Giugliano, caccia alla banda e ai basisti del colpo nel deposito giudiziario

Giugliano – È una vera e propria caccia all’uomo, ma prima ancora è una caccia alle talpe e ai complici interni. Chi ha guidato la mano della banda che l’altra notte ha messo a segno il clamoroso blitz nel deposito giudiziario della zona Asi di Giugliano sapeva esattamente dove mettere le mani.

Non un furto di opportunità, non la classica spaccata di disperati in cerca di facili guadagni, ma un’azione chirurgica, pianificata al millimetro, che ha letteralmente beffato i custodi e violato per la prima volta in modo così sfacciato un capannone blindato sotto l’egida del Tribunale.

La pista dei basisti e il rebus della talpa interna

Partire dalla caccia alla banda significa, per gli investigatori dell’Arma dei Carabinieri coordinati dalla Procura di Napoli Nord, partire necessariamente da chi conosceva le chiavi d’accesso, i turni di sorveglianza e la geografia interna del capannone. La convinzione che esistano dei basisti e dei complici interni alla struttura non è un’ipotesi investigativa remota, ma una certezza logica.

Chi è entrato in azione conosceva tutto della refurtiva e dell’ambiente in cui si muoveva: sapeva il valore reale dei dispositivi, ma soprattutto era a conoscenza del fatto che quel materiale si trovava sotto sequestro e, dettaglio cruciale, che era destinato a un’asta giudiziaria fissata proprio per la giornata odierna.

I malviventi hanno anticipato lo Stato, svuotando la cassaforte dei beni mobili prima che l’incanto potesse trasformare quei telefoni in denaro contante per le casse pubbliche. Ed è su questo asse che si concentrano le verifiche: si passano al setaccio i varchi, i registri delle presenze, le chiavi magnetiche e i movimenti di chiunque abbia avuto accesso recente alla struttura industriale.

Il retroscena: perché solo gli iPhone e non gli altri beni di valore superiore?

Il ragionamento investigativo si fa ancora più fitto quando si analizza la natura della refurtiva. All’interno del capannone depredato non c’era solo tecnologia Apple, ma un volume immane di merci di ogni genere, molte delle quali caratterizzate da un valore di mercato di gran lunga superiore rispetto ai telefoni di ultima generazione trafugati.

Perché concentrarsi unicamente sugli smartphone e ignorare il resto? La risposta che gli inquirenti considerano più probabile porta dritta alla teoria del furto su commissione. Qualcuno aveva un canale di ricettazione già pronto, un mercato nero altamente specializzato e affamato di quei precisi modelli di telefonia, sottratti per essere piazzati rapidamente prima che il loro codice identificativo venisse bloccato o reso inutilizzabile dai controlli telematici. Un’operazione chirurgica che esclude il caos e conferma la pista della regia occulta.

Il contesto: il maxi-sequestro, il tiktoker e le verifiche della Finanza

Il mistero della notte di Giugliano affonda le radici in un’inchiesta complessa nata diversi mesi fa. Per inquadrare la vicenda bisogna tornare allo scorso gennaio, quando la Guardia di Finanza del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Napoli — su input della Procura di Nola e in esecuzione di un provvedimento del gip — mise i sigilli all’intero compendio aziendale di una società di Casalnuovo operante nella telefonia e negli elettrodomestici.

Quel provvedimento era l’appendice di un maxi-sequestro da 5,7 milioni di euro già blindato dal Tribunale del Riesame.

Al centro di quel vortice economico c’è Angelo Napolitano, patron di Napolitano Store, noto alle cronache non solo per le vicende giudiziarie ma per la sua fortissima esposizione mediatica su TikTok, piattaforma dove vendeva telefonia mobile attraverso dirette seguitissime. Secondo l’ipotesi delle Fiamme Gialle, il sistema commerciale si reggeva su una strategia di prezzi al ribasso resa possibile da false fatture e sistematica evasione dell’Iva, con l’obbligo per i clienti di saldare la merce rigorosamente in contanti.

Un impianto accusatorio fermamente contestato dal difensore dell’imprenditore, l’avvocato penalista napoletano Rocco Maria Spina, che punta a dimostrare la piena regolarità dell’operato del suo assistito e a recuperare i beni congelati. Va chiarito con fermezza: nessuna accusa e nessuna ombra di coinvolgimento pesano su Angelo Napolitano in merito al furto.

L’imprenditore, del resto, si trova da mesi a Sharm el-Sheikh, dove ha inaugurato un ristorante popolare ribattezzato Sadfiki, e paradossalmente, mentre il capannone di Giugliano veniva ripulito, il suo profilo TikTok continuava a pubblicare video a ciclo continuo, estraneo al caos consumatosi a migliaia di chilometri di distanza.

L’analisi delle telecamere e la morsa dello Stato

Mentre la Guardia di Finanza continua a scandagliare i flussi finanziari e le pendenze tributarie, i carabinieri stringono il cerchio sui rilievi tecnici del furto. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona Asi vengono analizzate fotogramma per fotogramma alla ricerca di furgoni sospetti, targhe clonate o movimenti anomali nelle ore notturne.

La doppia tenaglia dello Stato è pronta a chiudersi: da un lato la giustizia tributaria per fare luce sul patrimonio aziendale, dall’altro la caccia spietata a una banda di professionisti e ai loro presunti basisti interni che hanno trasformato un deposito giudiziario nel teatro del colpo perfetto.

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Giuseppe Del Gaudio

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