Non è un vulcanologo e molte delle sue teorie non possiedono una base scientifica riconosciuta. Eppure Tonino ’O Scienziato, all’anagrafe Antonio Andreone, rappresenta un personaggio particolare della televisione locale napoletana: una voce popolare che, già negli anni Ottanta, cercava di raccontare i problemi del territorio e di richiamare l’attenzione sui pericoli legati ai Campi Flegrei.
Non bisogna trasformarlo in un profeta e neppure attribuirgli conoscenze che non aveva. Tonino era ed è soprattutto un uomo di quartiere, legato al Rione Traiano, capace di utilizzare le piccole emittenti televisive dell’epoca per portare davanti alle telecamere questioni spesso ignorate dai grandi mezzi d’informazione.
Con il suo linguaggio colorito, diretto e talvolta confuso, si occupava di degrado urbano, speculazioni edilizie, spazi pubblici abbandonati e difficoltà delle periferie. Accendeva la telecamera e andava a parlare con le persone. Non seguiva gli schemi del giornalismo tradizionale e non aveva la preparazione di un ricercatore, ma possedeva la convinzione che certi problemi dovessero essere mostrati prima che fosse troppo tardi.
Il reportage sul bradisismo di Pozzuoli
Uno dei documenti più conosciuti legati a Tonino ’O Scienziato è “Terremoto: panico e paura”, realizzato a Pozzuoli nel 1984 durante la grande crisi bradisismica che provocò evacuazioni, danni agli edifici e migliaia di sfollati.
Nel reportage Tonino raggiunge il porto di Pozzuoli alle prime ore del mattino, incontra i pescatori, parla con gli abitanti e ascolta le famiglie coinvolte nell’emergenza. Visita anche la zona della Schiana, raccogliendo le testimonianze di persone che si sentivano abbandonate e che non sapevano cosa sarebbe accaduto alle proprie case.
Una parte della versione integrale è ancora disponibile nel filmato “Tonino ’O Scienziato e il terremoto di Pozzuoli”. Altre immagini lo mostrano mentre si reca direttamente nell’area della Solfatara, cercando di spiegare, con il proprio linguaggio e attraverso le proprie convinzioni, ciò che stava avvenendo nel sottosuolo.
Quei filmati non possono essere considerati documentari scientifici. Sono però testimonianze sociali importanti perché mostrano il modo in cui una parte della popolazione visse quella crisi. Tonino non raccontava il bradisismo da un laboratorio: lo raccontava dalla strada, tra le persone spaventate, gli sfollati e chi temeva di perdere tutto.
La sua teoria sulle acque sulfuree
La teoria più famosa di Tonino collegava il bradisismo alla chiusura delle fontane di acqua sulfurea del Chiatamone, conosciuta dai napoletani come “acqua ’e mummera”.
Secondo la sua interpretazione, la chiusura delle sorgenti avrebbe impedito all’acqua e ai gas presenti nel sottosuolo di trovare uno sfogo naturale. La pressione, non riuscendo più a liberarsi attraverso quelle fontane, si sarebbe quindi spostata verso l’area di Pozzuoli, contribuendo alle scosse e al sollevamento del terreno.
Per spiegare questa idea, Tonino paragonava il sottosuolo al motore di un’automobile: quando una valvola viene chiusa, sosteneva, la pressione cerca inevitabilmente un’altra via d’uscita. Chiedeva perciò di riaprire le sorgenti e di consentire ai gas sotterranei di trovare uno sfogo.
Si trattava di una spiegazione suggestiva e facilmente comprensibile, ma non sostenuta dalle conoscenze scientifiche sul fenomeno. Il bradisismo dei Campi Flegrei è legato alla complessa dinamica del sistema vulcanico e idrotermale, alla deformazione del suolo, alla circolazione dei fluidi e alla sismicità. La sua evoluzione può essere valutata esclusivamente attraverso l’analisi congiunta dei dati raccolti dalle reti di monitoraggio.
Raccontare Tonino ’O Scienziato significa quindi mantenere ben distinti due aspetti: da una parte le sue teorie personali, che non possono essere presentate come verità scientifiche; dall’altra il suo tentativo di richiamare l’attenzione su un territorio fragile e sul rapporto difficile tra la popolazione, le istituzioni e la natura.
Ciò che Tonino cercava di raccontare
Al di là delle spiegazioni sbagliate o approssimative, Tonino aveva compreso un elemento fondamentale: i Campi Flegrei non sono soltanto un argomento per studiosi, convegni e bollettini. Sono un territorio densamente abitato, costruito sopra una caldera attiva, nel quale ogni movimento del suolo entra direttamente nelle case, nelle scuole, nelle attività commerciali e nella vita quotidiana di centinaia di migliaia di persone.
Già quarant’anni fa cercava di dire che non era possibile voltarsi dall’altra parte. Lo faceva a modo suo, attraverso una televisione povera di mezzi, con parole spesso disordinate e conclusioni scientificamente discutibili. Ma provava comunque a mostrare il problema e a portare una telecamera dove la terra tremava e la gente aveva paura.
In questo si trova il valore della sua testimonianza. Non nell’aver previsto scientificamente ciò che sarebbe accaduto, ma nell’aver raccontato un rischio che esisteva allora e che continua a esistere oggi.
Una terra che continua a ricordarci la propria natura
Oggi le conoscenze scientifiche e gli strumenti di monitoraggio sono enormemente più avanzati rispetto agli anni Ottanta. L’Osservatorio Vesuviano controlla continuamente sismicità, deformazione del suolo, emissioni di gas e parametri geochimici. Ogni valutazione seria deve partire da questi dati, non da ipotesi personali o teorie diffuse sui social.
Il terremoto di magnitudo 4.7 del 31 luglio 2026 è stato indicato dall’INGV come il più energetico registrato ai Campi Flegrei da quando sono disponibili dati strumentali. Lo stesso istituto ha precisato che una singola scossa, per quanto significativa, non dimostra da sola un cambiamento dello stato del sistema vulcanico. Gli aggiornamenti possono essere consultati nella pagina ufficiale dell’Osservatorio Vesuviano.
Il punto, però, non è alimentare l’allarmismo. Il punto è domandarsi se, dopo tanti anni, il territorio sia realmente pronto ad affrontare una crisi più grave. Il monitoraggio scientifico è indispensabile, ma da solo non basta. Servono edifici sicuri, vie di fuga realmente percorribili, piani conosciuti dalla popolazione, esercitazioni credibili e una comunicazione capace di costruire fiducia.
Ogni volta che la terra trema si torna a discutere di prevenzione, evacuazioni e sicurezza. Quando le scosse diminuiscono, il rischio è che anche l’attenzione si abbassi. È proprio questa discontinuità a rendere ancora attuali, pur con tutti i loro limiti, alcuni vecchi filmati di Tonino.
Non un profeta, ma una voce che provava ad avvertire
Tonino ’O Scienziato non deve essere trasformato in un eroe o in uno studioso ingiustamente ignorato. Le sue teorie appartengono a una lettura personale dei fenomeni e non possono essere confuse con la ricerca scientifica.
Bisogna però riconoscere che, già molti anni fa e nel suo piccolo, cercava di avvertire la popolazione e di raccontare una terra esposta a un rischio enorme. Mentre molti preferivano considerare il bradisismo un problema momentaneo, Tonino entrava nei quartieri, parlava con gli sfollati e ricordava che sotto Pozzuoli e una vasta parte dell’area napoletana esisteva una forza naturale con la quale sarebbe stato necessario continuare a convivere.
A volte sono proprio le voci più insolite e meno ordinate a intercettare una preoccupazione che gli altri preferiscono allontanare. Come Cassandra, condannata a non essere ascoltata, anche chi avverte di un pericolo può essere facilmente deriso o ridotto a personaggio folkloristico. Questo non significa che le sue spiegazioni fossero corrette, ma che la domanda posta allora continua a essere valida oggi: siamo davvero preparati?
Tonino, con il proprio modo di fare, aveva capito almeno una cosa che oggi moltissime persone stanno finalmente comprendendo:
con la natura non si scherza. Possiamo studiarla, monitorarla e imparare a conviverci, ma non possiamo pensare di dominarla con il cemento, con l’improvvisazione o con rassicurazioni momentanee. Prima o poi la natura presenta il conto. E se continueremo a prepararci soltanto dopo ogni nuova scossa, potremmo scoprire di non essere in grado di pagarlo.





