HomeUltime NotiziePassaporto digitale di prodotto, la parte difficile non è il QR code...

Passaporto digitale di prodotto, la parte difficile non è il QR code ma leggerlo in fabbrica

Il passaporto digitale di prodotto non si risolve con un QR code. Ecco cosa serve per marcare, leggere e associare un identificativo univoco in produzione.
Ascolta questo articolo Riproduci la versione audio
Ascolta
Caricamento in corso...

Il quadro europeo sull’ecodesign prevede che una quota crescente di prodotti immessi sul mercato porti con sé un identificativo che rimanda a un insieme strutturato di informazioni: composizione, origine dei materiali, riparabilità, fine vita. Le aziende che hanno cominciato a prepararsi hanno scoperto in fretta che la parte concettuale, cioè decidere quali dati pubblicare, è la meno onerosa. Il collo di bottiglia è fisico e si trova in produzione: marcare ogni singola unità con un codice univoco, verificare che quel codice sia leggibile e associarlo al record giusto richiede una telecamera industriale per la lettura dei codici, installata nel punto corretto della linea, e una logica che regga anche quando qualcosa va storto.

Cosa contiene un passaporto digitale di prodotto

Il contenuto varia per gruppo di prodotti, perché viene definito caso per caso e non da un elenco unico valido per tutti. Alcuni elementi ricorrono in quasi tutte le impostazioni discusse finora:

  • identificazione univoca dell’unità o del lotto, con riferimento al fabbricante
  • informazioni sui materiali, con particolare attenzione alle sostanze di interesse per il riciclo
  • indicazioni su durabilità, riparabilità e disponibilità di ricambi
  • istruzioni per il corretto trattamento a fine vita

La differenza rispetto a un’etichetta tradizionale è che questi dati non stanno sul prodotto, stanno in un archivio raggiungibile attraverso il prodotto. Il supporto fisico serve solo a costruire il collegamento, e per questo deve essere estremamente affidabile: se il codice non si legge, l’informazione esiste ma è irraggiungibile.

Il QR code è la parte facile

Generare un codice bidimensionale è un’operazione banale, gestita da qualunque sistema informativo. Anche stamparlo su un’etichetta adesiva è un problema risolto da decenni. Le difficoltà cominciano quando l’etichetta non è ammessa, e nella pratica industriale accade spesso: componenti che vanno in forno, pezzi metallici esposti a solventi, prodotti che devono restare identificabili per l’intera vita utile.

In quei casi il codice viene inciso, marcato a laser o punzonato direttamente sul materiale. Il risultato non è nero su bianco: è un rilievo o una micro alterazione della superficie, il cui contrasto dipende interamente da come lo si illumina. Un codice inciso su acciaio lucido è praticamente invisibile con luce frontale e diventa perfettamente leggibile con un illuminatore anulare radente che genera ombre nette sui bordi delle celle.

Leggere un codice su una linea che si muove

Il secondo vincolo è temporale. In laboratorio si legge un codice fermo, con tutto il tempo necessario. In linea il pezzo transita, spesso senza una posizione garantita e con orientamento variabile. Il sistema di lettura ha una finestra di pochi millisecondi e deve produrre un esito, non un forse.

Le variabili da fissare in fase di progetto sono poche ma vincolanti: velocità di transito nel punto di lettura, tolleranza di posizione del pezzo, dimensione della cella del codice e distanza di lavoro. Da queste discendono tempo di esposizione, potenza dell’illuminazione e campo inquadrato. Sono decisioni che si prendono una volta e che poi condizionano l’affidabilità per anni, il che spiega perché conviene misurare sul campo anziché stimare a tavolino.

Marcatura, verifica, associazione: tre operazioni diverse

Molti progetti falliscono perché confondono tre passaggi che sono distinti e che vanno gestiti separatamente:

  1. la marcatura, cioè applicare fisicamente il codice sul pezzo, con i parametri di processo corretti per quel materiale
  2. la verifica di qualità del codice, che non è la lettura ma la valutazione della sua leggibilità secondo criteri standardizzati di contrasto, uniformità e danneggiamento delle celle
  3. l’associazione, cioè il collegamento tra il codice letto e il record che contiene i dati di quella specifica unità

Saltare la verifica è l’errore più comune e il più costoso. Un codice che oggi si legge al novanta per cento del margine di qualità continuerà a leggersi in fabbrica per mesi, e poi smetterà di funzionare a valle, magari presso il cliente, quando l’usura avrà consumato quel margine. La verifica esiste proprio per intercettare la deriva del processo di marcatura prima che diventi un problema di campo.

Segui Cronache della Campania Canali ufficiali

Ultime Notizie

Leggi tutte le notizie

Primo piano