

La vittima innocente Giulio Giaccio
Si è chiuso un altro capitolo giudiziario per uno dei delitti più atroci della cronaca campana. La Corte di Assise di Appello di Napoli, nell’aula 318 del Nuovo Palazzo di Giustizia, ha confermato la condanna a 30 anni di reclusione per Luigi De Cristofaro e Raffaele D’Alterio.
I due sono ritenuti rispettivamente mandante ed esecutore materiale dell’omicidio di Giulio Giaccio, il giovane operaio ucciso e sciolto nell’acido il 30 luglio del 2000. La sentenza di secondo grado ricalca quanto stabilito in primo grado, mantenendo l’esclusione dell’aggravante mafiosa, punto centrale della battaglia legale della famiglia.
La vicenda di Giulio Giaccio è quella di un tragico e fatale scambio di persona. Ventisei anni fa, un commando del clan Polverino entrò in azione per eliminare un uomo di nome Salvatore, “colpevole” di avere una relazione non gradita con la sorella del boss Salvatore Cammarota.
Giulio, che con quel contesto non aveva nulla a che fare, fu prelevato per errore. Nonostante le sue disperate grida — “Non sono io Salvatore, non so chi sia” — i killer non si fermarono. Il giovane fu giustiziato e il suo corpo fatto sparire nell’acido per cancellare ogni traccia del passaggio della vittima sulla terra. Per decenni, la sua scomparsa è rimasta avvolta nel mistero, fino alle recenti rivelazioni dei collaboratori di giustizia.
Il verdetto odierno arriva dopo l’acquisizione di prove cruciali. Durante l’udienza dello scorso 28 gennaio, il sostituto procuratore generale ha depositato le trascrizioni integrali dei verbali dei collaboratori di giustizia Giuseppe Ruggiero e Roberto Perrone, le cui dichiarazioni si sono unite a quelle di altri tre pentiti.
Questi racconti hanno permesso di ricostruire la dinamica del sequestro e i dettagli macabri dell’esecuzione, squarciando il velo di omertà che per un quarto di secolo ha coperto il clan Maranese.
Nonostante la conferma della pena, la famiglia Giaccio guarda già ai prossimi passi legali. L’avvocato Alessandro Motta, legale dei familiari, ha espresso soddisfazione per la tenuta dell’impianto accusatorio, ma ha sottolineato l’importanza del ricorso in Cassazione riguardante altri imputati dello stesso filone.
L’obiettivo è il riconoscimento dell’aggravante mafiosa, finora esclusa. “Se la Cassazione accogliesse il ricorso — ha spiegato Motta — gli atti tornerebbero in Appello per un nuovo processo. Questo non solo potrebbe portare a pene più severe, ma permetterebbe a Giulio Giaccio di essere ufficialmente riconosciuto come vittima di reati camorristici”, un passaggio fondamentale per la memoria storica e la dignità del giovane operaio.
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