

Il carcere di Uta
È stata chiamata “Operazione Iride” ed è, nei fatti, una delle più imponenti operazioni di trasferimento di detenuti al 41-bis mai realizzate in Italia.
Tra sabato 5 e domenica 6 settembre 2026, 88 boss mafiosi sottoposti al regime del carcere duro sono stati spostati da sei diversi istituti penitenziari italiani al nuovo polo di massima sicurezza del carcere di Uta, alle porte di Cagliari.
Il dispositivo ha coinvolto 207 uomini del Gruppo operativo mobile (Gom) della Polizia penitenziaria, dieci voli militari decollati da Pomezia e Pratica di Mare, e un imponente schieramento di scorte su gomma per il tratto finale da Decimomannu a Uta. Per consentire il transito dei convogli blindati, la Statale 130 nell’hinterland cagliaritano è stata temporaneamente chiusa al traffico, in un’operazione che non è passata inosservata alla popolazione locale.
I 88 trasferiti provengono da sei carceri italiani, con Viterbo-Mammagialla che ha fornito il contingente più consistente: 41 detenuti, pari a quasi la metà dell’intero movimento. A seguire, Terni con 21 unità, Milano con 9, L’Aquila con 7, Spoleto con 6 e Roma con 4.
Complessivamente, il nuovo reparto di Uta è stato progettato per ospitare 92 posti dedicati esclusivamente al 41-bis, in un piano di riorganizzazione del circuito ad alta sicurezza avviato formalmente nel 2011 e reso operativo solo ora, dopo oltre un decennio di iter progettuali e lavori.
Il 41-bis è il regime detentivo più severo previsto dall’ordinamento italiano, nato dopo le stragi mafiose del 1992 per impedire che i vertici delle organizzazioni criminali continuassero a impartire ordini dall’interno del carcere.
La logica del nuovo assetto, come spiegato anche dalla presidente della commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo, è “superare la promiscuità tra i diversi circuiti detentivi e creare poli dedicati esclusivamente al 41-bis”, con l’obiettivo di “azzerare la capacità di comando dei vertici mafiosi”.
Concentrare i detenuti più pericolosi in un unico reparto specializzato consente, secondo il ministero, di ottimizzare sorveglianza, controlli e attività investigative, riducendo al minimo le possibilità di comunicazione con l’esterno e di coordinamento criminale.
Il trasferimento ha acceso forti polemiche in Sardegna. La presidente della Regione, Alessandra Todde, e altri esponenti politici locali hanno contestato la decisione, definendola “calata dall’alto” e annunciando iniziative formale, inclusa una diffida e possibili ricorsi al Tar, per ottenere chiarezza sul piano complessivo e sulle ricadute territoriali.
Le critiche ruotano attorno a due assi: la percezione di un’“importazione” di criminalità ad alta pericolosità nell’isola e la mancanza di un confronto preventivo con le istituzioni regionali. Il ministero della Giustizia ha respinto le accuse, ribadendo che il trasferimento non è improvvisato, ma segue un progetto di lunga data e risponde a esigenze di sicurezza nazionale.
A Roma, il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni ha definito l’operazione una dimostrazione di “straordinario impegno e incredibile professionalità della Polizia penitenziaria”. Balboni ha sottolineato che il 41-bis resta “il principale strumento di contrasto alla mafia e l’ultimo baluardo della sicurezza nazionale”, aggiungendo che “il nostro ordinamento e la nostra Polizia penitenziaria sono d’esempio per numerosi Stati esteri che studiano l’Italia nella lotta alla criminalità organizzata”.
Il ministero ha inoltre evidenziato la complessità della pianificazione: movimentazioni simultanee su ampio raggio geografico, attivazione di un nuovo Reparto Operativo Mobile, perquisizioni straordinarie generali nelle sezioni interessate, impiego di unità cinofile, droni per il monitoraggio delle aree e personale specializzato nelle riprese video.
Per il governo unitario dell’operazione è stato costituito un “Centro Comando Supporto Operazioni”, attivo in tempo reale durante tutte le fasi del dispositivo.
Con i primi 88 detenuti già a Uta, il piano prevede di portare a 92 il numero complessivo di posti attivati nel nuovo braccio 41-bis. Fonti giornalistiche locali indicano che ulteriori trasferimenti potrebbero essere effettuati entro la fine dell’anno, in coerenza con la strategia di concentrazione dei detenuti ad altissima pericolosità in poli dedicati.
Sul piano giudiziario e investigativo, la concentrazione in un unico polo dovrebbe facilitare l’attività di controllo e limitare le possibilità di coordinamento mafioso, ma resta aperta la partita politica con la Sardegna, che chiede garanzie e trasparenza sull’intero progetto.
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