Negli ultimi anni il dibattito sulle concessioni balneari è diventato sempre più acceso. Sui social circolano video nei quali alcuni gestori raccontano di essere stati defraudati dopo la scadenza della concessione o in seguito a interventi con cui lo Stato ha ripreso possesso di aree demaniali.
Dal punto di vista umano, è comprensibile il dispiacere di chi, dopo anni di lavoro e investimenti, deve lasciare un’attività. Tuttavia, non bisogna confondere una concessione temporanea con un diritto di proprietà.
Le spiagge appartengono al demanio pubblico. Sono beni della collettività che lo Stato può affidare in gestione a soggetti privati per un periodo determinato e nel rispetto di precise condizioni. Il concessionario può esercitare un’attività economica, offrire servizi e ottenere un profitto, ma non diventa proprietario della spiaggia.
È proprio questa distinzione che, nel corso degli anni, sembra essersi progressivamente indebolita. Il rinnovo ripetuto delle stesse concessioni ha contribuito a creare l’idea di un diritto acquisito e praticamente eterno. In alcuni territori sono nate vere e proprie posizioni privilegiate, tramandate nel tempo come se fossero beni privati, nonostante riguardino luoghi pubblici spesso capaci di generare ricavi molto elevati.
Quando lo Stato cerca di ripristinare la legalità, di recuperare un’area occupata senza un titolo valido o di assegnare nuovamente una concessione scaduta, alcuni gestori si sentono vittime di un’ingiustizia. Ma la scadenza non costituisce un esproprio: è una caratteristica essenziale della concessione stessa.
Se una concessione avesse durata illimitata e appartenesse per sempre allo stesso soggetto, cesserebbe di essere una concessione e si trasformerebbe, di fatto, nella privatizzazione di un bene pubblico.
Il rinnovo è necessario
Il ricambio nella gestione delle spiagge non deve essere considerato una punizione. Serve a garantire trasparenza, concorrenza e pari opportunità, evitando che beni appartenenti a tutti restino nelle mani delle stesse famiglie o società per generazioni.
Naturalmente, le nuove procedure devono essere trasparenti e tutelare correttamente gli investimenti realmente effettuati e non ancora recuperati. È giusto riconoscere il valore del lavoro svolto, soprattutto da chi ha rispettato le regole e garantito servizi di qualità. Ma tale tutela non può trasformarsi nel diritto automatico a occupare per sempre una parte del demanio.
Il rinnovo periodico permette inoltre di verificare se il concessionario abbia rispettato gli obblighi previsti: pagamento dei canoni, corretta occupazione dell’area, tutela ambientale, sicurezza, accessibilità e passaggi verso il mare.
I fatti dimostrano che non tutte le concessioni risultano pienamente regolari. Quando vengono accertate gravi violazioni, occupazioni abusive o inadempienze, il diritto all’utilizzo dell’area può decadere. Non si può invocare il lavoro svolto per pretendere di restare al di sopra delle regole.
Le spiagge libere sono un diritto
Accanto al problema delle concessioni esiste quello, altrettanto importante, delle spiagge libere. In molte località lo spazio gratuitamente accessibile si è progressivamente ridotto, oppure è rimasto confinato in tratti meno agevoli, poco curati e difficili da raggiungere.
Il mare, però, non può diventare un privilegio riservato esclusivamente a chi può permettersi di pagare un ingresso, un ombrellone o altri servizi. Le istituzioni devono garantire una presenza adeguata di spiagge libere, accessi chiari e percorsi realmente utilizzabili da tutti, comprese le persone con disabilità.
Anche dove esiste uno stabilimento, la concessione non dovrebbe diventare uno strumento per impedire arbitrariamente l’accesso al mare o per far percepire la spiaggia come un territorio esclusivamente privato. Il concessionario gestisce un’attività su un bene pubblico: non acquista il mare e non diventa padrone della costa.
Nessuno è al di sopra della legge
Bisogna superare una visione distorta secondo cui il rispetto delle regole sarebbe un’aggressione contro chi lavora. La legalità non è qualcosa di astratto, né un ostacolo da applicare soltanto agli altri: fa parte della vita di tutti noi.
Le istituzioni devono agire con equilibrio, rispettare le procedure e riconoscere gli investimenti legittimi. Allo stesso tempo, però, devono difendere il carattere pubblico del demanio e impedire che una concessione temporanea si trasformi in una proprietà privata mascherata.
Si può comprendere la sofferenza di chi perde una concessione dopo molti anni, ma non si può dimenticare la natura del rapporto: quel luogo non è mai diventato suo. Gli è stato affidato per un periodo e a determinate condizioni.
Le spiagge sono un patrimonio collettivo. Possono essere gestite da soggetti privati, ma devono restare accessibili, controllate e amministrate nell’interesse pubblico. Difendere questo principio non significa essere contro gli imprenditori balneari. Significa ricordare che nessuna attività economica, per quanto storica e redditizia, può trasformare un bene di tutti nel privilegio permanente di pochi.





