

Nella foto, un elemento rappresentativo della vicenda.
Quando Idiocracy arrivò nelle sale nel 2006, il futuro immaginato dal regista Mike Judge sembrava talmente assurdo da non poter essere considerato neppure una distopia credibile.
Era una commedia grottesca, volutamente esagerata e spesso volgare, costruita per mettere alla berlina alcuni aspetti della società americana: il consumismo senza limiti, il disprezzo per la cultura, la trasformazione della politica in spettacolo, l’invadenza della pubblicità e la progressiva sostituzione della competenza con la popolarità.
La storia segue Joe Bauers, interpretato da Luke Wilson, un uomo assolutamente normale che viene scelto per un esperimento militare di ibernazione. Insieme a Rita, interpretata da Maya Rudolph, si risveglia cinquecento anni dopo, scoprendo una società nella quale il pensiero critico, la conoscenza e il buon senso sembrano essere quasi completamente scomparsi.
Joe non è uno scienziato, un filosofo o un genio. Eppure, in quel mondo, la sua normalità è sufficiente a renderlo l’uomo più intelligente del pianeta. Il film, diretto da Mike Judge e scritto insieme a Etan Cohen, è diventato negli anni un’opera di culto proprio per la sua satira dell’anti-intellettualismo, del consumismo e della progressiva degenerazione culturale.
Nel 2006 si rideva perché tutto appariva impossibile. Oggi si ride molto meno.
Non perché il mondo sia diventato esattamente quello raccontato da Idiocracy. Non siamo nel 2505 e le persone non hanno improvvisamente dimenticato ogni conoscenza scientifica. Tuttavia, alcune dinamiche rappresentate dal film non sembrano più appartenere esclusivamente alla fantasia.
Lentamente, con le dovute differenze, ci siamo avvicinati a quel modello.
Non attraverso un improvviso crollo della civiltà, ma mediante una successione di piccole rinunce: una competenza ignorata, una falsità ripetuta, un personaggio premiato perché popolare, un problema complesso ridotto a slogan, un fatto storico dimenticato.
Nella prima parte del film viene fornita una spiegazione provocatoria della degenerazione dell’umanità.
Gli individui più istruiti e prudenti rimandano continuamente il momento di avere figli. Temono di non possedere abbastanza denaro, di non essere pronti o di non poter garantire loro un futuro adeguato. Le persone meno responsabili, al contrario, non si pongono gli stessi problemi e continuano a riprodursi.
Secondo la logica satirica del film, questa differenza, protratta per cinquecento anni, avrebbe determinato una progressiva diminuzione dell’intelligenza media dell’umanità.
Naturalmente si tratta di una metafora, non di una teoria scientifica da accettare letteralmente.
Il punto centrale non riguarda la genetica, ma la trasmissione culturale.
Una società può diventare progressivamente meno intelligente non perché nascano individui biologicamente inferiori, ma perché smette di insegnare, premiare e proteggere l’intelligenza.
Accade quando chi studia viene considerato presuntuoso, chi parla correttamente viene deriso, chi esprime un dubbio viene accusato di debolezza e chi urla più forte viene percepito come autorevole.
L’idiocrazia non comincia quando le persone perdono improvvisamente le proprie capacità mentali.
Comincia quando una comunità decide che quelle capacità non servono più.
Uno dei personaggi più memorabili del film è il presidente Dwayne Elizondo Mountain Dew Herbert Camacho, interpretato da Terry Crews.
Camacho non viene presentato come un politico preparato, un amministratore competente o una persona capace di comprendere davvero i problemi del Paese. È soprattutto un personaggio dello spettacolo, un ex campione di wrestling dotato di una presenza scenica travolgente.
È muscolare, rumoroso, aggressivo e capace di trasformare ogni apparizione pubblica in un’esibizione.
La sua autorità non nasce dalla conoscenza, ma dalla capacità di dominare la scena. Non deve spiegare: deve impressionare. Non deve amministrare: deve entusiasmare. Non deve convincere attraverso la logica: deve conquistare il pubblico.
Camacho parla alla nazione come se si trovasse in uno stadio. Usa un linguaggio elementare, ricorre alla volgarità, promette soluzioni immediate e costruisce la propria immagine come quella di un uomo forte, deciso e vicino al popolo.
Qualsiasi riferimento o somiglianza con l’attuale amministrazione americana potrebbe naturalmente essere liquidato come una coincidenza. Eppure, il parallelo esiste.
Non perché il presidente Camacho debba essere identificato automaticamente con Donald Trump o perché il film del 2006 abbia previsto nei dettagli la politica americana degli anni successivi. Il confronto riguarda soprattutto un modello politico e comunicativo: la trasformazione del presidente in protagonista assoluto dello spettacolo pubblico.
Le differenze tra realtà e finzione restano evidenti, ma è difficile non osservare come la politica americana contemporanea abbia accentuato alcuni meccanismi già estremizzati dal film: la centralità assoluta del leader, i comizi costruiti come eventi di intrattenimento, il linguaggio conflittuale, la comunicazione permanente, la ricerca del nemico e la sostituzione del ragionamento articolato con formule immediatamente riconoscibili.
Camacho non è una profezia su un singolo presidente.
È la rappresentazione di un tipo di politica.
Una politica nella quale la competenza rischia di diventare secondaria rispetto alla fedeltà, alla notorietà e alla capacità di occupare lo spazio mediatico. Una politica che non chiede più al cittadino di comprendere, ma soltanto di identificarsi, applaudire o schierarsi.
Anche i collaboratori di Camacho, i “suoi” Ministri, sembrano essere stati scelti non perché siano i più preparati, ma perché appaiono adatti allo spettacolo generale. I titoli delle cariche esistono ancora, ma hanno perso il loro significato. Rimangono i ministri, i giudici e i funzionari, ma non rimane necessariamente la conoscenza necessaria per esercitare quei ruoli.
È qui che il parallelo con il nostro presente diventa più profondo.
Quando le nomine vengono interpretate soprattutto come premi alla fedeltà personale, quando l’esperienza viene guardata con sospetto e quando il possesso di competenze specifiche viene considerato meno importante dell’appartenenza politica, la società compie un passo verso l’idiocrazia.
Il problema non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti o una sola parte politica.
Riguarda una tendenza globale: il successo di una politica che preferisce persone immediatamente riconoscibili a persone realmente preparate, perché la riconoscibilità produce consenso mentre la competenza richiede tempo per essere valutata.
Nel film questa degenerazione ha già raggiunto il suo punto finale. Nel nostro presente, invece, possiamo ancora riconoscerla e fermarla.
Nel mondo di Idiocracy non esiste più un vero dibattito pubblico.
Esistono soltanto reazioni immediate, urla, insulti e manifestazioni collettive di entusiasmo o di rabbia. Ogni problema viene affrontato come se fosse un incontro sportivo: bisogna scegliere una parte e sperare che l’altra venga sconfitta.
È un altro elemento che appare sorprendentemente vicino alla nostra epoca.
La politica contemporanea è sempre più simile a un tifo organizzato. Le persone non valutano necessariamente una decisione in base ai suoi effetti, ma in base a chi l’ha presa. Una stessa proposta può essere giudicata positiva o negativa a seconda del simbolo politico che la accompagna.
Non si difende più un’idea. Si difende una squadra.
In questa trasformazione, riconoscere un errore diventa quasi impossibile. Ammettere che il proprio leader abbia sbagliato viene percepito come un tradimento. Cambiare opinione non viene considerato un segno di maturità, ma una dimostrazione di debolezza.
L’idiocrazia cresce proprio quando l’appartenenza diventa più importante della realtà.
Nel film, Joe riesce a risolvere un problema semplicissimo, ma rischia di essere ucciso perché la soluzione produce inizialmente conseguenze economiche impopolari. Nessuno vuole attendere, verificare o comprendere. La folla pretende un colpevole immediato.
È la stessa logica che oggi alimenta molti dibattiti pubblici.
Una decisione deve produrre risultati istantanei. Una spiegazione deve stare in un video di pochi secondi. Una crisi deve avere un unico responsabile. Se gli effetti non sono immediatamente visibili, il ragionamento viene considerato fallito.
La democrazia, però, richiede esattamente il contrario: tempo, pazienza, memoria e capacità di sopportare la complessità.
Il simbolo più efficace di Idiocracy è probabilmente Brawndo, una bevanda energetica che nel futuro ha preso il posto dell’acqua persino nell’irrigazione dei campi.
La pubblicità ha convinto tutti che le piante abbiano bisogno degli elettroliti contenuti nella bevanda. I campi vengono quindi irrigati con un prodotto industriale, i raccolti muoiono, il terreno si impoverisce e il Paese precipita in una grave crisi alimentare.
Nessuno, tuttavia, riesce a comprendere la causa del problema.
Gli abitanti continuano a ripetere lo slogan secondo cui Brawndo contiene ciò che le piante desiderano. Non sanno spiegare cosa siano gli elettroliti, ma sono certi che la pubblicità dica la verità.
Nel film, la società proprietaria di Brawndo ha acquisito un’influenza enorme sulle istituzioni pubbliche e sull’economia, al punto che il fallimento dell’azienda produce disoccupazione e rivolte.
Joe propone allora la soluzione più banale possibile: tornare a irrigare i campi con l’acqua.
Per noi è una conclusione ovvia.
Eppure, il film ci invita a domandarci quante conoscenze apparentemente ovvie potrebbero essere perdute se il linguaggio commerciale sostituisse completamente la realtà.
Brawndo rappresenta la vittoria definitiva del marchio sul prodotto, dello slogan sulla conoscenza e dell’economia sull’interesse collettivo.
Il problema non è soltanto che gli abitanti del futuro siano ignoranti. È che non possiedono più un linguaggio indipendente dalla pubblicità attraverso il quale interpretare il mondo.
Non dicono che Brawndo sia utile perché lo hanno verificato.
Lo dicono perché è ciò che hanno sempre sentito ripetere.
Nel presente non irrighiamo ancora i campi con bevande energetiche, ma abbiamo iniziato ad affidare agli algoritmi una parte crescente delle nostre scelte.
Gli algoritmi decidono quali notizie vediamo, quali persone diventano popolari, quali prodotti ci vengono proposti e quali argomenti occuperanno il dibattito pubblico.
Non si tratta necessariamente di un complotto e neppure di una tecnologia malvagia. Un algoritmo esegue gli obiettivi per i quali è stato progettato. Il problema nasce quando l’obiettivo principale diventa quello di trattenere l’utente il più a lungo possibile.
La piattaforma non deve necessariamente mostrarci ciò che è vero, utile o importante.
Deve mostrarci ciò che ci farà rimanere.
Ed è proprio qui che il meccanismo di Brawndo ritorna.
Se un contenuto falso produce più interazioni di un’informazione corretta, verrà premiato. Se una discussione aggressiva trattiene maggiormente gli utenti, verrà alimentata. Se un personaggio incompetente genera più attenzione di un esperto, diventerà più visibile dell’esperto.
Con il passare del tempo, la popolarità viene scambiata per autorevolezza.
Ciò che appare continuamente sullo schermo finisce per sembrare vero, importante o condiviso dalla maggioranza, anche quando non lo è.
Come gli abitanti di Idiocracy ripetono che Brawndo possiede ciò che le piante desiderano, noi rischiamo di ripetere opinioni, formule e giudizi soltanto perché l’algoritmo ce li ha mostrati centinaia di volte.
Nel film, qualsiasi esperienza viene trasformata in intrattenimento.
La politica è spettacolo. La giustizia è spettacolo. La violenza è spettacolo. La sofferenza è spettacolo. Persino la riabilitazione dei condannati diventa un evento televisivo organizzato in uno stadio, con veicoli giganteschi, esplosioni e pubblico festante.
Non è difficile riconoscere un parallelo con il presente.
Oggi quasi tutto può diventare contenuto: una tragedia, una guerra, una malattia, un funerale, un incidente o una crisi personale. Gli eventi non vengono più soltanto vissuti o raccontati. Vengono confezionati per attirare l’attenzione.
Anche l’indignazione è diventata un prodotto.
Un avvenimento provoca reazioni immediate, video, commenti, polemiche e contrapposizioni. Pochi giorni dopo viene sostituito da un’altra emergenza, senza che il pubblico abbia avuto il tempo di comprendere davvero ciò che è accaduto.
L’attenzione collettiva procede per scosse.
Tutto appare fondamentale per alcune ore e completamente irrilevante il giorno successivo.
Questa continua accelerazione impedisce alla società di costruire una memoria stabile. Restano immagini, emozioni e slogan, ma scompaiono rapidamente i contesti.
Nel mondo di Idiocracy, la civiltà non è collassata perché siano scomparsi gli schermi.
È collassata perché gli schermi hanno occupato tutto.
Gli abitanti del futuro utilizzano un linguaggio estremamente povero. Non riescono a costruire ragionamenti articolati e guardano con sospetto chi prova a usare termini complessi.
Joe viene percepito come strano non perché dica cose incomprensibili, ma perché parla in modo relativamente normale.
Questa è una delle intuizioni più importanti del film.
Il linguaggio non è soltanto lo strumento attraverso il quale comunichiamo i pensieri. È anche lo strumento attraverso il quale riusciamo a formularli.
Quando il vocabolario si riduce, si riduce anche la possibilità di descrivere la complessità. Se conosciamo soltanto le parole “giusto” e “sbagliato”, diventa difficile comprendere tutto ciò che esiste nel mezzo.
Il presente digitale sembra spingerci verso una comunicazione sempre più breve, impulsiva e semplificata.
Non perché i messaggi brevi siano necessariamente stupidi, ma perché la brevità è diventata quasi un obbligo. Un ragionamento lungo viene ignorato. Una spiegazione prudente appare poco convincente. Una frase aggressiva viene invece ricordata, condivisa e trasformata in slogan.
La conseguenza è una società nella quale tutti parlano, ma sempre meno persone riescono realmente a comunicare.
Si utilizzano le stesse parole attribuendo loro significati completamente diversi. Si lanciano accuse enormi senza conoscerne il significato storico. Si trasformano concetti complessi in etichette destinate a interrompere la discussione.
L’impoverimento del linguaggio non rende soltanto più brutte le conversazioni.
Rende più povero il pensiero collettivo.
In Idiocracy, gli esperti non sono semplicemente assenti. La stessa idea di competenza è diventata incomprensibile.
I medici utilizzano macchine che producono diagnosi automatiche. Gli avvocati non conoscono la legge. I funzionari pubblici ripetono frasi prive di significato. Nessuno sembra possedere veramente il sapere necessario per svolgere il proprio lavoro.
Anche nel presente si sta diffondendo una pericolosa diffidenza verso la competenza.
Gli esperti possono certamente sbagliare. Possono essere condizionati da interessi, pregiudizi o limiti personali. La scienza stessa procede correggendo continuamente le proprie conclusioni.
Ma criticare un esperto non significa poter sostituire anni di studio con un’opinione improvvisata.
Sempre più spesso, invece, si afferma l’idea secondo cui ogni opinione debba possedere lo stesso valore. La conoscenza viene interpretata come una forma di arroganza, mentre la mancanza di preparazione viene presentata come autenticità.
Il risultato è paradossale.
Pretendiamo il professionista migliore quando dobbiamo essere operati, difesi in tribunale o trasportati su un aereo. Nello stesso tempo, però, possiamo affidare decisioni collettive enormemente complesse a persone scelte soprattutto per la loro capacità di comunicare sicurezza.
L’idiocrazia non elimina gli incarichi importanti.
Elimina i criteri attraverso i quali dovrebbero essere assegnati.
Il confronto con il presente diventa ancora più interessante osservando la crescita dell’intelligenza artificiale.
Mai nella storia dell’umanità è stato così semplice ottenere rapidamente informazioni, tradurre testi, elaborare dati e produrre contenuti. Potremmo trovarci davanti a uno straordinario aumento della conoscenza collettiva.
Esiste però anche il rischio opposto.
Se utilizziamo l’intelligenza artificiale per evitare qualsiasi sforzo mentale, smettere di studiare e accettare automaticamente ogni risposta, potremmo ottenere una società tecnologicamente avanzata ma culturalmente dipendente.
Le macchine del futuro di Idiocracy continuano apparentemente a funzionare, ma gli esseri umani non sanno più comprenderle, ripararle o controllarle.
La tecnologia è sopravvissuta alla conoscenza.
Anche noi potremmo arrivare a utilizzare sistemi sofisticatissimi senza possedere più le competenze di base necessarie per verificarne i risultati.
Una risposta formulata bene non è necessariamente corretta. Un’immagine realistica non documenta necessariamente un fatto avvenuto. Un testo prodotto automaticamente non sostituisce la responsabilità di chi lo pubblica.
L’intelligenza artificiale può essere l’opposto dell’idiocrazia soltanto quando viene utilizzata per ampliare il pensiero umano.
Quando invece viene impiegata per sostituirlo completamente, rischia di diventare una macchina perfetta al servizio di una società che ha dimenticato come ragionare.
Un altro tema decisivo del film è quello della memoria.
Gli abitanti del futuro non hanno soltanto dimenticato come coltivare la terra o utilizzare correttamente la tecnologia. Hanno perso la capacità di comprendere il proprio passato.
Una delle scene più significative è il viaggio nella falsa “macchina del tempo”, una specie di attrazione turistica nella quale personaggi, epoche e avvenimenti vengono completamente deformati. Charlie Chaplin viene confuso con Adolf Hitler e la storia si trasforma in una successione di immagini prive di senso.
La scena è divertente, ma contiene una riflessione drammatica.
Quando una società perde la memoria, perde anche la capacità di riconoscere gli errori già commessi.
La storia non serve soltanto a sapere che cosa è accaduto. Serve a costruire termini di paragone.
Ci permette di riconoscere la propaganda, l’autoritarismo, la persecuzione delle minoranze, la costruzione del nemico e il progressivo indebolimento delle istituzioni.
Quando questi riferimenti scompaiono, ogni fenomeno appare completamente nuovo. Un’idea già fallita può essere presentata come rivoluzionaria. Una falsità già smentita può tornare credibile. Un meccanismo autoritario può essere accettato perché viene raccontato con parole diverse.
Oggi disponiamo di archivi praticamente infiniti, ma la disponibilità dei documenti non garantisce la memoria.
Possiamo accedere a milioni di informazioni e, nello stesso tempo, essere incapaci di collegarle.
La memoria collettiva richiede selezione, studio, insegnamento e continuità. Non basta che un fatto sia conservato in rete. Occorre che qualcuno lo conosca, lo comprenda e sappia trasmetterlo.
Una civiltà senza memoria non deve necessariamente distruggere i propri archivi.
È sufficiente che nessuno sappia più interpretarli.
Joe Bauers non è un eroe tradizionale.
Non possiede poteri, qualità straordinarie o una preparazione eccezionale. È l’uomo medio per definizione. Viene scelto per l’esperimento di ibernazione proprio perché non presenta caratteristiche particolari.
Eppure, nel mondo del futuro, la sua normalità diventa rivoluzionaria.
Joe osserva che i campi vengono irrigati con una bevanda energetica e propone di tornare all’acqua.
Non compie una scoperta straordinaria. Recupera una conoscenza elementare che la società ha dimenticato.
Questa scelta narrativa contiene un messaggio politico fondamentale.
Il cambiamento non dipende necessariamente dall’arrivo di un essere umano superiore. Può iniziare da un cittadino comune che conserva il buon senso, rifiuta gli slogan e ha il coraggio di affermare che una cosa evidentemente sbagliata è sbagliata.
Joe rappresenta il cittadino medio che può ancora fare la differenza.
Non conosce tutte le soluzioni, ma riesce a distinguere una spiegazione razionale da una frase pubblicitaria. Non possiede una cultura sterminata, ma sa osservare le conseguenze delle azioni. Non pretende di essere infallibile, ma è disposto a modificare ciò che non funziona.
In una società dominata dalle certezze gridate, persino ammettere di non sapere può diventare un atto intelligente.
Il film sembra dirci che la democrazia non viene salvata soltanto dai grandi pensatori.
Viene salvata quando abbastanza cittadini comuni scelgono le cose più semplici, responsabili e giuste.
Anche Rita, la coprotagonista, svolge un ruolo importante.
All’inizio è una donna abituata a sopravvivere attraverso l’opportunismo. È concreta, disincantata e perfettamente inserita nella logica del proprio tempo. Nel corso della storia, però, diventa una compagna essenziale per Joe e partecipa alla costruzione di una possibilità diversa.
Nel finale, Joe e Rita formano una famiglia e hanno dei figli. Non bisogna leggere questa conclusione come l’affermazione secondo cui sarebbe sufficiente far riprodurre determinate persone per risolvere i problemi dell’umanità.
La metafora è più profonda.
Il futuro cambia quando gli esseri umani tornano a trasmettere qualcosa.
Non soltanto caratteristiche biologiche, ma conoscenze, responsabilità, esperienze e valori.
Joe e Rita rappresentano la possibilità che la normalità consapevole torni ad avere continuità. I loro figli simboleggiano una nuova generazione alla quale può essere insegnato ciò che la società precedente aveva dimenticato.
Fare figli, in questa prospettiva, non significa soltanto mettere al mondo nuovi esseri umani.
Significa assumersi la responsabilità di insegnare loro a distinguere una pubblicità da un fatto, un leader da un intrattenitore, una competenza da un’esibizione di sicurezza, una notizia da una manipolazione.
Una società non sopravvive semplicemente riproducendosi.
Sopravvive trasmettendosi.
Esiste un dettaglio del film che spesso viene dimenticato.
Camacho è volgare, impreparato e spettacolare, ma non è completamente incapace di riconoscere la realtà. Quando comprende che Joe ha effettivamente salvato i raccolti, decide di graziarlo e accetta il risultato.
In questo senso, il personaggio possiede una qualità che in molte leadership contemporanee sembra diventare sempre più rara: la capacità di cambiare posizione davanti all’evidenza.
Camacho non è un buon presidente, ma a un certo punto ascolta qualcuno più competente di lui.
Ed è forse questo l’elemento più amaro del paragone con il presente.
L’idiocrazia definitiva non comincia quando un leader non conosce tutte le risposte. Nessun leader può conoscere tutto.
Comincia quando il potere smette di ascoltare, considera ogni critica un tradimento e interpreta qualsiasi correzione come una sconfitta personale.
Un’amministrazione può sopravvivere all’incompetenza di alcuni suoi membri se conserva istituzioni, controlli e persone capaci di correggerla.
Diventa invece pericolosa quando la fedeltà al capo conta più della fedeltà ai fatti.
Dire che Idiocracy sia diventato un documentario sarebbe un’esagerazione.
La realtà continua a produrre ricerca, arte, scienza, innovazione, solidarietà e straordinarie forme di intelligenza collettiva. Milioni di persone studiano, insegnano, curano, costruiscono e cercano ogni giorno soluzioni a problemi enormemente complessi.
Eppure, la direzione culturale descritta dal film merita attenzione.
Quando la competenza viene derisa, la politica trasformata in spettacolo, il linguaggio impoverito, la memoria cancellata e il mercato elevato a unica misura della realtà, una società comincia ad avvicinarsi al mondo immaginato da Mike Judge.
Non servono cinquecento anni per perdere conoscenze fondamentali.
A volte bastano una o due generazioni che smettano di trasmetterle.
Non serve che tutti diventino stupidi.
È sufficiente che l’intelligenza smetta di essere premiata.
Non serve bruciare i libri.
Basta convincere le persone che leggerli sia inutile.
Non serve cancellare la storia.
Basta trasformarla in una serie di immagini confuse, slogan e ricostruzioni false.
Non serve imporre Brawndo con la forza.
Basta ripetere abbastanza volte che contiene ciò di cui le piante hanno bisogno, fino a quando nessuno ricorderà più perché i campi debbano essere irrigati con l’acqua.
La lezione più preziosa del film non è completamente pessimistica.
Idiocracy non afferma che l’umanità sia inevitabilmente condannata. Al contrario, mostra che persino una società arrivata al limite può cambiare quando qualcuno ricomincia a osservare, ricordare e ragionare.
Joe Bauers non salva il mondo perché è il più forte.
Lo salva perché non ha ancora dimenticato l’ovvio.
È questa la responsabilità del cittadino contemporaneo.
Non deve necessariamente diventare uno scienziato, uno storico o un politico. Deve però conservare la capacità di riconoscere la competenza, verificare le informazioni, ricordare il passato e non consegnare ogni decisione agli slogan, agli algoritmi o agli uomini dello spettacolo.
La battaglia contro l’idiocrazia non si combatte soltanto nelle università e nei palazzi del potere.
Si combatte nelle scuole, nelle famiglie, nei giornali, nei programmi televisivi, sui social network e nelle conversazioni quotidiane.
Si combatte ogni volta che scegliamo di leggere oltre il titolo.
Ogni volta che verifichiamo una notizia prima di condividerla.
Ogni volta che preferiamo una spiegazione difficile a una bugia comoda.
Ogni volta che accettiamo di cambiare opinione perché i fatti ci hanno dimostrato che stavamo sbagliando.
Quando Idiocracy fu presentato, il pubblico vedeva un futuro assurdo.
A vent’anni di distanza, quel futuro non sembra più completamente impossibile.
Il fatto che oggi riusciamo a riconoscerci in alcune delle sue scene dovrebbe preoccuparci più di quanto siamo disposti ad ammettere.
Perché le distopie non si realizzano sempre attraverso un evento improvviso.
A volte arrivano lentamente, una rinuncia alla volta: una competenza ignorata, una falsità condivisa, una memoria cancellata, un incarico assegnato per fedeltà, una decisione assurda accettata soltanto perché tutti gli altri sembrano considerarla normale.
Fino al giorno in cui qualcuno dovrà ricordarci nuovamente che per irrigare i campi serve l’acqua.
Chi desidera guardare Idiocracy può scoprire su quali piattaforme è disponibile a questo indirizzo: https://www.justwatch.com/it/film/idiocracy
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