Caggiano piccolo borgo arroccato su uno sperone roccioso dell’Appennino lucano, che si affaccia dall’alto sulla Valle del Tanagro, ha rinnovato il suo appuntamento con la cultura anche quest’anno. Il 26 e 27 giugno ha dato vita alla seconda edizione del Rarrəca Festival, una manifestazione nata dall’esigenza di costruire spazi culturali nelle aree interne, territori spesso ai margini dei grandi circuiti culturali. Tema del 2026: “BENI COMUNI – Acqua: storie, conflitti, sacralità, memorie.”
Ad immaginare e dare forma a questo movimento di rinascita culturale è un collettivo informale composto da due librai della Ubik Napoli e da giovani residenti stabilmente a Caggiano e dintorni. Intrecciando competenze, visioni e desideri, hanno scelto di trasformare il festival in un processo comunitario e partecipato, che non solo restituisce centralità al territorio, ma attiva un concetto fondamentale: la restanza, il restare come scelta consapevole. Una scelta capace di generare possibilità, contrastare lo spopolamento, immaginare futuro proprio dove spesso si vede soltanto passato. Chi resta, infatti, non è “indietro”: investe negli elementi preziosi e fragili che compongono la storia del luogo e li traduce in prospettiva futura.
Su questa linea, già dallo scorso anno il festival ha raccolto piena adesione e partecipazione, riattivando il centro storico — protagonista assoluto delle iniziative in programma — creando dialoghi, restituendo vita ai luoghi e alle relazioni.
Il punto di forza del Rarrəca Festival, l’originalità dell’intuizione di cui è traccia espressiva, è comprendere che non si tratta solo di un evento. Il Rarrəca festival è un atto civile ed identitario: un gesto di radicamento che trasforma la cultura in responsabilità condivisa, in un vero e proprio modo di stare al mondo.
La cultura, a Caggiano e dintorni, è diventata un processo che pian piano coinvolge e si estende. Le suggestioni emerse lo scorso anno sono diventate traccia e stimolo per proseguire il cammino. Nel dicembre 2025, insieme al comitato Auletta Casa Mia e a Mòvesi APS, il collettivo ha dato vita a un gruppo di lettura partecipato, coordinato dalla libreria txi_libri e dedicato proprio al tema dei beni comuni. Un laboratorio di pensiero che ha accompagnato la comunità per tutto l’anno e che è confluito naturalmente nell’edizione 2026 del Rarrəca Festival.
Le iniziative promosse e realizzate nella seconda edizione hanno declinato il tema prescelto attraverso linguaggi diversi, trasformando il festival in un mosaico di esperienze. Una serie di appuntamenti mirati ha coinvolto artisti, autori, fotografi, performer e l’intera comunità, che ha partecipato con autentico entusiasmo.
Nello scenario delle interessanti iniziative, la mostra fotografica Capitalocene di Michele Lapini ha aperto il festival con uno sguardo profondo e necessario sulla crisi climatica e sulle comunità che la attraversano. La giornata del 26 giugno ha inoltre saputo regalare ai presenti un’esperienza unica e generativa, capace di suscitare riflessione, stupore e una vibrante curiosità. Con PERCORSI D’ACQUA, la performance ideata dalla danzatrice e attrice napoletana Martina Ricciardi, il gesto artistico è diventato relazione: la comunità si è riconosciuta acqua che scorre, lasciandosi attraversare in silenzio da un’esperienza itinerante tra le storiche stradine del borgo.
Ciascun partecipante, immerso nella forza simbolica di questo elemento vitale, si è fatto presenza e ascolto, persuaso dalla gioia di comprendere ciò che stava accadendo. Una trasformazione che l’artista racconta così: «La tematica dell’acqua e quella delle migrazioni sono strettamente connesse, e con questa proposta il mio intento è quello di usare la struttura del borgo come mappa geopolitica e trasformare lo spettatore da osservatore passivo a corpo migrante, costretto a negoziare lo spazio, la burocrazia, la natura.»
La presentazione del romanzo La radura di Alessandra Castellazzi ha creato un ponte narrativo perfettamente coerente con il tema dell’acqua, aggiungendo al festival una dimensione letteraria intensa che ha permesso al pubblico di attraversare emotivamente il concetto di paesaggio.
La conversazione, egregiamente condotta dai relatori, ha messo in luce la capacità del romanzo di interrogare il rapporto tra esseri umani e ambiente, restituendo all’acqua il ruolo simbolico che le appartiene: elemento che custodisce memorie, trasforma e rivela. La voce dell’autrice si è intrecciata con le suggestioni del pubblico, confermando la vocazione critica e sensibile del festival.
In un passaggio dell’intervista, Alessandra Castellazzi ha raccontato così la genesi del romanzo: «Ho giocato con il romanzo di formazione e con il mistero, perché effettivamente c’è una scomparsa. E poi c’è questa radura: un luogo che appare, a cui solo alcune persone possono accedere. […] Il paesaggio non è uno sfondo, ma un’entità con cui si interagisce. Noi abbiamo un effetto su di esso, ma anche il paesaggio ha un effetto su di noi.»
Accanto a queste esperienze, il festival ha visto la partecipazione di altre voci significative che hanno arricchito il percorso di riflessione sul tema dell’acqua. Gli incontri dedicati alla narrativa e alla saggistica — con Chiara Barzini, Francesco Visentin e la conversazione tra Giuseppe Maria Marmo e Francesca Romanelli sulla traduzione dei Mangiapatate di Farhad Pirbal — hanno ampliato lo sguardo, offrendo una visione complessa e stratificata, eco della profondità dei territori e testimonianza di un vissuto autentico.
I laboratori, dalle pratiche educative di PaGiNe D’aCqUa alla scrittura creativa e collettiva di Scrivere tra le onde condotto da Giancarlo Piacci, hanno confermato il coinvolgimento attivo della comunità come tratto distintivo del festival: idee, confronti e partecipazione consapevole hanno contribuito a delineare con chiarezza l’anima del Rarrəca. Un’anima che ci auguriamo risuoni nel tempo e consolidi la presenza di questo festival, che incarna un talento raro: quello di non limitarsi ad esistere, ma che accade, cresce, si trasforma da visione in pratica culturale.





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