La requisitoria

Violenze in carcere, pm Milita: «Spaventosa dinamica del pestaggio a Lamine»

Il pm ha discusso, nel maxi processo per le violenze a Santa Maria Capua Vetere, sul caso del detenuto algerino pestato a morte dagli agenti penitenziari
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Santa Maria Capua a Vetere – Pestato a morte dagli agenti penitenziari e abbonato in una cella di isolamento del reparto Danubio il 6 aprile del 2020: un mese dopo il detenuto algerino Hakimi Lamine morì.

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Il pm Alessandro Milita ha definito l’episodio “un caso terribile, unico e spaventoso nella sua dinamica”, nel corso della requisitoria del maxi processo che vede 105 imputati, di cui una trentina accusati proprio della morte di Lamine.

L’attuale procuratore aggiunto di Napoli ha ripercorso cosa accadde al detenuto morto quasi un mese dopo il pestaggio.

Il detenuto torturato e morto in conseguenza dell’abbandono e dell’abuso di farmaci

Lamine era affetto da psicosi e schizofrenia e aveva un’esperienza molto lunga di abuso di droga e secondo il magistrato morì per le colpe e le negligenze dei diversi pubblici funzionari che lavoravano in quel periodo nel carcere, perché sostanzialmente abbandonato dopo le torture subite nonostante il bisogno di cure e le continue richieste di aiuto, rimaste però inascoltate.

Secondo l’accusa, le condotte degli imputati potrebbero anche aver portato Hakimi ad assumere farmaci oltre il dovuto per suicidarsi, circostanza che il pm non esclude, ma resta a suo dire il nesso causale tra la morte e il pessimo stato psicofisico in cui Hakimi si trovava per il pestaggio e il successo abbandono.

Tra l’altro Hakimi si “autogestiva” con i farmaci, secondo un infermiere gestiva autonomamente i farmaci, “non li assumeva immediatamente, talvolta li metteva da parte, li accumulava, li prendeva in momenti successivi, anche mescolandoli al caffè o assumendoli una parte per volta”.

Trenta imputati tra gli agenti della polizia penitenziari e funzionari: accuse anche all’ex direttore Fullone

Della morte di Hakimi rispondono circa trenta imputati, accusati a vario titolo dei reati di morte come conseguenza del reato di tortura, contestato soprattutto ad ufficiali ed agenti della penitenziaria (tra questi Pasquale Colucci, Gaetano Manganelli, Annarita Costanzo e Roberta Maietta), e di omicidio colposo (contestato agli stessi poliziotti nonché all’ex direttore regionale delle carceri Antonio Fullone, agli ex dirigenti del carcere Maria Parenti e Arturo Rubino, colui che firmò la sospensione del regime aperto in carcere, ai medici in servizio nell’istituto di pena Giovanni Capuano e Francesco Andreozzi).

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