‘Sindaco, mi serve una mano’: ecco le intercettazioni sul voto di scambio e le accuse ad Alfieri e Coppola

“Sindaco, mi servirebbe una mano”. Così Fiore Marotta si rivolgeva a Franco Alfieri. Il primo è considerato esponente dell’omonimo “clan degli zingari” di Agropoli, Il secondo, all’epoca, era sindaco della località cilentana. Oggi Alfieri è fresco ex capo segreteria del governatore Vincenzo De Luca, e candidato sindaco di Capaccio. Anche per queste intercettazioni è nei guai, travolto da una gragnuola di ipotesi di reato: scambio elettorale politico-mafioso, concussione, violenza privata e minaccia, tutti aggravati dal metodo mafioso. Sono le accuse formulate dal pm Roberto Montemurro, della Dda di Salerno, che hanno portato lunedì a perquisire abitazioni e uffici di Alfieri e Adamo Coppola (indagato scambio elettorale politico-mafioso), attuale sindaco di Agropoli.
“E ma mò mi perseguitate un poco con questo fatto…” rispondeva l’ex primo cittadino alle richieste di Marotta, in quel periodo ai domiciliari. Per poi tranquillizzarlo: “Ma non ti preoccupare, ti faccio fare una cosa io coi servizi sociali. Lo sai già dove posso “inciarmare” (architettare qualcosa, ndr) qualcosa, tu dici che non va bene». Marotta aveva bisogno di un lavoro per ottenere l’affidamento in prova. Oggi quegli ascolti, registrati al Comune, sono agli atti della nuova inchiesta. Un filone che vede al centro proprio lui,”«Franco Alfieri, notoriamente clientelare – come diceva De Luca tra il serio e il faceto all’hotel Ramada in occasione della campagna per il referendum 2016 che segnò la ‘caduta’ di Renzi – che sa fare clientela come Cristo comanda…”.
Passato alle cronache come “il re delle fritture di pesce”, Alfieri conserva il ruolo di consigliere del governatore per agricoltura, caccia e (ovviamente) pesca. A complicargli le ambizioni c’è un intreccio investigativo, segnato da questioni di competenze e pronunce giurisdizionali. Nulla, però, che registri sentenze definitive sulla presunta mafiosità dei Marotta-Cesarulo. Un carattere all’inizio non riconosciuto a queste famiglie rom, dal gip di Salerno, che aveva trasmesso gli atti a Vallo della Lucania. La presenza di alcuni profili di interesse, tuttavia, aveva portato la procura cilentana a spedire certe carte alla Dda. Il rimpallo tra uffici giudiziari aveva prodotto l’apertura del fascicolo dell’anticamorra, del quale Alfieri è protagonista. Prima, “il clan degli zingari” era stato travolto dall’inchiesta del Ros carabinieri di Salerno, sfociato in un blitz da 25 misure cautelari a novembre. Di quell’operazione l’affaire Alfieri è un collegamento, affidato stavolta alla Dia di Salerno, diretta dal colonnello Giulio Pini.
I nuovi spunti, comunque, non provengono da dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Adesso gli inquirenti puntano al capitolo delle infiltrazioni nel comune di Agropoli, dove Alfieri è stato sindaco per dieci anni, fino al 2017. Accertamenti che, in caso di riscontri, potrebbero condurre all’invio di una commissione d’accesso prefettizia. Quattro amministratori di Agropoli – tra i quali Alfieri – due anni fa erano incappati in una condanna definitiva alla Corte dei conti, per danno erariale da complessivi 40mila euro. Un procedimento avviato per il mancato utilizzo di alcuni beni confiscati. Immobili sottratti dallo Stato proprio ai Marotta, e occupati abusivamente da alcuni suoi esponenti. “Il re delle fritture” ostenta serenità («Cielo sereno non teme tempesta»). Ma intanto, aumenta il pressing per il ritiro della sua candidatura. Qualche mal di pancia si segnala perfino nel Pd, il giorno in cui il Senato approva il ddl sul voto di scambio politico mafioso, innalzando la pena massima a 15 anni (22 se il reato è aggravato). “Si ritiri ad horas” ingiungono i pentastellati Michele Cammarano e Anna Bilotti, consigliere regionale e deputata.

La Redazione
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