

L'ospedale Monaldi di Napoli
Napoli— Potrebbe allargarsi a macchia d’olio l’inchiesta della Procura di Napoli sulla morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino deceduto a seguito di un trapianto di cuore fallito. Quello che inizialmente sembrava un tragico, seppur isolato, caso di malasanità, rischia ora di assumere contorni ben più ampi. Secondo quanto trapela da fonti investigative, e anticipato dal Tg1 delle 13,30, i magistrati partenopei hanno infatti acceso i riflettori su altri due interventi sospetti avvenuti in precedenza.
Gli inquirenti sono al lavoro per incrociare le testimonianze e ricostruire l’esatta sequenza di quella che appare, allo stato delle indagini, come una drammatica catena di errori e leggerezze. Al centro del fascicolo c’è la fase, delicatissima, del trasporto dell’organo: un cuore che, secondo le ricostruzioni, sarebbe stato viaggiato immerso nel ghiaccio secco, all’interno di un box non sterile. Una procedura obsoleta e rischiosa, per la quale l’equipe medica napoletana avrebbe incautamente dato il proprio assenso.
Ma a pesare come un macigno sulla posizione dei sanitari è ora un documento ufficiale. Si tratta di una corposa relazione di 295 pagine, inviata dalla Regione Campania al Ministero della Salute, che contiene le carte fornite dai vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli (di cui fa parte il Monaldi). Dal dossier, firmato dal direttore generale Anna Iervolino e dal direttore sanitario Angela Annechiarico, emerge un dettaglio sconcertante: l’ospedale era perfettamente equipaggiato per evitare la tragedia.
Nel mese di dicembre, infatti, al Monaldi erano disponibili ben tre “Paragonix”, i sofisticati dispositivi di ultima generazione progettati specificamente per il trasporto e la conservazione ottimale degli organi da trapianto.
“Fin dal 2023 – si legge nei documenti inviati a Roma – l’Azienda dei Colli si è dotata di un sistema di trasporto organi conforme alla normativa vigente […]. È emerso che invece l’equipe prelievo non abbia utilizzato questo dispositivo medico che invece è regolarmente usato in eventi simili in Azienda”. La direzione precisa inoltre che la sala operatoria deputata ai trapianti dispone di almeno due dispositivi, a cui se ne aggiunge sempre un terzo di scorta in farmacia.
Di fronte alle formali richieste di chiarimento da parte del direttore sanitario sul perché si sia scelto di utilizzare il ghiaccio anziché le macchine a disposizione, la risposta dell’equipe che ha operato Domenico è stata laconica: i medici hanno messo a verbale “di non essere stati a conoscenza della disponibilità di tale dispositivo in azienda”. Una giustificazione che ora passerà al vaglio degli inquirenti, chiamati a stabilire se l’ignoranza delle dotazioni del proprio reparto possa giustificare l’uso di procedure di ripiego costate la vita a un bambino.
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