Gli ascoltatori della radio calano da tre rilevazioni consecutive. Nello stesso periodo i ricavi del settore crescono e i podcast arrivano a coinvolgere il 41% degli italiani. Non è un mezzo che muore: è un pubblico che si ridistribuisce.
Due curve che vanno in direzioni diverse
I dati Audiradio relativi al secondo trimestre 2026 indicano 34,053 milioni di ascoltatori nel giorno medio in Italia. Il trimestre precedente erano 34,792 milioni; la media del 2025 era 35,053 milioni. È il terzo rilevamento consecutivo in flessione, e si inserisce in una tendenza più lunga: le rilevazioni RadioTER avevano registrato 35,077 milioni nel 2024 contro i 36,343 del 2023.
Chi si ferma qui ha una notizia semplice e sbagliata: la radio si sta spegnendo.
Un secondo indicatore, però, va nella direzione opposta, e arriva da una fonte diversa. La Relazione annuale AGCOM 2026 registra per il 2025 un mercato radiofonico da 634 milioni di euro di ricavi, in crescita dell’1,6% rispetto ai 624 milioni dell’anno precedente. Un settore che perde ascoltatori e aumenta il fatturato non è un settore in liquidazione: è un settore che sta cambiando ciò che vende.
E c’è un terzo dato che completa il quadro. L’Ipsos Digital Audio Survey rileva che il 41% degli italiani tra i 16 e i 60 anni ha ascoltato almeno un podcast nell’ultimo mese — circa 12,8 milioni di persone — in crescita rispetto al 39% della rilevazione precedente.
Il tempo di ascolto non è evaporato. Si è spostato.
Che cosa si sposta, esattamente
Conviene essere precisi su che cosa la radio stia perdendo, perché non è tutto allo stesso modo.
Sta perdendo soprattutto l’ascolto di sfondo indifferenziato: quello che per decenni è stato garantito dall’assenza di alternative. Chi accendeva la radio in auto o in cucina non sceglieva un contenuto, sceglieva un rumore di compagnia, e l’offerta era limitata a quello che passava sulle frequenze. Oggi la stessa persona ha in tasca l’intero catalogo musicale mondiale, decine di migliaia di podcast e la possibilità di riprendere un episodio dal punto in cui l’aveva lasciato.
Ciò che la radio non ha perso è la funzione che nessuna playlist può svolgere: essere presente adesso, sapere che cosa sta succedendo adesso, e avere qualcuno che lo racconta. È la ragione per cui le emittenti hanno smesso di competere sulla quantità di musica trasmessa e hanno iniziato a competere sull’identità di chi sta al microfono.
Nel frattempo, la competenza che la radio aveva sviluppato per il proprio mezzo — parlare a qualcuno che sta facendo altro, senza immagini, tenendo un ritmo — è diventata richiesta ovunque.
Il mercato di uno speaker non coincide più con le emittenti
È questo il punto che i numeri sull’ascolto radiofonico, presi da soli, non riescono a mostrare.
Un professionista della voce oggi lavora su un perimetro che vent’anni fa non esisteva: podcast editoriali e aziendali, contenuti audio per piattaforme di streaming, doppiaggio e speakeraggio pubblicitario, audiolibri, moderazione di eventi e panel, dirette e format video in cui la parola porta il peso del racconto, visual radio, comunicazione interna di aziende che producono contenuti sonori con continuità.
Sono contesti diversi per pubblico, durata e registro, ma richiedono lo stesso nucleo di competenze: costruire una scaletta, gestire un’intervista, tenere insieme un discorso senza appoggiarsi al montaggio, riconoscere quando una pausa serve e quando è un buco.
Detto altrimenti: il numero di posti in una radio FM è cresciuto poco o nulla. Il numero di situazioni in cui serve qualcuno che sappia fare quel lavoro è cresciuto molto.
Perché la barriera d’ingresso non si è abbassata
Un’obiezione ricorrente è che oggi chiunque può aprire un podcast, e che quindi la professionalità conta meno.
Il ragionamento è lo stesso che si è fatto sulla musica quando i software di registrazione sono diventati accessibili, ed è stato smentito nello stesso modo. Chiunque può registrare: è la ragione per cui la maggior parte dei podcast non supera poche decine di ascolti e viene abbandonata dopo pochi episodi. La produzione è diventata gratuita; l’ascolto no, perché il tempo delle persone non è aumentato.
In un ambiente affollato, ciò che seleziona non è più l’accesso al microfono ma la capacità di non farsi spegnere dopo novanta secondi. E quella capacità è tecnica: dizione e respirazione, certo, ma soprattutto gestione del ritmo, costruzione della scaletta, ascolto reale dell’interlocutore, controllo del tono in situazioni impreviste.
La formazione ha dovuto seguire lo spostamento
Se il mercato si è allargato oltre le emittenti, la preparazione non può più essere modellata su un unico sbocco.
Chi si forma oggi ha bisogno di lavorare sulla voce e allo stesso tempo su ciò che la voce deve trasportare: impostare un format, condurre una diretta senza rete, gestire un ospite che non collabora, adattare lo stesso contenuto a una diretta FM e a un episodio on demand che qualcuno ascolterà tre settimane dopo. Sono situazioni che si imparano provandole, non descrivendole.
È l’impostazione con cui strutture come Accademia09 costruiscono i propri corsi per speaker radiofonici, che affiancano al lavoro sulla voce la pratica di conduzione, intervista e produzione di contenuti audio destinati sia alle emittenti sia ai canali digitali.
Una domanda mal posta
Tornando alla domanda iniziale: chiedersi se lo speaker radiofonico serva ancora significa dare per scontato che la sua professione coincida con il mezzo che le ha dato il nome.
Non è più così, ed è probabilmente un bene. Una competenza che dipende da una tecnologia specifica invecchia insieme a quella tecnologia. Una competenza che riguarda il modo in cui una voce tiene insieme l’attenzione di qualcuno sopravvive a qualunque supporto la trasporti — l’ha fatto passando dalle valvole all’FM, dall’FM al digitale, dal digitale allo streaming on demand.
I 34 milioni di ascoltatori nel giorno medio scenderanno probabilmente ancora. Ma nello stesso arco di tempo il numero di persone che si mettono in cuffia qualcuno che parla continuerà ad aumentare. La professione non è in via di estinzione: sta semplicemente smettendo di chiamarsi come il mezzo in cui è nata.



