraversando la strada, poco dopo le 20, nei pressi di una farmacia, quando è stata colpita da una prima vettura. Subito dopo, una seconda auto sopraggiunta l’avrebbe travolta nuovamente, agganciandola e trascinandola per oltre un chilometro.

Solo all’altezza dell’incrocio tra via Nazionale e il cavalcavia delle Fontane il conducente del secondo veicolo si sarebbe accorto della presenza del corpo incastrato sotto l’auto. A quel punto è stato lanciato l’allarme.

Il primo automobilista, un giovane operaio del posto, avrebbe riferito agli investigatori di essersi fermato immediatamente dopo l’impatto con l’intenzione di prestare soccorso. Ma sarà l’inchiesta a chiarire se e in che misura vi siano responsabilità penali.

I soccorsi e la corsa disperata in ospedale

Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118 e i vigili del fuoco, necessari per liberare il corpo della donna rimasto incastrato sotto la vettura. Le condizioni sono apparse subito gravissime.

Trasportata d’urgenza all’ospedale di Nocera Inferiore e poi trasferita al Cardarelli di Napoli, Emiliana Natale presentava un quadro clinico devastante: frattura del bacino, lesioni alla vena iliaca, rottura del diaframma e gravi danni agli organi interni. Nonostante i tentativi dei medici e la speranza dei familiari, il suo cuore ha smesso di battere nel primo pomeriggio di ieri.

Il dolore della città: “Una vita spezzata”

La notizia della morte dell’insegnante si è diffusa rapidamente ad Angri, lasciando sgomento e dolore. Emiliana lavorava in una scuola privata a poca distanza dal luogo dell’incidente ed era conosciuta e stimata.

«Angri perde Emiliana a causa di un terribile incidente che ci ha lasciato senza parole – ha dichiarato il sindaco Cosimo Ferraioli –. Era una di noi: una donna, una madre, una moglie. Una vita spezzata in un attimo, in un modo che non dovrebbe mai accadere».

Intanto le indagini proseguono senza sosta. Gli investigatori cercano risposte, ma soprattutto cercano chi, quella sera, era alla guida. Perché dietro quella tragedia restano ancora troppe ombre da chiarire.