Benevento. Strutture fatiscenti e cibi scaduti per i migranti: la Procura di Benevento chiede il processo per 37 persone che si sono arricchite con l’affaire immigrazione. Gli arresti del giugno scorso svelarono un sistema consolidato attraverso il quale la gestione dei centri per l’immigrazione nel Beneventano era diventata, da attività umanitaria, a grande affare per chi ospitava e per chi decideva le assegnazioni. In 37 dovranno comparire dinanzi al giudice delle udienze preliminari del tribunale di Benevento, Loredana Camerlengo, per rispondere di varie accuse, che vanno dalla frode in pubbliche forniture alla corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio, dalle truffa aggravata al falso in atto pubblico. L’inchiesta, condotta dalla Digos della questura di Benevento, coordinata dalla procura, accertò che Paolo Di Donato, 48 anni, di Sant’Agata de’ Goti, per anni avrebbe ospitato migranti in strutture fatiscenti, fornendo pasti con alimenti scaduti, deteriorati, approfittando finanche dei pocket money destinati agli ospiti. Un giro di affari per centinaia e centinaia di migliaia di euro, favorito dalla complicità di un funzionario della prefettura di Benevento, Felice Panzone, di Montecalvo Irpino, che decideva sulle assegnazioni dei migranti e avrebbe dovuto verificare l’effettiva loro presenza nei centri. Tra gli indagati anche una ‘talpa’ della procura, Giuseppe Pavone, accusato di aver informato Di Donato delle indagini in corso. Grazie alla rete di appoggi, Di Donato avrebbe anche evitato un ispezione dell’alto commissariato per i rifugiati dell’Onu. Di fronte al gup comparirà anche un carabiniere all’epoca dei fatti in servizio nella compagnia di Montesarchio, Salvatore Ruta, e un dipendente di uno dei centri per l’immigrazione, Angelo Collarile, 46 anni, di Benevento, prestanome di Di Donato.

La Redazione
Contenuti Sponsorizzati