Roma – Caso Regeni, la Presidenza del Consiglio del Ministri, tramite l’Avvocatura dello Stato ha chiesto un risarcimento di due milioni di euro nei confronti dei quattro 007 egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni. Oggi, nel corso del suo intervento in aula, l’Avvocatura ha ricordato come “questo crimine abbia colpito profondamente la comunità italiana” e che gli imputati “hanno leso i diritti di tutela della libertà dei cittadini italiani anche all’estero. Sono stati violati diritti costituzionalmente garantiti”.
Ieri la lunga requisitoria conclusa con una richiesta di ergastolo e tre condanne a 17 anni e 6 mesi
Ieri nella lunga requisitoria, durata oltre sette ore, il procuratore aggiunto della Corte d’Assise di Roma, Sergio Colaiocco – affiancato dal Procuratore Francesco Lo Voi – ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di carcere per i quattro 007 egiziani accusati di avere sequestrato, torturato ed ucciso Giulio Regeni nel 2016 al Cairo.
In particolare è stato sollecitato il carcere a vita per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – l’autore materiale dell’uccisione – e condanne a 17 anni e 6 mesi per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr.
La Procura ha ricostruito dieci anni di indagini, tra depistaggi e prove nascoste da parte delle autorità del Cairo. Regeni “non è solo il nome di una vittima, è diventato il nome universale di domanda di giustizia”, ha detto l’accusa.
Un processo voluto con ostinazione dai pm di piazzale Clodio contro “il silenzio e le menzogne” dell’Egitto che “ha deciso di coprire e proteggere gli aguzzini” fornendo versioni di comodo o “veri e propri falsi” e comprando prove. Nel prologo la Procura ha detto che “ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia”.
Per quanto riguarda il movente di tanta violenza la Procura ha parlato di “una errata percezione di attività di intelligence ostile” ma Giulio – è stato ribadito in aula – “non era una spia”.
L’avvocata della famiglia Regeni: La tortura è un crimine contro l’umanità
“La tortura è un crimine contro l’umanità e le persone questo l’hanno capito”. Con queste parole l’avvocata Alessandra Ballerini ha commentato, nell’aula bunker di Rebibbia, la vicenda di Giulio Regeni, sottolineando come il caso vada ben oltre i confini di una singola tragedia familiare.
“Riguarda tutte le persone che si devono sentire sicure nel mondo e sapere che i loro corpi e la loro dignità non possono essere calpestati mai per nessuna ragione, tantomeno da un’autorità di governo”, ha affermato la legale.
I genitori di Giulio Regeni: “Dopo la condanna finalmente vivremo”
Accanto alle parole della legale, è arrivata la testimonianza dei genitori di Giulio Regeni, che hanno raccontato il peso di oltre dieci anni di ricerca della verità. “Sono stati anni continui di tortura anche per noi e per la famiglia Regeni”, hanno spiegato, denunciando come “i depistaggi siano forme di tortura, specie quando si traducono in un accanimento contro Giulio”.
Un dolore aggravato dalle accuse e dalle insinuazioni rivolte nel tempo al giovane ricercatore. “Hanno mosso diverse illazioni su Giulio. Hanno gettato fango su Giulio e non hanno mai smesso di farlo”, hanno ricordato. “Doversi difendere anche da tutto questo, dopo dieci anni, è faticosissimo”.
La famiglia ha quindi evocato il contesto in cui Regeni si trovò intrappolato prima della sua morte, definendolo una “ragnatela” costruita dalla “regia egiziana”, ma resa possibile anche dal coinvolgimento di persone vicine al ricercatore. “Questo fa malissimo”, hanno confidato. Infine, uno sguardo al futuro dopo un percorso lungo “dieci anni e mezzo”. Alla domanda su cosa accadrà dopo, la risposta è stata semplice e carica di significato: Dopo la sentenza di condanna “Vivremo. Finalmente vivremo”.





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