

Nella foto, un particolare della vicenda.
Ogni anno milioni di persone che lavorano in Europa mandano denaro alle famiglie nei Paesi d’origine. È un flusso enorme, che per diverse economie vale più degli aiuti allo sviluppo e degli investimenti esteri messi insieme. E ogni anno una quota consistente di quel denaro non arriva a destinazione: resta nella catena.
Il costo medio globale di una rimessa internazionale si aggira, secondo le rilevazioni della Banca Mondiale, sopra il 6% dell’importo inviato. Su corridoi specifici, soprattutto verso l’Africa subsahariana e per importi piccoli, può superare il 9%. L’obiettivo fissato dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030 è il 3%: siamo lontani, e il progresso è lento.
Capire perché costa così tanto richiede di guardare come si muove davvero il denaro fra due Paesi.
L’infrastruttura dominante si basa su un sistema di banche corrispondenti. La banca di partenza, se non ha un rapporto diretto con quella di destinazione, si appoggia a uno o più istituti intermedi che fanno da ponte. Ogni passaggio comporta verifiche antiriciclaggio, riconciliazioni contabili, una commissione e un ritardo.
C’è poi un problema meno visibile e più costoso, quello della liquidità prefinanziata. Per poter eseguire pagamenti in una valuta estera, un istituto deve mantenere conti già alimentati presso banche di quel Paese, con capitale immobilizzato che non produce rendimento. Le stime del settore parlano di migliaia di miliardi di dollari fermi in questo modo nel sistema globale. Quel costo opportunità finisce nel prezzo del servizio.
A questo si aggiunge il fattore orario: i sistemi di regolamento nazionali operano in finestre che non coincidono fra fusi diversi, e nei fine settimana molti si fermano.
L’idea alla base dei registri distribuiti applicati ai pagamenti è sostituire la catena di corrispondenti con un’unica infrastruttura condivisa, su cui il regolamento avviene in pochi secondi e senza necessità di conti prefinanziati.
L’XRP Ledger, la rete su cui si basa il token omonimo, nasce con questa finalità: consenso raggiunto in pochi secondi, costi per transazione minimi, meccanismo che non richiede l’estrazione computazionale tipica di altre blockchain. Il modello prevede l’uso dell’asset digitale come valuta ponte: si converte l’euro in token, si trasferisce, si riconverte nella valuta di destinazione, eliminando in teoria la necessità di tenere capitale fermo all’estero.
Negli ultimi anni la società che sviluppa l’ecosistema ha affiancato al token una stablecoin ancorata al dollaro, RLUSD, la cui capitalizzazione ha superato i 2,4 miliardi di dollari. Sul registro, la quantità complessiva di stablecoin ha oltrepassato 1,12 miliardi e il valore totale bloccato nell’ecosistema è risalito a circa 41 milioni di dollari dai 29,5 del mese precedente.
Qui si apre la parte onesta del ragionamento. Il fatto che un’infrastruttura sia tecnicamente più efficiente non implica che venga adottata, perché nei pagamenti internazionali contano vincoli che nessuna tecnologia risolve da sola: conformità normativa in ogni giurisdizione attraversata, requisiti antiriciclaggio, gestione del rischio di cambio nell’istante della conversione, integrazione con i sistemi bancari esistenti, e soprattutto profondità di mercato sufficiente a evitare che l’operazione stessa muova il prezzo.
Chi cerca xrp previsioni affidabili si scontra proprio con questo: la valutazione dell’asset dipende meno dalle sue caratteristiche tecniche che dal ritmo con cui gli istituti finanziari decideranno di usarlo, una variabile che si misura in anni e in decisioni di compliance, non in aggiornamenti software.
I numeri di mercato raccontano una fase intermedia. Gli strumenti finanziari quotati collegati a XRP hanno raccolto oltre 1,7 miliardi di dollari di flussi cumulati, con circa 12,9 milioni in un singolo mercoledì di settembre. Il prezzo, però, il 10 settembre 2026 si aggirava attorno a 1,39 dollari, in calo rispetto al massimo mensile di 1,70 e molto lontano dal record storico di 3,65 dollari toccato il 17 luglio 2025.
Flussi istituzionali in crescita e quotazione in ribasso nello stesso periodo: è la fotografia di un mercato in cui l’adozione infrastrutturale e il prezzo non si muovono ancora allo stesso ritmo.
Per chi segue il tema da osservatore, tre indicatori dicono più di qualunque proiezione numerica.
Il primo è il volume di pagamenti reali regolati sull’infrastruttura, distinto dal volume di scambi speculativi. Il secondo è il numero di istituti finanziari regolamentati che la integrano nei propri processi operativi, non nei comunicati stampa. Il terzo è l’evoluzione normativa: in Europa il regolamento MiCA ha definito un quadro comune per le cripto-attività, e la conformità a quel quadro è la precondizione di qualunque uso istituzionale su scala.
Sono dati verificabili e noiosi. Nel medio periodo, però, spiegano molto più di un obiettivo di prezzo. Vale infine ricordare che le cripto-attività restano strumenti ad alta volatilità, con oscillazioni che possono comportare la perdita integrale del capitale impiegato.
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