Napoli, il mistero della lite a calcetto dietro l’agguato al giovane pugile incensurato

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Giuseppe Del Gaudio

A Miano la morte si sveglia prima degli operai. Via Caprera, profonda periferia nord di Napoli, ore cinque del mattino. Lorenzo Spasiano, ventunenne con le mani indurite dai turni in fabbrica e i muscoli temprati dai sacchi di boxe, chiude il portone di casa alle sue spalle.

Fa freddo, c’è il silenzio livido delle prime ore del giorno. Lorenzo fa solo pochi passi verso una nuova giornata di lavoro, l’ennesima di una vita normale. Poi il rumore sordo di un colpo di pistola. Un proiettile unico, preciso, dritto al torace.

Lorenzo stramazza al suolo, sul marciapiedi. Non c’è una scorta, non ci sono auto blindate, perché Lorenzo non è nessuno per i registri della camorra. È solo un ragazzo pulito. La prima ad accorgersi che l’inferno ha bussato alla loro porta è sua madre. Sente lo sparo, sente il gemito. Corre giù, si inginocchia nel sangue del suo terzogenito e urla. Una corsa disperata verso il pronto soccorso del Cardarelli non basterà a salvargli la vita.

Una famiglia normale nella morsa della periferia

L’inchiesta condotta dai Carabinieri del nucleo operativo Napoli Stella si scontra subito con un dato anomalo per le statistiche di sangue di questa terra: il vuoto pneumatico nei casellari giudiziari. Lorenzo Spasiano non ha legami con i clan che si spartiscono le piazze di spaccio tra Miano, Piscinola e Secondigliano.

La sua è la fotografia di una Napoli che resiste: il padre guida le ambulanze, la madre – una donna profondamente credente – assiste una persona invalida del quartiere. Cinque figli, una casa dignitosa e nessuna macchia.

Lorenzo era un pezzo di quel motore onesto. Per anni aveva lavorato in un panificio della zona, spaccandosi la schiena di notte davanti al forno, prima di trovare un nuovo impiego, forse più stabile, forse solo meno faticoso. Chi lo conosceva ne parla come di un ragazzo “vivace”, sì, ma lontano anni luce dalle paranze. Eppure, qualcuno lo aspettava nell’ombra con un’arma carica.

L’ombra di una faida nata sui campi di calcetto

Se la camorra non c’entra, cosa ha armato la mano dell’assassino? La risposta, che gli investigatori stanno cercando di decifrare nelle ultime ore, si nasconde nei codici distorti della subcultura di strada. Nel quartiere circola una voce insistente, un sussurro che i militari stanno verificando con estrema cautela: una lite banale, scoppiata mesi fa durante una partita di calcetto.

I fili della tragedia, in realtà, partono da più lontano. Bisogna tornare indietro allo scorso mese di marzo. È in quel periodo che Lorenzo, forte della sua esperienza sul ring come pugile amatoriale, ha un duro scontro verbale e fisico con un minorenne della zona. Un diverbio come tanti, si potrebbe pensare.

Ma in certi contesti le ferite all’orgoglio non si rimarginano con una stretta di mano. Quella lite avrebbe lasciato strascichi pesanti, un rancore sordo covato per mesi, fino all’epilogo di questa mattina. L’ipotesi della Procura è agghiacciante: Lorenzo potrebbe essere stato giustiziato per aver “osato” tenere testa a qualcuno che non accettava di aver perso il controllo del territorio, o semplicemente di aver perso una discussione.

Il grido della Chiesa: “Siamo in una spirale di cattiveria”

In via Janfolla, a poca distanza dal luogo dell’agguato, le porte della parrocchia di Sant’Alfonso e San Gerardo sono aperte. Don Salvatore Cinque conosceva bene Lorenzo, lo vedeva ogni giorno quando il ragazzo lavorava nel panificio di fronte alla chiesa. Il parroco è diventato il custode del dolore di una madre devastata.

“La mamma mi ha detto che ha sentito gli spari e le grida del figlio, è uscita di casa e l’ha trovato a terra”, racconta don Salvatore Cinque, con la voce rotta dall’emozione ma ferma nella denuncia. “Era un ragazzo mite ma vivace, come tutti i ragazzi del quartiere, ma nessun legame con la malavita. Si svegliava presto ogni mattina per andare a lavorare”.

Il sacerdote non usa giri di parole per descrivere la realtà che si respira tra queste strade, dove la vita di un ventunenne può valere meno del prezzo di un proiettile.

“È una notizia che ci scuote e ci addolora”, continua il parroco. “Ci troviamo in una spirale di violenza e cattiveria e per questo dobbiamo puntare sull’educazione, creare dei poli educativi anche all’interno del quartiere. È una cosa che stiamo già realizzando, infatti a breve inaugureremo il nuovo oratorio per prendere i ragazzi dalla strada e portarli in parrocchia, per dar loro un’educazione”.

La giustizia  dei vicoli

Mentre l’oratorio prova a nascere come argine disperato al degrado, i Carabinieri continuano a setacciare le telecamere di via Caprera e ad ascoltare i testimoni. Resta il fatto cronacherà le prossime settimane: a Miano si muore ancora per un “regolamento di conti” personale. Se le ipotesi investigative verranno confermate, la morte di Lorenzo Spasiano racconterà la storia di una città in cui la violenza ha perso persino la logica economica del profitto criminale per farsi pura, spietata e quotidiana barbarie.

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