Sant’Antonio Abate – Le luci sfarzose si sono spente, la musica neomelodica che per decenni ha fatto da colonna sonora ai matrimoni più celebri della Campania non risuona più e i cancelli dorati restano serrati. Dopo domani, 24 giugno, alle ore 09:00, il piazzale antistante il Grand Hotel La Sonrisa – universalmente noto come il “Castello delle Cerimonie” – tornerà a riempirsi, ma questa volta non ci saranno festeggiamenti.
Sarà la piazza della rabbia e dell’incertezza: i dipendenti della struttura, oggi senza lavoro, hanno organizzato un sit-in di protesta proprio davanti a quelle mura che per mezzo secolo hanno rappresentato una delle più floride macchine turistico-ricettive del territorio.
Dal mito di Don Antonio alla sentenza della Cassazione
Per comprendere il dramma sociale che si consumerà domani mattina ai cancelli di Sant’Antonio Abate, occorre fare un passo indietro e riavvolgere il nastro di una vicenda giudiziaria complessa, culminata nel febbraio scorso. La Sonrisa, legata indissolubilmente alla figura del suo fondatore, il “Boss delle Cerimonie” Don Antonio Polese (scomparso nel 2016), e successivamente alla gestione della figlia Imma, è stata per cinquant’anni un punto di riferimento per l’imprenditorialità locale e un fenomeno di costume globale, grazie alla fortunata serie televisiva di Real Time.
Il castello di carte è però crollato definitivamente quando la Corte di Cassazione ha reso irrevocabile la sentenza di confisca per lottizzazione abusiva, avviata a seguito di accertamenti urbanistici risalenti addirittura al 2011. La decisione degli ermellini ha sancito il passaggio dell’intero complesso immobiliare – stimato in oltre 15 milioni di euro – al patrimonio del Comune di Sant’Antonio Abate.
Un colosso da cento stanze rimasto al buio
La transizione da struttura privata a bene pubblico ha di fatto congelato l’attività economica. Nonostante i tentativi iniziali di ipotizzare una gestione provvisoria in attesa dei verdetti definitivi sull’acquisizione e sui canoni di occupazione, la realtà dei fatti si è dimostrata ben più rigida: stop ai banchetti, stop alle prenotazioni, stop ai riflettori.
La chiusura definitiva ha lasciato un vuoto non solo nel tessuto economico della cittadina vesuviana, ma soprattutto nel bilancio familiare di oltre cento lavoratori, tra personale fisso e stagionale. Camerieri, cuochi, receptionist, addetti alla sicurezza e alle pulizie: un intero indotto che da mesi si trova privo di ammortizzatori sociali strutturati e, soprattutto, di certezze sul proprio futuro occupazionale.
La disperazione dei dipendenti: “Non dimenticateci”
Il sit-in di domani mattina nasce proprio dall’esigenza di rompere il silenzio calato sulla struttura. I lavoratori chiedono a gran voce l’intervento delle istituzioni regionali e comunali affinché si trovi una soluzione che possa salvaguardare i livelli occupazionali.
“Siamo noi a pagare il prezzo più alto di questa vicenda”, spiegano alcuni rappresentanti dei lavoratori alla vigilia della protesta. “La Sonrisa per noi non era solo un posto di lavoro, era una famiglia. Chiediamo che il Comune e la Regione non ci abbandonino e che si valuti ogni strada possibile per far ripartire la struttura, tutelando chi per anni ha contribuito al suo successo”.
Il nodo del futuro: riconversione o gestione controllata?
Sullo sfondo resta il grande punto interrogativo sul destino del Castello. Il Comune di Sant’Antonio Abate si trova a gestire una patata bollente: un colosso immobiliare che necessita di manutenzione costante e che rischia il deperimento. Le ipotesi sul tavolo sono diverse – dalla gestione controllata tramite bando pubblico alla riconversione per fini sociali o istituzionali –, ma nessuna di queste sembra offrire una risposta immediata alla crisi occupazionale in corso. Domani alle 09:00, davanti a quei cancelli chiusi, la politica e le istituzioni saranno chiamate a dare le prime, attesissime risposte.





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