Napoli – Quattordici anni e otto mesi di reclusione. È questa la condanna inflitta dal Tribunale per i Minorenni di Napoli a M.B., il giovane ritenuto responsabile dell’omicidio di Marco Pio Salomone, il diciannovenne freddato nella notte tra il 21 e il 22 novembre scorso nei pressi di una sala giochi nel quartiere Arenaccia.
La sentenza è arrivata al termine di un’udienza ad alta tensione, celebrata con la formula del rito abbreviato – che è valsa all’imputato lo sconto di un terzo della pena – e con il baby-killer collegato in videoconferenza dal carcere minorile in cui è detenuto.
Alla lettura del dispositivo, nell’aula d’udienza è esplosa la rabbia dei familiari della vittima: la madre di Salomone ha contestato duramente la decisione del giudice, urlando contro lo schermo che trasmetteva le immagini dell’assassino di suo figlio, ritenendo la condanna decisamente troppo esigua rispetto alla gravità del fatto.
Il pentimento tardivo e il retroscena delle minacce
Prima che il giudice si ritirasse in camera di consiglio, l’imputato ha tentato l’ultima carta per alleggerire la propria posizione, invocando il perdono della famiglia e dichiarandosi pentito. Un dietrofront che contrasta violentemente con la condotta processuale ed extragiudiziale mostrata dal giovane fino a pochi giorni fa.
M.B., considerato dagli inquirenti un elemento contiguo alle paranze di “baby-camorristi” del Buvero (il Borgo Sant’Antonio Abate), nei mesi scorsi era infatti riuscito a procurarsi illegalmente un telefono cellulare all’interno del penitenziario.
Da quella cella aveva inviato messaggi fortemente intimidatori alla sorella della vittima, rivendicando il delitto con spavalderia criminale: «Lo rifarei altre cento volte». Su questo inquietante filone è tuttora aperta un’indagine parallela degli investigatori, decisi a capire come il detenuto sia entrato in possesso dello smartphone e chi abbia coperto la sua rete di comunicazioni.
La ricostruzione del delitto: una vendetta di camorra
L’inchiesta, inizialmente partita senza escludere l’ipotesi di uno scambio di persona o di un proiettile vagante destinato a un altro obiettivo, ha poi blindato una ricostruzione ben più sinistra. Marco Pio Salomone non si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato: era lui il bersaglio designato.
Poche settimane prima di essere ucciso, il diciannovenne era già stato vittima di un violento e selvaggio pestaggio. Salomone, stando a quanto emerso dalle indagini, pagava la colpa di essersi apertamente opposto alle prepotenze, ai soprusi e agli atteggiamenti camorristici imposti sul territorio dal gruppo del Buvero.
Una reazione che la paranza criminale non poteva tollerare. M.B., reo confesso, si era così procurato una pistola con l’unico obiettivo di regolare i conti e punire lo sgarro con il sangue.
Le ombre sul raid: caccia ai complici e allo “specchiettista”
Nonostante la condanna in primo grado dell’esecutore materiale, il fascicolo della Procura per i Minorenni e della Direzione Distrettuale Antimafia resta aperto. Ci sono troppi tasselli mancanti che il killer, nonostante la confessione, ha deciso di non rivelare. M.B. non ha mai fatto ritrovare la pistola utilizzata per l’agguato, né ha fornito indicazioni utili a identificare chi gliela avesse messa in mano.
Inoltre, la dinamica di quella notte di novembre suggerisce la presenza di una rete di fiancheggiatori. Gli investigatori sono convinti che la sera del delitto qualcuno abbia fatto da “specchiettista”, segnalando la presenza di Marco Pio all’interno della vettura e “vendendolo” di fatto ai sicari.
I riflettori della giustizia restano dunque accesi sulla periferia est della città, mentre si attendono le motivazioni della sentenza. Solo dopo il loro deposito, la difesa valuterà se presentare ricorso in Appello per limare ulteriormente la pena.





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