Milano – Al fotofinish, prima che il tempo a disposizione scadesse e le strade si separassero, la Procura di Milano ha trovato la quadra su uno dei fascicoli più caldi del calcio italiano. La firma del pubblico ministero Maurizio Ascione sulla richiesta di archiviazione per il capitolo principale dell’inchiesta arbitri è infine arrivata.
Cade così l’ipotesi di reato più pesante, quella di frode sportiva, a carico del designatore Gianluca Rocchi e della stessa società Inter, indagata per la responsabilità amministrativa degli enti (legge 231). Due anni di indagini serrate, pedinamenti e intercettazioni non hanno prodotto prove sufficientemente solide per reggere l’urto di un processo penale.
Il braccio di ferro tra i corridoi del Palazzo di Giustizia
La decisione è tutt’altro che indolore e arriva al termine di ore frenetiche. Fino a ieri sera, i corridoi del Palazzo di Giustizia di Milano hanno registrato un duro braccio di ferro tra il pm titolare del fascicolo, Maurizio Ascione – convinto della bontà del materiale accusatorio – e i vertici della Procura, il procuratore capo Marcello Viola e l’aggiunto Paolo Ielo. Questi ultimi ritenevano le contestazioni prive di quella “ragionevole probabilità di condanna” richiesta dalle norme vigenti per affrontare il dibattimento.
Un faccia a faccia risolto solo stamattina, alla vigilia del trasferimento dello stesso Ascione alla Procura europea (Eppo). La firma congiunta mette fine alla spaccatura interna, sigillando la richiesta di archiviazione per le presunte designazioni “pilotate” o gradite al club nerazzurro.
Nessuna combine, ma restano le “interferenze”
Secondo l’impianto accusatorio iniziale, ormai avviato all’archiviazione penale, Gianluca Rocchi avrebbe “concertato” con non meglio identificati esponenti dell’Inter le designazioni di alcune partite chiave, effettuando presunte verifiche preventive sul gradimento dei fischietti.
Pur escludendo la frode sportiva (la “combine” vera e propria), gli inquirenti hanno comunque rilevato una serie di comportamenti ritenuti quantomeno anomali, parlando esplicitamente di “interferenze” nel designare la classe arbitrale. Ma se sul piano penale i fatti non costituiscono reato, lo scenario cambia radicalmente quando si passa al codice della giustizia sportiva.
La palla passa alla Figc e il Var trasloca a Monza
La partita non è affatto chiusa. I magistrati milanesi hanno inviato l’intera mole di carte d’indagine alla Procura Federale della FIGC e al Procuratore del CONI. Saranno ora gli organi della giustizia sportiva a dover valutare se la condotta del designatore (attualmente autosospeso) e i contatti con gli esponenti del club milanese abbiano violato l’articolo 4 del Codice di Giustizia Sportiva, che impone ai tesserati i doveri di lealtà, correttezza e probità.
Nel frattempo, l’inchiesta penale si frammenta per motivi di competenza territoriale. Tutto il filone relativo alle cosiddette “bussate” – ovvero le presunte pressioni esercitate sui tecnici e sui moviolisti all’interno della sala centralizzata del Var – lascia Milano e viene trasferito alla Procura di Monza, competente per l’area di Lissone dove ha sede l’hub tecnologico degli arbitri.





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