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Napoli, suicidio di Antonio Meglio: una morte annunciata. Chi doveva vigilare?

Una tragedia annunciata in un sistema giudiziario e penitenziario che ancora non riesce a gestire adeguatamente i detenuti con problemi psichici.

Doveva essere piantonato e guardato a vista dopo gli atti di autolesionismo in carcere, il trattamento sanitario obbligatorio (Tso) e il ricovero nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) dell’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. Eppure Antonio Meglio, il 39enne che il 5 marzo scorso aveva aggredito un’avvocatessa nel quartiere Vomero di Napoli, è riuscito a eludere la sorveglianza e a impiccarsi nel bagno del reparto.

Si è ucciso con un lenzuolo annodato al collo il 39enne, laureato in giurisprudenza, che la sera del 5 marzo su un autobus di linea cercò di attirare l’attenzione della magistratura e dei media, tenendo in ostaggio un’avvocatessa di 32 anni con un coltello.

Il tragico epilogo è accaduto ieri sera, 9 marzo, intorno alle 23, dopo una lunga giornata in cui il Gip del Tribunale di Napoli aveva convalidato il suo arresto e disposto la custodia cautelare in carcere.

La notizia ha probabilmente sconvolto Meglio che era stato già protagonista di alcuni atti di autolesionismo nel carcere di Poggioreale per i quali la direzione dell’istituto penitenziario aveva disposto il trasferimento prima al pronto soccorso dell’ospedale del Mare e poi nel reparto del San Giovanni Bosco, in stato di arresto.

Proprio i gravi problemi psichici avevano spinto, ieri, l’avvocato Gianluca Sperandeo a chiedere al Gip il ricovero in una struttura psichiatrica piuttosto che la detenzione in carcere per l’indagato di sequestro di persona e lesioni. La storia clinica di Antonio Meglio era nota, ad aggravare le sue già critiche condizioni psichiche pare fosse arrivato un tentativo di truffa nei suoi confronti e delle minacce, per questo la sera del 5 marzo quando ha minacciato e ferito l’avvocatessa sul bus era armato.

La truffa ai suoi danni e le minacce Meglio l’aveva documentata con dovizia di particolari, in una pen-drive, e il 5 marzo aveva anche tentato di presentare una denuncia, ma senza riuscirci.

Forse voleva compiere un gesto eclatante, quella sera, per poi invocare l’attenzione del procuratore Gratteri. Con quella stessa pen-drive, infatti, aveva anche cercato di tagliarsi i polsi: la memoria è stata sequestrata, in quella circostanza. Non solo. In più di un’occasioni nei giorni passati in carcere aveva battuto la testa con violenza contro il muro, provocandosi delle ferite.

Una serie di azioni che indicavano tutte nella stessa direzione e cioè che Antonio Meglio potesse commettere atti di autolesionismo irreparabili, quelli che si sono verificati alle 23 di ieri sera, 9 marzo, quando il 39enne si è impiccato con un lenzuolo nel bagno della stanza d’ospedale.

“Si tratta dell’ennesima tragedia annunciata frutto del fallimento delle Rems dopo la chiusura degli Opg e noi, come sindacato, da anni denunciamo le gravi criticità legate alla gestione dei soggetti psichiatrici ristretti nelle carceri, soggetti spesso incompatibili con il regime detentivo ordinario”.

Così, il sindacato Uspp, con il presidente Giuseppe Moretti, e con il segretario regionale Ciro Auricchio, commentano il suicidio del 39enne Antonio Meglio. “La polizia penitenziaria – viene sottolineato dai due sindacalisti – non può gestire questi soggetti senza strumenti adeguati, senza un supporto sanitario adeguato e senza strumenti di sostegno. Dopo la chiusura sbagliata degli Opg e l’introduzione delle Rems il sistema avrebbe dovuto garantire la gestione di questi soggetti”.

Secondo Moretti e Auricchio, invece, “la realtà attuale rivela un fallimento totale con lunghe liste d’attesa posti disponibili largamente insufficienti rispetto alle reali esigenze di ubicazione peraltro in luoghi difficili da raggiungere visto che non è stata prevista una Rems nell’area metropolitana di Napoli, una delle zone più affollate d’Italia”.

“Tutte queste disfunzioni ricadono sul lavoro della Polizia penitenziaria – viene evidenziato dall’Uspp – che deve affrontare questa emergenza nelle carceri senza strumenti di sostegno, con situazioni di sostegno adeguato che richiedono percorsi terapeutici adeguati specializzati, e andrebbero presi in carico dalla sanità pubblica regionale. Invece rimangono in carcere gestiti completamente dalla polizia penitenziaria che sopporta inerme queste disfunzioni”. “Sia il numero dei psichiatri, sia le ore di lavoro assegnate a questi professionisti – conclude l’Uspp – sono insufficienti infine rispetto al numero elevato di detenuti psichiatrici presenti all’interno della carceri campane”.

La salma di Antonio Meglio è stata messa sotto sequestro dalla magistratura che ora avvierà verosimilmente anche delle indagini per fare piena luce su questa vicenda drammatica e su eventuali responsabilità.

Dopo la laurea: 10 motivi per scegliere un master. La guida dell’ex studente, diventato top manager in 5 anni

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Il master è un’ulteriore perdita di tempo prima dell’ingresso nel mercato del lavoro oppure un acceleratore verso i piani alti? Insomma, vale la pena prendere in considerazione questo ulteriore titolo accademico dopo aver “collezionato” già una laurea di primo livello e, magari, pure una di secondo livello?

Per trovare la risposta a queste domande, molto comuni tra gli studenti all’indomani dell’incoronazione con l’alloro, il portale Skuola.net ha colto l’occasione dell’apertura delle iscrizioni a uno dei corsi più apprezzati d’Italia – il Master Publitalia in Marketing, Digital Communication, Sales Management – per intervistare uno dei suoi migliori ex-alunni: Matteo Casnati, attualmente Country Business Manager della filiale Malta, Albania e Sicilia in Monster Energy, colosso degli energy drink.

Il decalogo dell’ex alunno (ora manager d’azienda)


Grazie al suo contributo e al suo excursus di carriera, che lo ha visto raggiungere questa prestigiosa carica dopo appena sei anni dal conseguimento del titolo, il sito studentesco ne ha approfittato per stilare una guida in 10 punti per la scelta del master, da parte di chi ha provato (in positivo) sulla propria pelle cosa vuol dire frequentare un corso di qualità.

Ecco i suoi consigli-chiave per chi, come ha fatto lui all’indomani della laurea, si è posto l’interrogativo su cosa fare “dopo”.

  1. Fare le conoscenze giuste (senza essere nati con la camicia)

Uno dei motivi principali che deve guidare nella scelta di un master è la possibilità di costruire velocemente un nucleo iniziale di relazioni professionali significative – il cosiddetto network – a partire da zero.

  1. Vietato essere timidi: scambia numeri e contatti su LinkedIn

Il networking non è, però, una rubrica con nomi e numeri di telefono, che viene consegnata all’ingresso, bensì un’attività di cui si devono occupare con impegno gli stessi studenti, che inizia con i propri compagni di corso e che prosegue con i docenti e i testimoni aziendali coinvolti nella formazione in aula durante il master.

Chiaramente, allo studente è richiesto di vincere la timidezza e di interagire, ponendo domande interessanti: basta una buona impressione in aula e un contatto su piattaforme come LinkedIn per riattivare, anche ad anni di distanza, quella connessione, per chiedere ad esempio un consiglio professionale.

  1. Entrare nel mondo del lavoro prima ancora di essere assunti

La qualità del networking deriva, chiaramente, dal posizionamento del master in tema di rapporti con le aziende: prima di iscriversi è, perciò, fondamentale valutare l’aura – come direbbero i giovani di oggi – dei docenti e delle aziende partner coinvolte.

Ma questo non è l’unico elemento che prepara al mondo del lavoro. Anche la metodologia didattica è centrale: se l’università ti consegna un metodo di apprendimento, il master te lo fa applicare. Se all’università prevalgono spesso teoria e studio individuale, in un master “giusto” il paradigma si capovolge, permettendo di affrontare casi pratici, magari in gruppo, maturando quelle competenze cruciali poi nel mondo del lavoro.

  1. Un master che vale (più) di una laurea magistrale

Fatte salve alcune discipline di ambito STEM, in cui la laurea magistrale è un must, in tutti gli altri casi il master può tranquillamente seguire immediatamente la laurea triennale e, anzi, può risultare più efficace in ottica di “fastmoving” nel mondo del lavoro. Come nel caso di Casnati, passato da una laurea in giurisprudenza a un percorso di carriera nel marketing e sales.

  1. I numeri di un master non mentono

Per distinguere un corso di qualità dalle tante offerte sul mercato, bisogna verificare parallelamente altri due indicatori quantitativi imprescindibili: il numero di iscritti – meglio se non superiore a 30, per non essere “uno dei tanti in aula” – e la percentuale di placement – unico vero certificato di garanzia per il futuro professionale – che però deve necessariamente essere vicinissima al 100%.

  1. Master a prima vista, l’importanza del colloquio di ammissione

Al di là dei freddi dati, esiste poi un fattore umano decisivo: la relazione con il corpo docente e il team del master. Queste figure, infatti, potrebbero diventare un “faro” capace di orientare le scelte professionali e consigliare lo studente durante (e dopo) il percorso formativo.

  1. I consigli da insider per guadagnare di più

Attenzione, però: frequentare un master non si traduce automaticamente in uno stipendio d’ingresso più alto per magia. Ma fornisce gli strumenti per ottenerlo. Grazie ai benchmark di mercato e ai consigli dell’organizzazione, il neolaureato – se esce da un corso di qualità – impara sicuramente a porsi correttamente durante i colloqui, capendo fin dove spingersi nella negoziazione e quale pacchetto retributivo sia corretto richiedere per il proprio profilo.

  1. Mentorship e Alumni, due green flag

Un asset fondamentale, spesso assente nei percorsi universitari standard, è la presenza di una comunità attiva. I master da scegliere, perciò, sono quelli che si differenziano per un ecosistema in cui gli “ex-master” (alumni) supportano gli studenti in corso facendo da mentori: questo circolo virtuoso offre, infatti, una guida basata sull’esperienza vissuta e facilita concretamente l’ingresso in azienda.

  1. La presenza fisica batte l’online

In un mondo sempre più digitale, anche il proliferare di master online va valutato con attenzione: i corsi a distanza non possono sostituire quelli in presenza, specie se l’obiettivo è la trasformazione professionale.

Le relazioni vere si costruiscono dal vivo: la didattica digitale resta uno strumento valido solo per acquisire competenze tecniche verticali o per moduli brevi e specialistici, non per costruire il network che servirà per tutta la carriera.

  1. Master all’università o fuori?

Se la formazione universitaria è una esclusiva delle realtà accademiche, i master possono invece nascere in ambiti completamente diversi, spesso correlati a realtà aziendali. Quale dei due mondi preferire?

L’esperienza suggerisce che i master promossi da enti formativi non accademici o da Business School tendano a essere più performanti nell’inserimento immediato nel mondo del lavoro. Questo soprattutto per via di una struttura più agile e di un legame più stretto con il tessuto imprenditoriale di riferimento.

Per il manager il master Publitalia è uno di quelli “giusti”


Chiaramente lo stesso Casnati sottolinea come il percorso da cui proviene rispetti tutti questi requisiti: il Master Publitalia in Marketing, Digital Communication, Sales Management viene organizzato direttamente da Publitalia ‘80, la concessionaria pubblicitaria delle reti Mediaset, dal 1988. E si rivolge a laureati dei corsi universitari triennali e magistrali, di ogni facoltà, garantendo loro tassi di placement elevatissimi: 100% ad ogni edizione.

Al termine degli 8 mesi d’aula, almeno 6 mesi sono dedicati allo stage, in aziende di primaria importanza. La parte in classe, invece, si trascorre nella storica sede di Mediaset a Cologno Monzese, alle porte di Milano, dove non mancano workshop e attività pratiche con esperti del settore.

Tutti questi elementi fanno sì che ogni anno le candidature siano nettamente su

La Gaiola: isola maledetta

L’Isola della Gaiola, piccola gemma nel Golfo di Napoli, è famosa non solo per la sua bellezza naturale e il ricco patrimonio archeologico, ma anche per un alone di mistero che da oltre un secolo la circonda. Questa fama, conosciuta come Gaiola maledetta, ha radici profonde nelle leggende locali, nelle tragedie che hanno colpito i suoi proprietari e nelle storie popolari tramandate dalla gente di Napoli e dai visitatori.

Storia, mito e origini della maledizione

L’Isola della Gaiola, una formazione rocciosa composta da due isolotti collegati da un ponte naturale nei pressi di Posillipo, ha un passato antico. Il nome “Gaiola” deriva dal latino cavea (piccola grotta), ma l’identità del luogo è ben più complessa di una semplice descrizione geografica.

Secondo alcune tradizioni la maledizione risalirebbe addirittura all’epoca romana. Il primo grande proprietario fu Publio Vedio Pollione, che qui fece costruire una splendida villa e, secondo le leggende, allevava murene con crudeltà verso i suoi schiavi. Sempre la tradizione popolare assegna alle acque circostanti una sorta di influenza negativa, legata persino alla figura di Virgilio e alla sua presunta “scuola di magia”, in cui un errore di un discepolo avrebbe scatenato una maledizione sul luogo.

Nel folklore napoletano, poi, la Gaiola è spesso associata a racconti di presenze spettrali, tra cui la leggenda di una donna senza volto che vaga tra le acque e le rovine dell’isola, contribuendo ad alimentare il suo alone di mistero.

Le tragedie dei proprietari e la fama di maledizione

La fama dell’isola come luogo sfortunato ha radici più forti nel XX secolo, quando una serie di incidenti, lutti e sfortune colpì diversi proprietari moderni e le loro famiglie. Questo susseguirsi di eventi ha contribuito a consolidare la reputazione della Gaiola maledetta tra i napoletani e gli appassionati di storie di mistero.

Tra i casi più citati:

  • Luigi Negri, che acquistò l’isola alla fine dell’Ottocento, fu costretto a rivenderla dopo il fallimento della sua impresa.
  • Nel 1911 Gaspare Albenga, capitano di una nave che stava valutando l’acquisto, morì in un misterioso incidente in mare.
  • Negli anni ’20 Hans Braun fu trovato morto e avvolto in un tappeto, mentre sua moglie morì annegata.
  • Otto Grunback morì di infarto nella villa di famiglia.
  • Maurice-Yves Sandoz, erede di un’industria farmaceutica, si suicidò in una clinica psichiatrica.
  • Gianni Agnelli, proprietario per un periodo, attraversò lutti familiari; J. Paul Getty vide la sua famiglia colpita da tragedie e dal rapimento del nipote.
  • L’ultimo proprietario privato, Gianpasquale Grappone, cadde in rovina finanziaria e finì in carcere, mentre sua moglie morì in un incidente stradale.

Questi eventi, per quanto possano avere spiegazioni razionali o coincidenze storiche, consolidarono l’idea di una sorta di “maledizione” che perseguiterebbe chiunque entri in possesso dell’isola o osi abitarvi.

Dall’eredità del mistero alla tutela del patrimonio

Nonostante la sua fama inquietante, la bellezza naturale dell’isola e dell’area circostante è indiscutibile. Oggi la Gaiola fa parte del Parco Sommerso di Gaiola, un’area marina protetta che tutela non solo l’isolotto ma anche i fondali ricchi di resti archeologici (tra cui porticcioli, ninfei e strutture romane affondate a causa del bradisismo).

Il parco è un centro di studi scientifici e naturalistici, con un centro didattico e attività dedicate alla ricerca, alla divulgazione e alla fruizione sostenibile del territorio marino.

Oggi l’Isola della Gaiola è di proprietà della Regione Campania, che ne ha vietato la proprietà privata e ne gestisce la tutela nell’ambito dell’area marina protetta. Questo ha contribuito a trasformare il luogo da simbolo di sventure a patrimonio pubblico da preservare e valorizzare, pur lasciando intatto il fascino delle storie e delle leggende che lo accompagnano.

Isola della Gaiola

Gaiola maledetta

Isola della Gaiola: la vera storia della Gaiola maledetta di Napoli

Scopri la storia dell’Isola della Gaiola tra leggende, tragedie e misteri: perché è conosciuta come la Gaiola maledetta nel Golfo di Napoli.

Soccavo, arrestato tre volte in poco più di un mese: evade di nuovo dai domiciliari

Tre arresti in poco più di un mese. Protagonista della vicenda è Giovanni Iandoli, 45 anni, residente nel quartiere Soccavo e già noto alle forze dell’ordine, fermato ancora una volta dai carabinieri dopo aver violato la misura degli arresti domiciliari. Il primo episodio risale al 31 gennaio scorso, quando l’uomo fu arrestato con l’accusa di aver incendiato alcuni cassonetti dei rifiuti in via detta Pacifico. In quell’occasione per lui scattarono i domiciliari come misura cautelare.

La vicenda però non si è fermata lì. Il 2 marzo i carabinieri lo hanno sorpreso nuovamente fuori casa mentre percorreva via Marco Aurelio a bordo di uno scooter, nonostante fosse sottoposto alla restrizione. Anche in quel caso l’uomo fu arrestato per evasione e processato, tornando poi ancora una volta agli arresti domiciliari.

L’episodio più recente è avvenuto nel primo pomeriggio di ieri, 9 marzo. Erano circa le 14 quando i carabinieri della stazione di Napoli Rione Traiano hanno notato il 45enne mentre passeggiava tranquillamente per le strade del quartiere Soccavo. I militari lo hanno riconosciuto e fermato per un controllo.

Alla richiesta di spiegazioni l’uomo avrebbe sostenuto di essere diretto all’Asl per chiedere alcune informazioni, ma la giustificazione non è stata ritenuta valida. Per lui sono scattate ancora una volta le manette con l’accusa di evasione. Dopo l’arresto il 45enne è stato nuovamente posto agli arresti domiciliari in attesa del processo per direttissima che si sta svolgendo in queste ore.

Scacco al Clan Partenio: il boss latitante Diego Bocciero catturato a Tunisi

Avellino– Si è conclusa nel Nord Africa la fuga di Diego Bocciero, il 37enne avellinese considerato dagli inquirenti un elemento di spicco del “Nuovo Clan Partenio”. La sua latitanza, iniziata a metà dicembre, è terminata tra le strade di Tunisi, dove gli uomini dell’Interpol e i Carabinieri del Comando Provinciale di Avellino lo hanno localizzato e tratto in arresto.

La fuga dopo l’ordinanza

Il “blackout” di Bocciero era iniziato il 17 dicembre scorso, quando l’uomo aveva fatto perdere le proprie tracce poche ore dopo l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Il provvedimento, firmato dal GIP del Tribunale di Salerno su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), pendeva su di lui con l’accusa di estorsione pluriaggravata dal metodo mafioso. Per quasi tre mesi, il 37enne è riuscito a sfuggire ai radar degli investigatori, cercando rifugio oltre frontiera per inabissarsi nel tessuto urbano della capitale tunisina.

La pista dei soldi e dei viaggi

Nonostante la distanza, gli inquirenti non hanno mai mollato la presa. La chiave della cattura non è stata tecnologica, ma finanziaria. I Carabinieri hanno monitorato minuziosamente una fitta rete di contatti, analizzando movimenti bancari, versamenti sospetti e flussi di denaro necessari a sostenere lo stile di vita del latitante all’estero.

L’indagine si è concentrata anche sugli spostamenti dei possibili fiancheggiatori: seguendo le tracce di viaggi e collegamenti tra l’Irpinia e la Tunisia, le forze dell’ordine sono riuscite a stringere il cerchio attorno a un’abitazione in periferia a Tunisi, individuata come il covo del ricercato.

In attesa dell’estradizione

Al momento dell’irruzione, Bocciero non ha opposto resistenza. Le autorità locali, in collaborazione con il personale dell’Interpol, lo hanno trasferito in una struttura carceraria tunisina. Le procedure per l’estradizione in Italia sono già state avviate: una volta rientrato nel Paese, il 37enne dovrà rispondere delle pesanti accuse legate alle attività illecite del clan operante nell’avellinese.

Capodrise, investe due minorenni in scooter e fugge: denunciato un 62enne

Ha urtato uno scooter con a bordo due ragazzi minorenni facendoli cadere sull’asfalto, poi si è allontanato senza fermarsi a prestare soccorso. A distanza di alcuni giorni dall’incidente, i carabinieri sono riusciti a identificare il presunto responsabile e a denunciarlo all’autorità giudiziaria.

Nel tardo pomeriggio di ieri, 9 marzo, i militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Marcianise hanno concluso le indagini su un incidente stradale avvenuto lo scorso 2 marzo a Capodrise, in via Piedipongola. Al termine degli accertamenti è stato deferito in stato di libertà un uomo di 62 anni residente nel Napoletano, ritenuto responsabile dei reati di lesioni stradali e omissione di soccorso.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’uomo si trovava alla guida della propria autovettura quando avrebbe urtato il motociclo sul quale viaggiavano i due minorenni. L’impatto avrebbe provocato la caduta dei giovani sulla carreggiata. Dopo lo scontro, però, il conducente dell’auto avrebbe proseguito la marcia senza fermarsi né per verificare le condizioni dei ragazzi né per allertare i soccorsi.

I due studenti sono stati successivamente trasportati nei pronto soccorso degli ospedali di Caserta e Marcianise, dove i sanitari hanno riscontrato traumi contusivi ed escoriazioni diffuse, giudicate guaribili in circa dieci giorni.

Determinante per ricostruire quanto accaduto è stata l’attività investigativa dei carabinieri. Attraverso l’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza presenti nella zona, l’esame dei varchi di lettura targhe e l’ascolto di alcune persone informate sui fatti, i militari sono riusciti a ricostruire la dinamica dell’incidente e a risalire all’identità dell’automobilista coinvolto. Conclusi gli accertamenti, il 62enne è stato denunciato dai carabinieri della Sezione Radiomobile di Marcianise, che hanno informato l’autorità giudiziaria.

Mondragone, resistenza ai carabinieri durante un controllo: arrestato 33enne ai domiciliari

Un controllo di routine si è trasformato in un intervento più complesso per i carabinieri del Reparto Territoriale di Mondragone, impegnati in un servizio straordinario di vigilanza sul territorio con particolare attenzione ai soggetti sottoposti a misure restrittive. L’episodio è avvenuto nel pomeriggio di lunedì 9 marzo nella località Pescopagano.

I militari dell’Arma si sono recati in via degli Innamorati per verificare il rispetto della detenzione domiciliare da parte di un uomo di 33 anni. Una volta giunti davanti all’appartamento, però, la situazione si è rapidamente complicata. Secondo quanto ricostruito, il 33enne e il fratello, presente nell’abitazione, avrebbero reagito con atteggiamento ostile al controllo.

I due, visibilmente agitati, avrebbero tentato di impedire ai carabinieri di accedere all’appartamento, arrivando anche a ostruire fisicamente la porta d’ingresso con i loro corpi per bloccare le verifiche. I militari sono quindi intervenuti per riportare la situazione alla normalità e portare a termine il controllo previsto dalla legge.

Al termine degli accertamenti il 33enne è stato arrestato in flagranza con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, mentre il fratello, di qualche anno più grande, è stato denunciato in stato di libertà per lo stesso reato. L’uomo arrestato è stato accompagnato in caserma per le formalità di rito e successivamente trattenuto nelle camere di sicurezza, a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Napoli, rubavano antitumorali al Policlinico con l’aiuto della guardia giurata: 10 arresti

Un mercato nero milionario, cinico, costruito sulla pelle dei malati oncologici. È quello smantellato all’alba di oggi dai Carabinieri della Compagnia di Napoli Vomero, che hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 10 persone, smantellando una rete specializzata nel furto e nella ricettazione di farmaci antitumorali salvavita.

L’operazione, che ha toccato Napoli, Melito e si è spinta fino a Catania, cristallizza le risultanze di una complessa indagine coordinata dalla VII Sezione “Sicurezza Urbana” della Procura partenopea.

L’operazione e le misure

Il G.I.P. del Tribunale di Napoli ha accolto in pieno l’impianto accusatorio dei pm. Per le due presunte menti dell’organizzazione e per un complice chiave si sono spalancate le porte del carcere. Altri tre indagati (i cosiddetti operativi delle “paranze”) sono finiti agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, mentre per i restanti quattro – accusati principalmente di ricettazione – è scattato l’obbligo di firma.

Il modus operandi: logistica militare e il “basista”

Le indagini, supportate da un capillare lavoro di analisi di videosorveglianza, intercettazioni telefoniche e ambientali tra il maggio 2024 e l’aprile di quest’anno, hanno svelato un modus operandi di altissimo livello criminale. Il gruppo non lasciava nulla al caso. Gli obiettivi, esclusivamente farmacie ospedaliere pubbliche (le uniche autorizzate a stoccare questi preziosi medicinali), venivano scelti dopo accurati sopralluoghi.

Le “batterie” entravano in azione utilizzando auto a noleggio e telefoni “citofono” dedicati. Erano attrezzati per oscurare le telecamere e abbattere porte blindate. Ma il vero salto di qualità era garantito dalle informazioni interne. Gli inquirenti hanno infatti accertato che in almeno tre dei quattro furti commessi al Policlinico Universitario “Federico II”, la banda ha potuto contare su un basista d’eccezione: una guardia giurata, dipendente di una società di vigilanza esterna, ora finito in custodia cautelare in carcere insieme ai due organizzatori.

Il bottino milionario

I danni per il Servizio Sanitario Nazionale sono ingenti. Al solo “Federico II”, tra maggio e dicembre 2024, il gruppo ha messo a segno quattro colpi, sottraendo farmaci per un valore stimato di circa 3,5 milioni di euro. A questi si aggiunge il colpo dell’aprile 2024 ai danni del Distretto 30 dell’Asl Napoli 1 Centro: un ulteriore milione di euro in farmaci trafugati, finiti direttamente nelle mani dei quattro ricettatori oggi sottoposti all’obbligo di firma.

L’allarme salute: farmaci alterati sul mercato nero

C’è però un dettaglio che rende l’inchiesta ancora più inquietante, spostando l’asse dal danno economico a quello per la salute pubblica. Dalle carte dell’inchiesta emerge che i ladri e i ricettatori, pur professionali nella fase predatoria, ignoravano del tutto i protocolli medici.

I delicatissimi farmaci oncologici venivano stoccati e trasportati senza rispettare la fondamentale “catena del freddo”, alterando irrimediabilmente i principi attivi. Medicinali salvavita trasformati, di fatto, in sostanze contraffatte, adulterate e potenzialmente dannose per chi, nella disperazione della malattia, dovesse acquistarli su canali non ufficiali. Un aspetto su cui la Procura continua a indagare, essendoci ulteriori soggetti indagati a piede libero per la gestione di questi farmaci avariati.

Come di rito in questa fase del procedimento, si ricorda che i destinatari delle misure cautelari sono persone sottoposte a indagini preliminari e, pertanto, presunte innocenti fino all’eventuale emissione di una sentenza definitiva di condanna.

 

Caserta, scoperta discarica abusiva in una cava dismessa: area sequestrata

Una discarica abusiva di circa trecento metri quadrati è stata scoperta e sequestrata dalla Polizia Provinciale di Caserta in via Rossetti, nella frazione Piedimonte di Casolla. I rifiuti erano stati accumulati all’interno della cosiddetta Cava Cocozza, una cava dismessa di proprietà comunale trasformata nel tempo in un punto di sversamento illegale.

L’operazione rientra nelle attività di controllo sul territorio finalizzate alla tutela dell’ambiente e al contrasto dell’abbandono illecito di rifiuti. Gli agenti della Polizia Provinciale, coordinati dal comandante Biagio Chiariello, hanno accertato che nei mesi scorsi ignoti avevano divelto e danneggiato la barriera di recinzione che delimitava l’area, consentendo così l’accesso alla cava e lo scarico incontrollato di materiali.

Durante il sopralluogo sono stati trovati rifiuti di varia natura, tra cui materassi, plastiche, mobili in legno, scarti provenienti da lavori edili, guaine bituminose, pneumatici e residui tessili. Un accumulo considerevole che rappresentava un potenziale pericolo per l’ambiente e per la salute pubblica, oltre a costituire un possibile innesco per incendi dolosi, fenomeno purtroppo ricorrente in aree abbandonate o degradate.

Al termine delle operazioni l’intera area è stata sottoposta a sequestro penale. La cava è stata affidata in custodia giudiziaria al dirigente del Settore Ambiente del Comune di Caserta mentre proseguono gli accertamenti per risalire agli autori dello sversamento illecito. Il provvedimento è stato convalidato dall’autorità giudiziaria e si inserisce in un piano più ampio di rafforzamento dei controlli sul territorio provinciale per contrastare la diffusione delle discariche abusive e degli illeciti ambientali.

Referendum ridotto a cabaret: ora litigano perfino su Sal Da Vinci

Alla fine ci siamo arrivati davvero: il referendum sulla giustizia, tema enorme, delicatissimo, decisivo per gli equilibri dello Stato, è stato ridotto a una scenetta da talk show e a una rissa da social. Non si discute più seriamente del merito della riforma, dei suoi effetti, dei rischi o delle opportunità. No. Si litiga su Sal Da Vinci. Su una canzone. Su una battuta. Sul titolo Per sempre Sì. È il punto più basso di una campagna che, giorno dopo giorno, sta dimostrando tutta la miseria della politica e della comunicazione italiana.

La frase di Nicola Gratteri — “Sal Da Vinci voterà No” — pronunciata con ironia televisiva, ha fatto esplodere il caso. Il comitato del Sì ha gridato alla fake news, alla manipolazione, alla disinformazione. E così, in poche ore, l’ennesima questione seria è finita nel tritacarne del teatrino mediatico. Ma la verità è ancora più sconfortante: questa polemica non è un incidente. È il perfetto ritratto di un dibattito pubblico ormai incapace di stare in piedi senza stampelle pop, slogan facili e facce famose da tirare per la giacca.

È diventata una mania nazionale: se c’è un voto da orientare, una riforma da vendere, una battaglia da intestarsi, bisogna per forza usare un cantante, un attore, un tormentone, una battuta virale. Come se gli italiani non fossero più cittadini da convincere con argomenti, ma consumatori da agganciare con un ritornello. E allora ecco la caccia al testimonial, anche quando il testimonial non vuole esserlo. Sal Da Vinci, infatti, aveva già chiarito di non essersi espresso sul referendum. Ma non importa. In questa campagna non conta ciò che una persona dice davvero: conta ciò che fa comodo attribuirle.

E qui il punto diventa persino più grave. Perché un conto è la politica che fa propaganda — lo fa da sempre, spesso male — un altro è vedere un confronto su giustizia, Costituzione e poteri dello Stato scivolare nel livello più infantile e tossico possibile. Tutti a contendersi simboli, tutti a forzare interpretazioni, tutti a cercare la frase che buca, nessuno che si prenda la briga di alzare il livello. È la dittatura della scorciatoia comunicativa: anziché spiegare agli elettori perché votare Sì o No, si prova a colonizzare una canzone di Sanremo. Imbarazzante.

E no, non basta liquidare tutto dicendo che era una battuta. In una fase già avvelenata, certe uscite non restano battute: diventano benzina. Soprattutto se a pronunciarle è una figura istituzionale come Gratteri, il cui peso pubblico è enorme. Chi occupa certi ruoli dovrebbe sapere che ogni parola, specie in televisione, ha un effetto politico e mediatico immediato. Se poi tutto viene derubricato a ironia, allora siamo al solito gioco italiano: si colpisce, si agita, si accende il caso e poi ci si rifugia dietro il sorriso.

Ma sarebbe troppo comodo prendersela solo con Gratteri. Il comitato del Sì, che pure ha tutto il diritto di smentire e protestare, finisce a sua volta dentro la stessa palude mediatica. Perché anche questa risposta indignata, trasformata in contro-video e contro-narrazione, alimenta lo stesso meccanismo: più rumore, più tifoseria, più caos. E nel mezzo resta il vuoto. Un vuoto di contenuti, di chiarezza, di onestà intellettuale.

Il referendum, intanto, si avvicina in un clima sempre più simile a una curva da stadio che a un confronto democratico. E la domanda vera è una sola: a chi conviene tutto questo? Di certo non ai cittadini. Perché un elettore sommerso da polemiche, meme, slogan e arruolamenti forzati è un elettore meno libero, meno informato, più esposto alla propaganda più becera. È esattamente questo il fallimento: aver sostituito il ragionamento con il riflesso, la complessità con la battuta, il merito con il marketing.

In tutta questa storia, la cosa più desolante è che nessuno sembri scandalizzarsi davvero del livello raggiunto. Come se fosse normale che un referendum venga discusso così. Come se fosse inevitabile trasformare tutto in una farsa permanente. Ma non è normale. È una degenerazione. È il segno di una politica che non sa più persuadere senza urlare e di un ecosistema mediatico che non sa più approfondire senza banalizzare.

Alla fine, più che il voto di Sal Da Vinci, conta il silenzio assordante sulle questioni reali. E questo silenzio dice molto più di tutte le battute. Dice che, ancora una volta, il Paese rischia di arrivare a un passaggio decisivo non con le idee più chiare, ma con la testa piena di rumore. E forse è proprio questo il risultato più comodo per chi vive di propaganda: non convincere, ma confondere.

 

Smash burger, perché a Napoli stanno spuntando ovunque: il panino più social del momento è diventato una mania

Negli ultimi mesi è diventato impossibile non notarli: gli smash burger stanno vivendo un vero boom e Napoli non fa eccezione. Quello che fino a poco tempo fa sembrava un trend legato soprattutto a Milano, Roma o alle grandi città più influenzate dalla cultura street food internazionale, oggi è arrivato con forza anche sotto il Vesuvio. E non si tratta soltanto di una moda passeggera: gli smash burger stanno cambiando il modo in cui una parte del pubblico, soprattutto giovane, guarda al concetto stesso di hamburger.

Il motivo è semplice: lo smash burger è immediato, visivo, goloso e perfetto per l’epoca dei social. Basta guardarlo una volta mentre cuoce sulla piastra per capirne il fascino. La pallina di carne viene schiacciata con forza sulla superficie rovente, si crea in pochi istanti una crosticina scura e saporita, il formaggio si scioglie sopra, il pane resta morbido. È una preparazione essenziale, ma proprio in questa semplicità sta la sua forza.

A differenza del classico hamburger alto e spesso, lo smash burger punta tutto sull’equilibrio tra croccantezza, succosità e facilità di morso. È un panino meno “costruito” e più diretto, pensato per colpire subito. La carne sottile e ben rosolata regala un gusto intenso, il pane accompagna senza coprire, le salse fanno il resto. Pochi elementi, ma riconoscibili. Ed è proprio questa formula compatta e immediata ad averlo trasformato in uno dei simboli del nuovo street food urbano.

Le origini

Le sue origini arrivano dagli Stati Uniti, dove la tecnica dello “smash” era nata per velocizzare la cottura e servire hamburger in tempi rapidi. Col passare degli anni, però, da semplice trucco da piastra si è trasformata in una vera identità gastronomica. Oggi lo smash burger è uno stile preciso, con una sua estetica, un suo linguaggio e una sua forza comunicativa. In pratica, non è più solo un panino: è un format.

E infatti funziona benissimo nel presente. Perché vive di velocità, di immagini forti, di sapori netti. La carne che sfrigola, la spatola che schiaccia, i bordi croccanti, il panino basso e compatto: ogni dettaglio sembra nato per finire in un video da condividere online. In un’epoca in cui anche il cibo deve essere fotografabile, riconoscibile e “raccontabile” in pochi secondi, lo smash burger ha trovato il suo habitat perfetto.

Smash burger a Napoli

Napoli, da sempre città di gusti forti e identità culinarie radicate, sta intercettando questa tendenza con crescente curiosità. Non perché abbia bisogno di inseguire le mode, ma perché è una città che sa assorbire, reinterpretare e rilanciare tutto ciò che riesce a parlare davvero al pubblico. E gli smash burger, con il loro mix di comfort food, immediatezza e appeal social, parlano eccome. Soprattutto a una generazione che cerca sapori intensi, prezzi accessibili e locali capaci di unire esperienza visiva e gusto.

È così che questo stile di hamburger sta guadagnando spazio anche a Napoli: non come semplice alternativa al panino classico, ma come piccolo fenomeno di costume gastronomico. Una di quelle tendenze che nascono online, si diffondono in strada e finiscono per cambiare le abitudini di consumo, almeno per un periodo. E a giudicare da quanto se ne parla, da quanto si condivide e da quanti locali stanno cavalcando l’onda, gli smash burger sembrano avere ancora molta strada davanti.

La tendenza continua a crescere anche in città. Dopo i primi segnali, un’altra realtà dedicata a questo mondo ha acceso i riflettori a Posillipo, Napoli: si chiama  Chubby Smash nome che conferma come l’ondata smash stia diventando sempre più visibile anche nei quartieri napoletani più seguiti.

Uno degli elementi più distintivi del progetto è la mascotte Chubby, un personaggio illustrato che rappresenta il volto del brand e che nei prossimi mesi diventerà protagonista di una serie di illustrazioni e storie realizzate da fumettisti. Con un’identità visiva forte, una comunicazione pensata per i social e un prodotto semplice ma riconoscibile, il locale punta a inserirsi nella crescente scena degli smash burger napoletani, portando a Posillipo uno dei trend più diffusi dello street food contemporaneo.

Musica e poesia al Sancarluccio: debutta «…e arriva Lei!» di Davide Rossetti

Un viaggio teatrale tra emozioni, ricordi e suggestioni musicali prende forma sul palco del Nuovo Teatro Sancarluccio. Da venerdì 13 a domenica 15 marzo debutta “…e arriva Lei! – Gocce d’anima tra musica e poesia”, spettacolo ideato e diretto da Davide Rossetti con la Compagnia “Il Nudo dell’Anima”.

Nel piccolo spazio scenico di San Pasquale a Chiaia, da sempre punto di riferimento per il teatro d’autore napoletano, Rossetti veste i panni di interprete e regista, guidando il pubblico in un percorso che intreccia poesia, musica e memoria emotiva. Accanto a lui si muove un ensemble di attori composto da Salvatore Amabile, Scilla Ioni, Martina Graziano, Riccardo Baldelli, Stefania Murino, Antonio Musella, Margherita Sarno, Daniela Polistina e Bruno De Filippis.

Lo spettacolo si sviluppa come una partitura scenica in cui versi, racconti e melodie si fondono per raccontare le molte sfumature dell’esperienza amorosa. Amore sacro e profano, desiderio e disillusione, nostalgia e passione si intrecciano in un racconto fatto di confessioni intime e frammenti di vita. In scena prendono corpo figure simboliche e archetipiche: la donna ferita dal tradimento, la Madre primordiale, l’eterno femminino e la fragilità maschile, mentre il mito riaffiora nella figura di Orfeo, destinato a voltarsi e perdere per sempre la sua Euridice.

La struttura sonora dello spettacolo è sostenuta dagli arrangiamenti musicali di Lucio Maglio, mentre il disegno luci e la cura fonica sono affidati a Camilla Persico. La musica non è semplice accompagnamento ma diventa elemento narrativo, capace di evocare memorie collettive e atmosfere sospese tra malinconia e passione.

Tra le pagine musicali che attraversano lo spettacolo risuonano anche brani celebri della canzone italiana come “Parole parole”, simbolo delle illusioni sentimentali e delle promesse non mantenute, e “La voce del silenzio”, evocata come confessione lirica dell’anima.

Nelle note di regia Rossetti descrive il lavoro come una metafora del viaggio umano, fatto di incontri inattesi, deviazioni improvvise e soste che cambiano il corso della vita. Ogni persona incontrata lascia una traccia e talvolta una presenza femminile, quasi una rivelazione improvvisa, spalanca le porte più segrete dell’anima.

“…e arriva Lei!” diventa così una piccola liturgia teatrale dedicata al mistero dell’incontro e alla bellezza fragile delle emozioni, un racconto scenico che invita lo spettatore a riconoscersi in quel cammino senza tempo in cui arte, musica e poesia tornano a parlare con la voce più autentica della vita.

Il Maradona apre al pubblico per le Giornate FAI: visite gratuite il 21 e 22 marzo

Lo stadio Diego Armando Maradona apre le sue porte alla città. In occasione delle Giornate FAI, in programma il 21 e 22 marzo, l’impianto di Fuorigrotta sarà visitabile gratuitamente da cittadini, tifosi e turisti grazie a un’iniziativa organizzata in collaborazione con il Fondo Ambiente Italiano.

Ad annunciare l’apertura straordinaria è stato il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi attraverso i suoi canali social, sottolineando il valore simbolico dello stadio per la città. «Nelle Giornate FAI, grazie alla collaborazione con il FAI – Fondo Ambiente Italiano, lo stadio sarà aperto gratuitamente alle visite», ha spiegato il primo cittadino.

Il Maradona non è solo un impianto sportivo ma uno dei luoghi più rappresentativi dell’identità napoletana. Dal terreno di gioco alle gradinate, fino all’iconico murales realizzato da Jorit dedicato a Diego Armando Maradona all’esterno dello stadio, ogni angolo racconta una parte della storia sportiva e popolare della città.

L’iniziativa offrirà ai visitatori l’occasione di entrare in uno dei templi del calcio italiano e internazionale, normalmente accessibile solo durante le partite e gli eventi sportivi. «È un luogo simbolo della nostra città che racconta passione, identità e storia», ha aggiunto Manfredi. «Siamo certi che sarà una grande opportunità per cittadini, tifosi azzurri e turisti».

Le Giornate FAI, che ogni anno aprono al pubblico centinaia di luoghi storici e culturali in tutta Italia, includeranno dunque anche lo stadio napoletano tra i siti visitabili, trasformando per due giorni il Maradona in un grande spazio aperto alla città.

Barra, l’omicidio del ragazzino: assolti Amodio e Andolfi

Si chiude con una clamorosa assoluzione il processo d’appello bis per l’omicidio di Giovanni Gargiulo, il ragazzino di appena 14 anni ucciso a Barra nel 1998, uno dei delitti che più segnarono la cronaca nera dell’area orientale di Napoli negli anni delle guerre di camorra.

Questa mattina la quarta sezione della Corte di Assise d’Appello di Napoli, presieduta dal giudice Roberto Donatiello con a latere Vincenzo Alabiso, ha assolto Vincenzo Amodio e Andrea Andolfi, imputati come esecutori dell’agguato.

I due, difesi rispettivamente dagli avvocati Giuseppe Milazzo e Danilo Di Cecco per Amodio e dai legali Michele Basile e Leopoldo Perone per Andolfi, erano stati condannati a 30 anni di reclusione nel precedente giudizio.

Ma quella sentenza era stata annullata dalla Corte di Cassazione, che aveva accolto i ricorsi delle difese ordinando un nuovo processo davanti ai giudici di secondo grado.

Il delitto che sconvolse Barra

Il delitto risale al 1998, in un quartiere – quello di Barra – già segnato da tensioni criminali e dalla presenza radicata dei clan dell’area orientale.

A cadere sotto i colpi dei killer fu Giovanni Gargiulo, appena quattordicenne. Un omicidio che all’epoca scosse profondamente l’opinione pubblica: la vittima era poco più che un bambino e il suo nome finì presto al centro delle indagini della Direzione distrettuale antimafia.

Secondo l’impianto accusatorio costruito negli anni successivi, l’agguato si sarebbe inserito nelle dinamiche della criminalità organizzata locale.

All’epoca Amodio e Andolfi erano indicati dagli investigatori come affiliati al clan Cuccaro-Alberto-Aprea, gruppo camorristico storicamente attivo nei quartieri orientali di Napoli.

La pista della vendetta di camorra

Nella ricostruzione contenuta nella sentenza poi annullata, il movente dell’omicidio sarebbe stato legato alla scelta del fratello della vittima, Costantino Gargiulo, di collaborare con la giustizia.

Una decisione che, secondo l’accusa, avrebbe scatenato una vendetta trasversale: colpire il fratello più giovane per punire il pentimento e lanciare un segnale agli ambienti criminali del territorio.

Un’ipotesi che aveva retto nei precedenti gradi di giudizio fino alla pronuncia della Cassazione, che aveva però evidenziato criticità nella valutazione delle prove.

Il nuovo processo e i pentiti ascoltati in aula

Dopo l’annullamento della Suprema Corte, il caso è tornato davanti alla Corte di Assise d’Appello per un nuovo giudizio.

Su richiesta della Procura generale, nel processo bis sono stati nuovamente sentiti alcuni collaboratori di giustizia: Fabio Caruana, Gaetano Cervone e Massimo Alberto.

Le loro dichiarazioni avrebbero dovuto rafforzare l’impianto accusatorio e confermare la responsabilità dei due imputati.

Ma, secondo la valutazione dei giudici, quei racconti non sono stati sufficienti a sostenere oltre ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di Amodio e Andolfi.

Il verdetto: assoluzione

Al termine della camera di consiglio è arrivata la decisione: assoluzione per entrambi gli imputati.

Una sentenza che ribalta il precedente verdetto di condanna e che arriva a distanza di quasi tre decenni dall’omicidio del giovane Giovanni Gargiulo.

Resta, sullo sfondo, uno dei delitti più dolorosi della storia criminale dell’area orientale di Napoli: l’uccisione di un ragazzino di 14 anni, maturata nel clima di violenza e vendette che per anni ha segnato le guerre tra clan.

Napoli, sfregio alla memoria di Mario Paciolla: imbrattati murale e targa al Parco di via dell’Erba

Napoli – Un nuovo, vergognoso atto cancella per l’ennesima volta la memoria di Mario Paciolla. Il murale che ritrae il suo volto, realizzato dall’artista Luca Carnevale nel Parco di via dell’Erba, nel cuore del quartiere Arenella, e la targa commemorativa sono stati imbrattati con scritte e segni di vandalismo. A denunciare l’accaduto è il Collettivo “Giustizia per Mario Paciolla”, che parla di un «gesto vile e offensivo».

Un luogo del cuore profanato

Non si tratta di un’opera d’arte qualunque, ma del primo murale mai realizzato per ricordare il giovane cooperante napoletano. Il luogo, poi, è intriso di significato: fu proprio in quel parco, infatti, che Mario trascorreva le ore spensierate della sua adolescenza, giocando a basket, una delle sue più grandi passioni. Colpire quel muro significa ferire un simbolo, un altare laico dove amici e familiari si ritrovano per non dimenticare.

La rabbia del Collettivo e il silenzio delle istituzioni

«Si tratta di un gesto vile e offensivo – dichiara il Collettivo – che colpisce non solo un’opera artistica e uno spazio pubblico, ma soprattutto la memoria di un giovane che ha dedicato la propria vita ai valori della pace, della giustizia e dei diritti umani».

Alla famiglia Paciolla va la piena solidarietà per l’ennesima violenza subita. Da anni, i genitori e i fratelli di Mario portano avanti con dignità una battaglia dolorosa per scoprire la verità sulla sua morte, avvenuta in Colombia nel 2020 in circostanze mai del tutto chiarite.

L’episodio appare ancora più grave se calato nel contesto attuale. «Non possiamo non osservare – prosegue la nota – come episodi di questo tipo maturino spesso in contesti segnati da incuria e disattenzione. La vicenda di Mario Paciolla continua purtroppo a essere accompagnata anche da un silenzio istituzionale che negli anni non ha mai smesso di pesare».

La memoria si fa sport: il primo trofeo dedicato a Mario

L’atto vandalico arriva a ridosso di una data simbolo: il 28 marzo, giorno in cui Mario avrebbe compiuto gli anni. Una ricorrenza che negli anni è diventata un momento di mobilitazione civile per chi chiede verità e giustizia. Ed è proprio per il 28 marzo che la famiglia e il Collettivo avevano organizzato un’iniziativa speciale: il primo Trofeo di basket dedicato a Mario Paciolla. Un evento che avrebbe dovuto unire sport e memoria, e che ora rischia di essere oscurato da questa ennesima ferita.

«Avremmo voluto annunciare alla città questo momento in un contesto ben diverso – concludono dal Collettivo – da quello segnato da questo gesto vile». L’auspicio, ora, è che la targa e il murale vengano ripristinati al più presto, per restituire dignità a un luogo che Napoli non vuole smettere di custodire.

Napoli, usura a tassi del 480%: coniugi napoletani ai domiciliari

Due coniugi italiani residenti in provincia di Napoli sono finiti agli arresti domiciliari con l’accusa di usura, estorsione e intermediazione finanziaria abusiva. Il provvedimento cautelare è stato eseguito dai finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, su delega della Procura della Repubblica, in coordinamento con il Gruppo di Frattamaggiore.

L’ordinanza, emessa dal Gip del Tribunale di Napoli, arriva al termine di un’indagine partita da una denuncia e durata da maggio a dicembre 2025.

La denuncia che ha fatto scattare le indagini

Tutto ha avuto origine dalla coraggiosa denuncia di una vittima, ormai strozzata dai debiti e decisa a ribellarsi. L’uomo ha raccontato di aver ricevuto prestiti in denaro dai due coniugi, ma a condizioni vessatorie: tassi d’interesse applicati fino al 480% annuo.Le rate – sempre e solo in contanti – venivano pretese con insistenza e pressioni continue, in un classico meccanismo usurario che impediva alle vittime di uscire dal tunnel del sovraindebitamento.

Un giro di prestiti illeciti su almeno 21 persone

Gli approfondimenti dei finanzieri, supportati da riscontri testimoniali e documentali, hanno permesso di ricostruire numerosi episodi di usura non solo ai danni del denunciante, ma anche di altre 20 vittime, per un totale di oltre venti persone finite nella rete dei due indagati.

L’attività investigativa ha evidenziato un vero e proprio sistema di prestiti “paralleli”, gestito in modo artigianale ma efficace, con richieste di restituzione a ritmi insostenibili e minacce implicite o esplicite per ottenere il pagamento.

Il colpo decisivo: perquisizione e sequestro

Il quadro probatorio si è consolidato in modo definitivo nel dicembre 2025, quando – durante l’esecuzione di un decreto di perquisizione – i militari hanno sequestrato:oltre 159.000 euro in contanti, provento presumibile dell’attività illecita;
documentazione manoscritta (agende, foglietti, elenchi) che riportava in modo dettagliato nomi delle vittime, somme erogate, interessi applicati e rate riscosse.

Il materiale rinvenuto ha rappresentato la prova regina per il Gip, che ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza e concreto pericolo di reiterazione del reato, disponendo così la misura degli arresti domiciliari.

Al momento si tratta di una fase embrionale delle indagini preliminari: la posizione degli indagati è coperta dal principio di presunzione di innocenza e solo successive fasi processuali potranno confermare o smentire le accuse.L’operazione conferma ancora una volta l’impegno della Guardia di Finanza nel contrasto all’usura, fenomeno che – soprattutto in contesti di crisi economica – continua a mietere vittime tra imprenditori, commercianti e privati in difficoltà finanziaria.

Castellammare, rapina al corriere Apple per 2,5 milioni di euro di Iphone: 4 arresti

Castellammare – Un finto posto di blocco, una paletta alzata nel buio e l’incubo che ha inizio per un corriere, trasformatosi nel bersaglio di un colpo da due milioni e mezzo di euro. La notte scorsa si sono aperte le porte del carcere di Poggioreale per quattro pregiudicati, ritenuti le menti e le braccia di un commando criminale spietato e ultra-specializzato.

A far scattare le manette, tra lunedì 9 e martedì 10 marzo, sono stati i Carabinieri della Compagnia di Castellammare di Stabia, supportati dai colleghi di Casoria e Napoli Stella. Le accuse, mosse dalla Procura di Torre Annunziata, sono pesantissime: rapina aggravata, sequestro di persona, ricettazione e porto abusivo di armi.

Il finto posto di blocco e il sequestro

Per comprendere la caratura criminale del gruppo bisogna tornare indietro al 18 settembre 2024. La banda non lasciava nulla al caso: dopo una settimana di accurati sopralluoghi attorno a un magazzino di elettronica stabiese, è scattata la trappola.

I rapinatori hanno intercettato il furgone di un corriere e, spacciandosi per forze dell’ordine con tanto di paletta contraffatta e pistola in pugno, lo hanno costretto a fermarsi. Poi, il sequestro di persona e lo svuotamento chirurgico del carico.

Il tesoro hi-tech e il ricettatore di fiducia

Il bottino di quella notte ha proporzioni colossali: 1.733 iPhone 16 di vari modelli, 455 tra cuffie e AirPods, e 145 Apple Watch. Un tesoro hi-tech del valore commerciale stimato in 2,5 milioni di euro. Ma la vera forza della banda risiedeva nella logistica. In pochissimi giorni, grazie ai contatti con un ricettatore professionista, gran parte della merce è stata “piazzata” sul mercato nero, garantendo al gruppo un profitto illecito rapido di circa 600mila euro.

Le indagini serrate della Sezione Operativa dell’Arma, basate su telecamere di videosorveglianza, intercettazioni e pedinamenti, hanno portato proprio all’abitazione dei genitori del sospetto ricettatore, dove è stata recuperata parte della refurtiva. L’uomo è attualmente indagato ed è stato convocato per un interrogatorio preventivo davanti al Gip.

Droga, armi e l’ombra di nuovi colpi

Ma la rapina del settembre 2024 era solo la punta dell’iceberg. Le attività di intercettazione hanno svelato scenari ben più inquietanti. Durante i mesi di indagine, i militari avevano già sequestrato ad alcuni membri della banda un vero e proprio tesoretto criminale: 140mila euro in contanti, tre pistole detenute illegalmente con relative munizioni e ben 11 chilogrammi di cocaina.

Un gruppo insaziabile. Nonostante i 600mila euro incassati con i dispositivi Apple, le cimici degli investigatori hanno rivelato che i criminali non si erano fermati. A pochi giorni dal colpo milionario, stavano già pianificando nuovi e imponenti assalti predatori su tutto il territorio nazionale. Un’escalation fermata solo dal blitz notturno dei Carabinieri, che ha messo definitivamente fine alla corsa del commando.

Sicurezza stradale a Napoli: una questione urgente

Un altro incidente sulle strade di Napoli

Mentre la tangenziale di Napoli continua a essere un percorso pericoloso, un recente incidente ha sollevato l’ennesimo allarme. Un ferito, tanta paura e una comunità incredula. Ma la questione va oltre il singolo fatto: parla di una rete viaria che sembra non reggere il peso del traffico crescente.

Una città sotto stress

La viabilità a Napoli è un tema caldo, e l’incidente in tangenziale lo dimostra. Ogni giorno migliaia di veicoli affollano le strade, ma le infrastrutture non sono sempre all’altezza. Le condizioni di stress del sistema viario, tra buche e segnaletica carente, creano un mix esplosivo. E chi ci rimettere? Ovviamente noi, cittadini in balia delle auto.

Autonomia e responsabilità

Non possiamo dimenticare che la sicurezza stradale è anche una questione di responsabilità individuale. Rispettare le regole del codice della strada è fondamentale. Ma le autorità hanno il compito di creare le condizioni per farlo. Gli investimenti in manutenzione e sicurezza sono più che mai necessari.

Una questione di sopravvivenza

Il ferito di ieri non è solo un numero, ma una testimonianza della precarietà a cui siamo esposti. I cittadini meritano strade sicure, non solo per la loro integrità fisica, ma anche per una qualità della vita migliore. Servono interventi urgenti e una strategia chiara da parte delle istituzioni. Non è solo questione di incidenti, ma di far rispettare la vita.

Che ne pensi? Serve un cambiamento radicale per la sicurezza stradale a Napoli, oppure siamo costretti a convivere con il rischio ogni giorno?

Caso Domenico, «Costretta a operare senza esperienza»: le accuse dell’ex primario

Ci sono tragedie che si consumano nel silenzio freddo di una sala operatoria e altre che, da quel silenzio, esplodono trasformandosi in un caso clinico, giudiziario e politico. La morte del piccolo Domenico Caliendo, due anni e cinque mesi, rientra tragicamente in questa seconda categoria. Deceduto il 21 febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli, Domenico si è arreso dopo sessanta giorni di coma farmacologico.

Il suo cuore nuovo, quello che avrebbe dovuto salvargli la vita in quel disperato intervento del 23 dicembre, è arrivato a Napoli letteralmente “bruciato” dall’uso scorretto di ghiaccio secco durante il trasporto da Bolzano.

Oggi, su quel tavolo operatorio e lungo la rotta aerea che collega l’Alto Adige alla Campania, la Procura di Napoli sta cercando di fare luce, con sette medici indagati per omicidio colposo. Ma l’inchiesta giudiziaria è solo una parte di una storia fatta di presunte omissioni, accuse tra colleghi e scontri istituzionali.

“Costretta a operare senza esperienza”: le accuse dell’ex primario

A squarciare il velo sulle dinamiche interne al reparto di cardiochirurgia pediatrica del Monaldi è stato Giuseppe Caianiello, ex direttore del reparto ed ex responsabile dei trapianti.

Intervistato da Massimo Giletti nel programma Rai Lo stato delle cose, Caianiello ha tracciato un quadro inquietante, puntando il dito contro il suo successore, il chirurgo Guido Oppido, l’uomo che ha materialmente rimosso il cuore malato di Domenico per poi scoprire che l’organo donato era inutilizzabile.

«Gabriella Farina ha lavorato con me, non ha mai fatto un trauma-espianto, non aveva l’esperienza giusta», ha dichiarato l’ex primario in diretta televisiva. «Lo ha fatto perché è stata costretta da Guido Oppido». Accuse pesantissime, a cui si aggiunge il sospetto di una rete di tutele attorno al chirurgo bolognese: «Lui era protetto politicamente», ha rincarato Caianiello. E a chi gli ha chiesto se fosse l’ex governatore Vincenzo De Luca a garantirgli questa protezione, la risposta è stata lapidaria: «Uno più uno fa due».

Al momento, però va detto, che la Procura non ha trovato riscontri formali su questa presunta costrizione. Tuttavia, agli atti dell’inchiesta si sommano le dichiarazioni di diversi collaboratori e una lettera firmata da undici infermieri, elementi che disegnano un clima di forte tensione in reparto.

Il giallo del frigorifero e il sospetto di prove alterate a Bolzano

Ma il dramma non si esaurisce a Napoli. L’attenzione degli inquirenti del pm Giuseppe Tittaferrante e del procuratore aggiunto Antonio Ricci è rivolta anche all’ospedale San Maurizio di Bolzano, dove è avvenuto l’espianto dell’organo.

Qui subentra la difesa della dottoressa Gabriella Farina. Gli avvocati Dario Gagliano e Anna Ziccardi hanno depositato un’istanza sollevando dubbi su incongruenze significative nelle testimonianze del personale altoatesino.

Il punto nevralgico è un mistero logistico: il frigorifero utilizzato per conservare l’organo. Secondo quanto documentato dalle telecamere de Lo stato delle cose, la dicitura “ghiaccio secco” sarebbe comparsa sul contenitore solo dopo che lo scandalo è diventato di dominio pubblico.

Non solo: il frigorifero sarebbe stato in seguito rimosso dalla struttura. La difesa parla apertamente di una «possibile alterazione dello stato dei luoghi», chiedendo alla Procura di verificare le reali responsabilità sulla catena del freddo che ha distrutto il cuore del bambino.

60 giorni di agonia e un muro di omertà

In mezzo a questo scontro di perizie e accuse, c’è il dolore lucido e implacabile di una madre. Patrizia Mercolino non cerca vendetta, ma verità. «Sono qui per Domenico, ci sarà tempo per stare a casa a piangere. Io chiedo solo di avere giustizia», ha dichiarato la donna.

Il suo atto d’accusa più forte è contro la mancata comunicazione. Per due mesi, la famiglia ha visto il figlio spegnersi senza conoscere il reale motivo del fallimento dell’operazione. «Nessuno mi ha mai detto niente. Mai. Sapevano e non mi hanno detto nulla nemmeno loro», ha denunciato. Un silenzio che ha spinto il legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, a depositare due esposti agli ordini dei medici di Cosenza e Benevento contro Oppido e Farina.

Lo scontro televisivo: Giletti contro De Luca

Una vicenda di tale gravità non poteva non innescare un cortocircuito politico-mediatico. L’ex governatore della Campania, Vincenzo De Luca, in un videomessaggio ha invitato a «evitare derive mediatiche strumentali, perfino sul piano politico».

Una richiesta che ha provocato la durissima replica in diretta di Massimo Giletti: «Lei non può chiedere a me di tacere, lei non può chiedere a questa donna di restare in silenzio», ha tuonato il conduttore, ricordando come già nel 2022 vi fossero state proteste all’interno del Monaldi per la carenza di posti letto, proteste che De Luca all’epoca bollò come «forme di camorrismo».

Il caso arriverà ora in Consiglio regionale l’8 aprile, con una seduta monotematica chiesta a gran voce dal centrodestra per fare luce sugli esiti delle verifiche ispettive.

Oltre il dolore: nasce la Fondazione Domenico Caliendo

Nonostante le polemiche, le inefficienze e il dolore insopportabile, dalla tragedia di Nola è fiorita un’imponente catena di solidarietà. In poche settimane, le donazioni giunte da ogni angolo del mondo (dagli Stati Uniti alla Lettonia) hanno superato i 30mila euro.

Questi fondi permetteranno la nascita della Fondazione Domenico Caliendo, presieduta dalla madre Patrizia, con l’obiettivo di sostenere la ricerca e la trasparenza in ambito sanitario.

Alla raccolta fondi si sono uniti esponenti politici, imprenditori e artisti, con iniziative benefiche promosse da cantanti come Sal Da Vinci e Francesco Merola. «Da oggi Domenico non è soltanto figlio mio, è il figlio di tutti gli italiani», ha chiosato Patrizia. Una promessa di memoria, affinché nessun altro bambino debba morire per un cuore di ghiaccio e nessun altro genitore debba scontrarsi con un muro di silenzio.

Treni Fs in ritardo per controlli sulla linea dopo la scossa di terremoto

Una forte scossa di terremoto di magnitudo 5,9 ha interessato il mare antistante l’isola di Capri e il Golfo di Napoli poco dopo la mezzanotte di martedì 10 marzo. L’epicentro è stato localizzato nel mar Tirreno, a circa 10 chilometri dalla costa caprese e a una profondità di ben 414 chilometri.

Proprio la notevole profondità ipocentrale ha fatto sì che gran parte della popolazione non avvertisse il sisma, scongiurando il panico e riducendo drasticamente il rischio di danni strutturali.

Nessun danno alle strutture

I controlli scattati immediatamente dopo l’evento sismico, come da prassi consolidata in questi casi, hanno dato esito rassicurante: non si registrano danni a edifici, infrastrutture o beni culturali né sull’isola di Capri né nei comuni costieri del Golfo di Napoli. Le autorità competenti hanno monitorato la situazione per tutta la notte, senza rilevare criticità.

Disagi mattutini sulla linea Napoli-Salerno

L’unico impatto concreto sulla vita quotidiana dei cittadini si è registrato questa mattina lungo la linea ferroviaria Napoli-Salerno, dove si sono verificati ritardi e soppressioni di alcuni convogli.

I disagi sono la diretta conseguenza delle verifiche tecniche condotte durante la notte sull’intera rete e sulle infrastrutture ferroviarie della tratta. Anche in questo caso, però, le notizie sono positive: dai controlli non sono emersi danni. RFI e i gestori del servizio hanno assicurato che i ritardi accumulati saranno progressivamente recuperati nel corso della giornata.