Sentenze pilotate e falsi incidenti: 106 indagati. Ecco chi sono 3 giudici indagati

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Gustavo Gentile

Una rete ramificata, un sistema rodato per truffare le assicurazioni grazie a falsi incidenti stradali e sentenze compiacenti.

È quanto emerso da un’inchiesta congiunta delle Procure di Santa Maria Capua Vetere e Roma, che ha portato ieri a un blitz negli uffici del Giudice di Pace di via Spartaco e a perquisizioni in studi legali, abitazioni, agenzie pratiche auto e persino un’autodemolizione tra le province di Napoli e Caserta.

Nel mirino degli inquirenti 106 persone, tra cui tre giudici onorari, avvocati, periti, medici, testimoni fasulli e prestanome.

L’indagine, coordinata dal procuratore Pierpaolo Bruni e trasmessa per competenza alla Procura di Roma, ruota attorno all’ipotesi di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni delle compagnie assicurative, con un giro d’affari illecito stimato in 2,2 milioni di euro solo nel 2024.

Tutto sarebbe partito alla fine del 2023 da alcune segnalazioni di compagnie assicurative insospettite da anomalie in circa una decina di sinistri, poi rivelatisi del tutto inventati.

Tra gli indagati spiccano i nomi di Bruno Dursio (Napoli), Rodosindo Martone (Caserta) e Maria Gaetana Fulgeri (Maddaloni), tre giudici onorari in servizio presso il Giudice di Pace. Secondo l’accusa, avrebbero agevolato sentenze “su misura” a favore di avvocati e falsi danneggiati in cambio di denaro e beni di lusso, tra cui orologi costosi.

L’avvocato Giuseppe Luongo, il fulcro dell’organizzazione

Il fulcro dell’organizzazione sarebbe stato l’avvocato Giuseppe Luongo, coadiuvato dalla moglie Luigia Daniela Conte e da altri legali: Gabriele Calderone, Giancarlo Salzillo, Salvatore Santagata, Pasquale De Rosa, Michele Zagaria e Bruno Aurora. A loro il compito di istruire le pratiche, pilotare i contatti con medici compiacenti e dialogare con i rappresentanti delle compagnie assicurative.

Per rendere verosimili i sinistri, venivano usati veicoli non marcianti, intestati a prestanome e custoditi nell’autodemolizione gestita da Antonio Prova a Parete. Le pratiche burocratiche erano curate dall’agenzia Rafer S.r.l. di Qualiano, amministrata da Raffaele Guarino.

I falsi incidenti erano poi completati con testimoni inventati, finti conducenti e danneggiati reclutati dietro compenso. Alcuni di loro, secondo quanto emerso, usavano documenti d’identità contraffatti.

Decisivo il ruolo di tre consulenti tecnici d’ufficio: Danilo Lisi, Gianluigi Di Stasio e Luigi D’Amico, accusati di aver prodotto false perizie mediche, attestando lesioni mai esistite e visite mai effettuate, così da garantire risarcimenti assicurativi ingenti.

Il denaro, secondo le accuse, veniva incassato direttamente dagli avvocati tramite procure ad hoc e fatto transitare su conti intestati a prestanome, per poi essere ritirato in contanti presso l’ufficio postale di Lusciano, con la complicità del vice direttore Orazio Maccarone, eludendo così le normative antiriciclaggio.

Parte delle somme tornava infine nella disponibilità dell’avvocato Luongo attraverso il cognato Alfonso Conte, che restituiva i fondi alla sorella con causali fittizie.

Sgomento e incredulità nel mondo forense sammaritano, dove i tre giudici onorari erano considerati professionisti rispettabili. “Una doccia fredda”, è il commento che circola tra togati e colleghi onorari. L’inchiesta – che ha già fatto tremare l’intero comparto giudiziario e assicurativo campano – prosegue nel massimo riserbo, ma appare destinata ad allargarsi.

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