

Francesco Guccini
Si è spento questa mattina, all’età di 86 anni, Francesco Guccini, una delle figure più emblematiche, autorevoli e amate del panorama musicale e letterario italiano. L’artista si è spento nella sua storica casa di Pavana, borgo dell’Appennino pistoiese al confine tra Toscana ed Emilia, circondato fino all’ultimo dall’affetto della moglie Raffaella Zuccari, della figlia Teresa e dei familiari.
A dare il triste annuncio è stata la stessa famiglia attraverso una nota ufficiale, chiedendo massima riservatezza per questo momento di profondo lutto: «Nel rispetto delle sue volontà, le esequie si svolgeranno nei prossimi giorni e in forma strettamente privata». I familiari hanno voluto ringraziare quanti in queste ore si stanno stringendo al loro dolore «con affetto, discrezione e rispetto», comunicando al contempo che nel mese di settembre sarà organizzata una cerimonia commemorativa pubblica per permettere ai tantissimi estimatori e amici di rendergli l’ultimo saluto.
La scomparsa di Guccini avviene in quel luogo che non è mai stato soltanto una residenza, ma una coordinata dell’anima. Dopo l’addio alle registrazioni in studio e ai concerti annunciato nel 2012 con l’album L’ultima Thule, il “Maestrone” aveva scelto di ritirarsi a vivere stabilmente tra i boschi e i mulini della sua infanzia.
Lontano dai clamori della vita pubblica e dal caos cittadino, Pavana è stata per decenni il suo laboratorio creativo, la fucina da cui hanno preso forma racconti, ricerche dialettali e romanzi, ma anche l’approdo naturale di un uomo che ha fatto della semplicità e dell’onestà intellettuale la propria bandiera.
Nato a Modena il 14 giugno 1940, Francesco Guccini ha attraversato e descritto oltre mezzo secolo di storia italiana. Fin dagli esordi negli anni ’60 con Folk beat n. 1, ha rivoluzionato il linguaggio della canzone d’autore. Suoi sono capolavori eterni come Auschwitz e Dio è morto — quest’ultima portata al successo dai Nomadi e apprezzata persino da Papa Paolo VI nonostante la censura della RAI dell’epoca.
Negli anni Settanta e Ottanta, attraverso pietre miliari della discografia quali Radici (1972), Via Paolo Fabbri 43 (1976), Amerigo (1978) e Signora Bovary (1987), Guccini ha saputo coniugare la grande epica popolare con l’introspezione esistenziale. Brani come La locomotiva sono diventati inni della lotta sociale e della memoria storica, mentre L’avvelenata ha impresso nella cultura di massa una sferzante difesa dell’indipendenza artistica contro il cinismo discografico e critico. Senza dimenticare la grazia poetica di ballad intime e indimenticabili come Vedi cara, Eskimo, Autogrill e Cirano.
Oltre alla chitarra, Guccini ha maneggiato con pari maestria la penna dello scrittore. Autore di memorie liriche come Cròniche epafàniche e Dizionario delle cose perdute, si è cimentato con straordinario successo anche nella narrativa gialla a quattro mani con Loriano Macchiavelli, dando vita all’amato personaggio del Maresciallo Santovito.
La sua scrittura, ricca di citazioni colte, dialettismi e termini riscoperti con perizia artigiana, lascia un patrimonio inestimabile. Con la sua scomparsa l’Italia perde un testimone lucido del Novecento, un maestro di ironia e rigore morale, una voce che ha saputo cantare i sogni, i dubbi e le speranze di più generazioni.
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