

i pizzini di Emanuele catena
Nelle gerarchie fluide della criminalità organizzata napoletana, i soprannomi non sono solo etichette, ma veri e propri marchi di fabbrica. Ma tra le pagine dell’ordinanza firmata dal GIP Valentina Giovanniello, uno in particolare ricorre con la frequenza di un codice a barre: “O’ Biondo”. Dietro questo alias si cela Emanuele Catena, una figura che l’attività investigativa della Dda di Napoli pone al centro di una fitta rete di distribuzione e, soprattutto, di rendicontazione finanziaria.
Per mesi, il nome “Biondo” o “Biondomanu” è rimasto sospeso tra le righe di intercettazioni ambientali e telefoniche. Gli interlocutori si rivolgevano a lui con la confidenza riservata a chi tiene in mano i fili di un’attività fiorente. “O’ Biondo”, lo chiamavano in dialetto, mentre discutevano di conteggi e “paghe” da corrispondere ai pusher.
La svolta per gli inquirenti arriva però con il sequestro dei famigerati “pizzini”. Non sono semplici appunti, ma frammenti di un libro mastro che trova una spaventosa coerenza tra le diverse perquisizioni. Che si tratti dei 66 foglietti trovati in via Marco Aurelio Severino a casa di Gaetano Esposito, o dei documenti nascosti nel sottoscala di Domenico Scutto, il nome di Catena è sempre lì, associato al comparto più redditizio: il “Bianco”, ovvero la cocaina.
L’analisi del materiale sequestrato ha permesso di isolare una sequenza numerica che si ripete quasi come un mantra contabile. Nel “foglio n. 9” e nel “foglio n. 19” del compendio indiziario, accanto al riferimento “BIONDO”, compare la stringa 150/55/8250.
Questa non è una semplice serie di numeri, ma la fotografia di una transazione commerciale perfetta:
150: i grammi di sostanza stupefacente (cocaina) consegnati alla piazza.
55: il prezzo pattuito al grammo (55 euro).
8250: il risultato della moltiplicazione, ovvero il debito totale accumulato dal distributore verso la cassa centrale del clan.
Ma la precisione di Catena non si ferma alla vendita. I pizzini mostrano una gestione dei pagamenti che ricorda quella di un istituto di credito. Sotto la cifra di 8.250 euro, gli inquirenti hanno trovato lunghe liste di addendi: 4000 + 1000 + 1500 + 1000 + 250 + 500. Sono i “ratei periodici”, i versamenti che la piazza di spaccio effettua man mano che la merce viene venduta ai consumatori finali. Quando la somma di queste rate raggiunge il totale, il ragioniere appone il suo visto: “OK”. Il debito è estinto, la fiducia è rinnovata.
Il ruolo di Catena non si esaurisce nel calcolo. I documenti rivelano come egli sia il punto di giunzione con altre figure chiave della galassia criminale napoletana. Nei pizzini, il suo nome appare affiancato a quello di Francesco Matafora (indicato come “MATAF”), soggetto legato al clan Licciardi e all’Alleanza di Secondigliano, e a quello di Antonio Sepe (alias “Pachio”).
Questa “contabilità condivisa” suggerisce un livello di coordinamento superiore: Emanuele Catena non agisce come un battitore libero, ma come un funzionario di alto livello che coordina i flussi di cassa tra diverse piazze di spaccio, garantendo che il “nuovo approvvigionamento” (indicato nei fogli come “Nuovo B”) sia sempre monitorato e pagato.
A blindare il quadro accusatorio non sono stati solo i foglietti di carta. L’attività tecnica del procedimento 27875/23 ha fornito i riscontri audio a quei manoscritti. Le conversazioni intercettate mostrano Catena intento a fare i “conteggi”, a discutere delle spettanze per chi lavora in strada e a confermare la ricezione delle somme. Una sovrapposizione perfetta tra la realtà fisica dei pizzini e quella digitale delle intercettazioni che non lascia spazio a dubbi sull’identità di “O’ Biondo”.
In questo scenario, Emanuele Catena emerge come l’emblema della “camorra dei colletti bianchi” che non siede nei consigli di amministrazione, ma gestisce capitali immensi con una penna e un foglio di carta, trasformando la polvere bianca in un flusso costante di euro destinato ai caveau blindati della famiglia Bosti.