Omicidio Ascione: quella verità a metà che protegge i «colonnelli» di Ponticelli

Napoli – «Avevo la pistola tra le mani. Stavo raccontando quello che era successo, ma il colpo è partito per errore. Non volevo uccidere il mio amico». Le parole di Francescopio Autiero risuonano nell’aula di tribunale come un copione già scritto, una confessione parziale che scivola subito dopo nel mutismo più assoluto.

Davanti al giudice che ha convalidato il fermo, il ventenne accusato dell’omicidio di Fabio Ascione ha scelto di trincerarsi dietro le dichiarazioni spontanee e il silenzio. Una scelta legittima sotto il profilo legale, ma che apre voragini etiche e investigative su una vicenda che è tutt’altro che un tragico incidente tra coetanei.

Un silenzio che pesa più delle scuse

Se davvero quello sparo fosse stato un tragico “incidente”, il percorso naturale di chi prova un sincero rimorso non passerebbe per le sole dichiarazioni di rito, ma per una piena e incondizionata collaborazione. Il silenzio di Autiero, invece, appare come una fredda strategia difensiva. Ammettere l’accidentalità serve a derubricare l’accusa, ma tacere sul resto significa proteggere il contesto che ha armato la mano. Il pentimento, in casi come questi, si misura con la trasparenza, non con il calcolo processuale.

L’arsenale dei “giovani leoni”

Gli interrogativi a cui Autiero ha deciso di non rispondere sono le pietre angolari dell’inchiesta. Chi ha consegnato una pistola a un ventenne? Perché quell’arma era carica e pronta all’uso durante un incontro tra amici? Soprattutto, cosa è accaduto realmente durante il conflitto a fuoco con il gruppo di Volla, avvenuto poco prima della tragedia? Una sparatoria non è mai un evento isolato, ma il sintomo di una tensione sotterranea, di un controllo del territorio che vede giovani vite usate come avamposti di una guerra per procura.

La regia della latitanza e l’ombra del clan

Il legame di parentela tra Autiero e un esponente di rilievo del clan De Micco non è un dettaglio di contorno, ma il cuore del problema. In un contesto dove il cognome pesa quanto una divisa, la settimana trascorsa da Autiero come fuggiasco prima di finire in manette solleva dubbi inquietanti. Chi ha garantito vitto e alloggio a un giovane ricercato? Chi ha steso la rete di omertà che lo ha reso invisibile per sette giorni? È difficile credere che un ragazzo possa gestire una latitanza in totale autonomia senza una “regia” esperta che ne curi gli spostamenti e ne valuti i tempi di resa.

La responsabilità oltre la difesa

La differenza tra un tragico errore e una dinamica criminale organica sta tutta nella volontà di fare luce sul “sistema”. In contesti segnati dalla camorra, le armi non parlano mai per caso; circolano perché qualcuno ha deciso di investirle della funzione di regolare i conti o affermare il potere. Senza i nomi, senza i perché e senza la spiegazione di quella fuga protetta, la frase «non volevo uccidere il mio amico» resta un guscio vuoto, un estremo tentativo di salvare se stessi senza tradire chi, quella pistola, l’ha messa in circolazione.

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Paolo Marra

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