Permesso per un battesimo: il killer di Gelsomina Verde torna a Scampia

Napoli – Il punto di rottura, oggi, è tutto in un ritorno: Ugo De Lucia, già in semilibertà, ha ottenuto un permesso per presenziare a un battesimo a Secondigliano, decisione assunta dall’ufficio di sorveglianza di Venezia.

La notizia, rilanciata in città, ha riattivato il conflitto — antico e mai pacificato — tra la logica rieducativa delle misure penitenziarie e la percezione di giustizia delle famiglie delle vittime, soprattutto quando la vittima è divenuta un simbolo civile.”Provo vergogna ad essere italiano, lo Stato ha permesso a loro di vincere”. Così, Francesco Verde, fratello della vittima della camorra Gelsomina Verde

Novembre 2004: la trappola nella prima faida

Gelsomina Verde, “Mina”, aveva 21 anni e venne uccisa il 21 novembre 2004 nel pieno della prima faida di Scampia/Secondigliano, la guerra tra il clan Di Lauro e gli scissionisti Amato-Pagano per il controllo del territorio e dello spaccio.

Secondo le ricostruzioni, fu sequestrata perché ritenuta — a torto — in grado di fornire informazioni su Gennaro Notturno, legato agli scissionisti: un bersaglio cercato dai rivali in quei mesi di caccia all’uomo.

Il sequestro si trasformò in un rito di intimidazione: ore di torture, poi l’esecuzione con tre colpi di pistola alla nuca e infine il tentativo di cancellare tutto bruciando il corpo dentro un’auto. La sua storia colpì anche perché Mina non era una “donna di clan”: lavorava, faceva volontariato, ed è ricordata come vittima innocente della criminalità organizzata.

Le prime condanne: ergastolo definitivo e sentenze collegate

La vicenda giudiziaria, nel tempo, ha avuto snodi netti. Nel processo chiuso il 4 aprile 2006 arrivò la condanna all’ergastolo per Ugo De Lucia, indicato come esecutore materiale dell’omicidio, e la condanna a 7 anni e 4 mesi per Pietro Esposito.

Nel 2019 la Cassazione ha respinto la richiesta di revisione presentata da De Lucia, dichiarando inammissibile il ricorso e rendendo definitiva la sua condanna, già stabilita in appello a Napoli nel 2007 e poi blindata contro i tentativi di riapertura.

In quel perimetro processuale entrò anche Cosimo Di Lauro: condannato all’ergastolo come mandante nel 2008, venne poi assolto dall’accusa nel 2010, a conferma di quanto la “verità giudiziaria” sulla catena di comando sia stata più frastagliata rispetto a quella sull’esecuzione materiale.

Vent’anni dopo: nuovi imputati e le condanne a 30 anni

Il caso non si è fermato alle prime sentenze. Nel 2023, a seguito di nuove indagini e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, sono stati individuati altri due presunti componenti del commando.

Il procedimento, celebrato con rito abbreviato, si è chiuso in primo grado con la condanna a 30 anni per Luigi De Lucia e Pasquale Rinaldi (“’o Vichingo”), ritenuti partecipi dell’azione (in particolare nella scorta dell’auto), con decisione assunta dal Gup di Napoli Valentina Giovanniello su richiesta dei pm Maurizio De Marco e Stefania Di Dona.

Un nome che non resta “solo cronaca”

Dentro la cronaca giudiziaria, Gelsomina Verde è diventata anche un luogo della memoria pubblica: iniziative, spazi dedicati e un impegno familiare che negli anni ha trasformato il dolore in presidio civile, con il fratello Francesco tra i promotori di attività sociali e commemorazioni.

Ed è anche per questo che un permesso penitenziario, pur formalmente inquadrato nel regime di semilibertà, viene vissuto come uno strappo: perché riporta l’omicida “dentro” il territorio e, simbolicamente, dentro la stessa storia da cui la vittima era stata espulsa con una violenza esemplare

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