Salerno, trans rifiuta ricovero in reparto maschile: 6 giorni in barella al pronto soccorso. Interviene Fico

Secondo Arcigay e Associazione Trans Napoli, al “Ruggi” era stata proposta una stanza con cinque uomini: “Lesiva della dignità”. Mediazione della Regione e nuova sistemazione. Avviata l’ipotesi di linee guida per i reparti

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Salerno– Sei giorni su una barella in pronto soccorso e, al momento del trasferimento in reparto, la proposta di un ricovero in area maschile, in una stanza condivisa con cinque uomini.

È la ricostruzione fornita da Antinoo Arcigay Napoli e dall’Associazione Trans Napoli sul caso che vede protagonista Iolanda, donna transgender, che avrebbe rifiutato quella sistemazione ritenendola incompatibile con la propria identità di genere e “lesiva della dignità”.

La vicenda, che ha sollevato reazioni e richieste di intervento istituzionale, si è chiusa – secondo quanto riferito dalle associazioni – con una mediazione della Regione Campania e con l’attivazione della direzione sanitaria dell’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno, che avrebbe individuato una collocazione ritenuta più adeguata.

La degenza in pronto soccorso e la proposta di trasferimento

Stando a quanto riportato da Arcigay Napoli, Iolanda sarebbe rimasta per sei giorni su una barella del pronto soccorso in attesa di un posto letto. Al momento del ricovero, le sarebbe stato proposto il trasferimento in un reparto maschile, con sistemazione in camera insieme ad altri pazienti uomini (cinque, secondo la ricostruzione).

Sempre secondo l’associazione, la motivazione comunicata dalla struttura sarebbe stata legata al fatto che la paziente, “biologicamente”, sarebbe considerata uomo e quindi non ricoverabile nei reparti femminili. Si tratta, in questo passaggio, della spiegazione riferita dalle associazioni e attribuita alla struttura.

“Una violenza psicologica”: il rifiuto e l’uscita dall’ospedale

Di fronte a quella soluzione, Iolanda – riferiscono i promotori della segnalazione – avrebbe deciso di rifiutare il ricovero e di lasciare l’ospedale nonostante condizioni di salute definite “precarie”.

La donna avrebbe raccontato di aver vissuto la proposta come “una vera e propria violenza psicologica”, scegliendo di esporsi a rischi per la propria incolumità fisica pur di non accettare una sistemazione percepita come umiliante.

Nel racconto delle associazioni, la vicenda si colloca anche sul terreno del rispetto della persona e dell’accesso alle cure: l’uscita dal presidio ospedaliero viene descritta come un gesto “forzato” dall’assenza di alternative reputate dignitose.

La segnalazione: dalla rete di supporto all’Osservatorio regionale

Dopo l’episodio, Iolanda avrebbe contattato Loredana Rossi dell’Associazione Trans Napoli. La rete di supporto, secondo quanto riferito, ha coinvolto Antonello Sannino, presidente dell’Osservatorio LGBTQIA+ della Regione Campania, con l’obiettivo di ottenere una soluzione rapida e di portare il caso all’attenzione delle istituzioni regionali.

Arcigay Napoli sostiene che, una volta arrivati in ospedale, i rappresentanti avrebbero incontrato “un muro di intransigenza”. Nella loro denuncia, la responsabile del pronto soccorso avrebbe negato “dignità e rispetto” alla paziente.

Le associazioni parlano di “palese violazione” di principi deontologici e di tutele costituzionali, arrivando a descrivere la vicenda come un caso in cui “la salute di una donna” avrebbe rischiato di essere sacrificata “per pregiudizio e burocrazia”. Anche in questo caso si tratta di valutazioni e accuse espresse dai soggetti che hanno diffuso la nota.

La mediazione della Regione e la svolta in serata

La svolta, riferiscono Arcigay Napoli e Associazione Trans Napoli, sarebbe arrivata in tarda serata grazie a un intervento diretto della Regione Campania. A seguire la vicenda in prima persona sarebbe stato il presidente Roberto Fico, con il supporto degli assessori Pecoraro e Morniroli.

Secondo la ricostruzione, la mediazione avrebbe portato a una “presa di coscienza” da parte dei vertici ospedalieri e all’attivazione della direzione sanitaria del “Ruggi”, che avrebbe individuato una sistemazione ritenuta “dignitosa e consona” all’identità di genere di Iolanda. In una delle versioni diffuse, le associazioni riferiscono anche di scuse rivolte alla paziente per quanto accaduto.

Il nodo: regole, reparti e tutela della dignità

Il caso riapre un tema che, nelle strutture sanitarie, può diventare conflitto tra prassi organizzative, collocazione in reparto e riconoscimento dell’identità di genere, soprattutto quando si tratta di stanze condivise e percorsi assistenziali standardizzati. È su questo punto che le associazioni chiedono protocolli più chiari: come gestire ricoveri, privacy e sicurezza, evitando che la persona debba scegliere tra cure e dignità.

Arcigay Napoli sottolinea che la vicenda sarebbe “un punto di non ritorno” e afferma che il presidente Fico avrebbe manifestato disponibilità ad attivarsi “immediatamente” per la stesura di linee guida specifiche, così da dotare le strutture sanitarie di protocolli adeguati. L’obiettivo dichiarato è impedire che episodi analoghi si ripetano e garantire “assoluta precedenza” al diritto alla salute nel rispetto della dignità di tutti, “senza distinzione alcuna”.

La richiesta: protocolli uniformi per evitare nuovi casi

Nel mirino, quindi, non c’è solo l’esito del singolo episodio, ma il metodo: procedure omogenee tra ospedali, riferimenti chiari per pronto soccorso e reparti, e strumenti che aiutino il personale sanitario a gestire situazioni complesse senza scaricarne il peso sulla paziente o sul paziente.

Per le associazioni, la gestione del ricovero non può ridursi a una scelta binaria e burocratica, soprattutto quando la conseguenza concreta è una persona che rinuncia alle cure. Da qui la richiesta di regole e indicazioni operative che bilancino sicurezza, privacy, appropriatezza clinica e rispetto dell’identità di genere.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte REDAZIONE

Commenti (1)

È importante che le strutture sanitarie siano pronte a gestire situazioni come questa, ma non capisco come sia possibile che una persona debba subire tale umiliazione. Servono protocolli più chiari e un rispetto per l’identità di genere.

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