Avellino – Un’altra assoluzione si aggiunge al “curriculum” giudiziario di Gaetano Ronga, trentenne di San Martino Valle Caudina con alle spalle numerosi procedimenti penali.
Il Tribunale di Avellino, accogliendo pienamente le tesi della difesa, ha infatti prosciolto l’uomo dall’imputazione di violazione delle misure cautelari, un reato che era scaturito da una precedente e complessa vicenda giudiziaria legata a dinamiche familiari.
Il primo grado e la riforma in Appello
La vicenda processuale di Ronga affonda le radici in accuse ben più gravi. In primo grado, assistito da un altro legale, era stato condannato a tre anni di reclusione per maltrattamenti e lesioni ai danni della compagna convivente, con condotte che si sarebbero protratte dal 2019.
Tuttavia, la svolta era arrivata in sede di Appello. La IV Sezione della Corte d’Appello di Napoli, riformando integralmente la sentenza di primo grado, aveva assolto Ronga perché “il fatto non sussiste”. Contestualmente, i giudici partenopei ne avevano disposto l’immediata liberazione, revocando la misura cautelare. In pratica, per la giustizia, i maltrattamenti non erano mai avvenuti.
La “coda” giudiziaria: il processo per la violazione
Nonostante l’assoluzione nel processo principale, rimaneva in piedi un procedimento collaterale, considerato un reato autonomo. Durante il periodo in cui era sottoposto alle misure cautelari (allontanamento dalla casa familiare e divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla compagna), Ronga era finito nuovamente nei guai.
Nel luglio del 2021, per una presunta violazione di quelle stesse misure, era stato aggravato la sua posizione con la custodia cautelare agli arresti domiciliari. Da lì era scaturito un processo separato per la violazione.
Il verdetto di oggi
Ed è stato in questo procedimento “derivato” che oggi il Tribunale di Avellino ha nuovamente fatto proprio il ragionamento dell’avvocato Vittorio Fucci, assolvendo Gaetano Ronga. Una decisione che arriva dopo la bocciatura delle accuse principali, minando alla base la tenuta dell’intero impianto accusatorio.
Una serie di verdetti favorevoli
Come evidenziato dalla difesa, quella odierna non è una pronuncia isolata, ma si inserisce in un contesto più ampio. “Il mio assistito – spiega il legale – sta ottenendo l’assoluzione in una moltitudine di processi, molti dei quali riguardavano proprio molteplici episodi di violazione delle misure cautelari legati ai fatti originariamente contestati. Oggi possiamo finalmente voltare pagina”.
Orta di Atella – Ha tradito la fiducia concessagli dal Tribunale di Sorveglianza, violando in più occasioni le regole imposte dall’affidamento in prova ai servizi sociali. Per questo motivo, un 29enne con precedenti specifici è stato arrestato dai Carabinieri della Stazione di Orta di Atella, che nella serata di ieri, lunedì 9 marzo 2026, hanno eseguito un ordine di carcerazione nei suoi confronti.
La misura alternativa e le violazioni
Il provvedimento, emesso dall’Ufficio di Sorveglianza di Napoli, trae origine da una precedente condanna per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. In quella circostanza, il giudice aveva concesso al 29enne la possibilità di scontare la pena in regime di affidamento in prova, una misura che prevede un percorso di reinserimento sociale sotto il controllo e con il supporto dei servizi sociali.
Tuttavia, l’uomo, originario del Casertano ma di fatto residente nel Napoletano e domiciliato ad Orta di Atella, non ha rispettato gli obblighi imposti.
Accertamenti e revoca del beneficio
I Carabinieri, nel corso dei previsti controlli, hanno documentato diverse e ripetute inosservanze delle prescrizioni. Le informazioni raccolte sono state tempestivamente trasmesse all’Autorità Giudiziaria competente, che ha valutato la gravità e la reiterazione dei comportamenti. Alla luce di ciò, il Tribunale ha disposto la revoca della misura alternativa, ordinando la carcerazione del giovane.
I militari dell’Arma hanno quindi rintracciato il 29enne presso il suo domicilio ad Orta di Atella. Dopo la notifica del provvedimento restrittivo e le formalità di rito, l’uomo è stato dichiarato in arresto e successivamente tradotto presso la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, dove rimarrà a disposizione dell’autorità giudiziaria.
Napoli – È durata poco la “libertà provvisoria” di un 54enne napoletano, arrestato nella serata di domenica per evasione dagli arresti domiciliari.Gli agenti del Commissariato Montecalvario, impegnati in un normale servizio di controllo del territorio, hanno notato l’uomo in vico San Sepolcro, stretto vicolo del cuore dei Quartieri Spagnoli.
Insospettiti dalla sua presenza in strada, gli operatori hanno immediatamente proceduto a un controllo delle generalità e della posizione giudiziaria.Dall’accertamento è emerso che l’uomo, già noto alle forze dell’ordine, era sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari.
Non avendo alcuna autorizzazione a trovarsi fuori dall’abitazione, è stato dichiarato in stato di arresto per il reato di evasione.Al termine degli atti di rito, il 54enne è stato accompagnato in carcere su disposizione dell’autorità giudiziaria, mentre gli agenti hanno restituito alla questura di Napoli un’ulteriore conferma dell’efficacia dei controlli capillari nei quartieri a maggiore densità di misure restrittive.
Roma – La gestione del reticolo idrografico del bacino del Sarno continua a scontare ritardi strutturali e una cronica mancanza di manutenzione ordinaria. È quanto ha evidenziato l’assessora regionale all’Ambiente della Campania, Claudia Pecoraro, intervenendo in audizione davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano.
Tra gli esempi più evidenti citati dall’assessora c’è quello del Rio Sguazzatoio, affluente del fiume Sarno, dove gli interventi di manutenzione risultano praticamente fermi da anni.
«Sul Sarno – ha spiegato Pecoraro – scontiamo una mancanza atavica di manutenzione ordinaria.
Penso proprio al Rio Sguazzatoio che nel 2021 è stato interessato da un intervento della Regione Campania per il dragaggio, il decespugliamento e la pulizia».
Un’operazione straordinaria resa necessaria dall’inerzia degli enti competenti: tali attività rientravano infatti nelle competenze del consorzio di bonifica, che tuttavia non aveva provveduto a realizzarle.
Dopo quell’intervento, però, la situazione non è cambiata. «Dal 2021 ad oggi – ha sottolineato l’assessora – nessuna manutenzione ordinaria è stata praticamente ripetuta lungo il Rio Sguazzatoio».
Dragaggio del Sarno e il nodo dei piloni ferroviari
Le criticità riguardano anche il programma di dragaggio del Sarno, operazione considerata essenziale per migliorare la capacità di deflusso del fiume e ridurre il rischio di esondazioni.
Secondo quanto riferito da Pecoraro, oggi esiste un evidente disallineamento rispetto ai tempi previsti per gli interventi. A complicare ulteriormente il quadro c’è la presenza nel letto del fiume di infrastrutture ferroviarie.
Nel tratto interessato dal dragaggio insistono infatti i piloni di due linee di RFI, che limitano fortemente la profondità delle operazioni.
«Stiamo avviando una specifica interlocuzione con RFI – ha spiegato l’assessora – per trovare soluzioni che consentano la traslazione di questi piloni. Allo stato attuale, rispetto ai metri previsti, rischiamo di poter dragare il fiume solo per 30 o 40 centimetri».
Una profondità insufficiente, secondo la Regione, per ottenere risultati significativi in termini di sicurezza idraulica.
Il problema dell’impermeabilizzazione del suolo
Accanto alla questione della manutenzione dei corsi d’acqua, la Regione individua un altro fattore determinante nell’aumento del rischio idrogeologico: il consumo di suolo e l’eccessiva urbanizzazione delle aree fluviali.
«Abbiamo un problema serio sul territorio legato alla assoluta impermeabilizzazione del suolo avvenuta ad opera delle amministrazioni locali», ha dichiarato Pecoraro.
Un fenomeno che riguarda in modo particolare i comuni attraversati dal Sarno. L’assessora ha citato il caso di San Marzano sul Sarno, dove in alcune aree le abitazioni sono state costruite fino a ridosso degli argini.
«Ci sono case – ha spiegato – i cui muri perimetrali coincidono di fatto con i muri di contenimento del fiume».
La conseguenza è diretta: durante le piogge intense l’acqua non riesce più a infiltrarsi nel terreno e viene convogliata rapidamente nel corso d’acqua, aumentando il rischio di piene improvvise, alluvioni ed esondazioni.
Il confronto con altre città e la consapevolezza del rischio
Nel suo intervento l’assessora ha richiamato anche il confronto con altre città italiane attraversate da grandi fiumi, come Firenze o Verona, dove il rapporto tra centro urbano e corso d’acqua è storicamente consolidato ma accompagnato da una maggiore consapevolezza del rischio.
«In quei contesti – ha osservato Pecoraro – quando si verificano eventi di piena la cittadinanza ha chiara la consapevolezza della fragilità del territorio, così come i sindaci hanno piena contezza delle criticità».
Una consapevolezza che, secondo la Regione, deve essere rafforzata anche nei territori del bacino del Sarno.
La proposta: un tavolo permanente con i sindaci
Per affrontare le criticità del territorio, la Regione Campania punta ora a rafforzare il coordinamento istituzionale con i comuni interessati.
«C’è la necessità di avere interlocuzioni interistituzionali più forti», ha affermato Pecoraro, annunciando l’avvio di contatti diretti con i sindaci dei territori attraversati dal fiume.
Tra questi anche il primo cittadino di Sarno, con il quale l’assessora ha anticipato un prossimo confronto.
L’obiettivo è la creazione di un tavolo permanente di monitoraggio, che coinvolga amministrazioni locali e Regione per analizzare con continuità le condizioni di fragilità idrogeologica e programmare gli interventi necessari.
La Regione – ha concluso l’assessora – è consapevole della valenza strategica del fiume Sarno per il territorio campano, tanto da aver già istituito un ufficio dedicato alla gestione delle problematiche legate al bacino fluviale.
Massa Lubrense – L’avvocato Pierluigi Capone, giurista esperto in diritto amministrativo e ambientale, docente universitario presso l’Università La Sapienza di Roma e già Direttore della Riserva Naturale Regionale Tevere‑Farfa, è il nuovo Direttore dell’Area Marina Protetta Punta Campanella.
Il professionista, originario di Maiori, ha firmato nei giorni scorsi il contratto con l’ente che tutela un ampio tratto di mare tra la penisola sorrentina e la costiera amalfitana, dopo aver vinto il bando per la direzione dell’area protetta.
Il profilo del nuovo direttore
Capone è, inoltre, presidente nazionale dell’Aidap (Associazione Italiana Direttori Aree Protette), incarico che gli conferisce una solida esperienza nella gestione di aree naturali e nella progettazione di politiche di tutela ambientale. La sua nomina è stata accolta con grande attesa dal consiglio di amministrazione e dallo staff dell’AMP, che punteranno su un rafforzamento delle azioni di conservazione, monitoraggio e sensibilizzazione sul territorio.
Il saluto del Presidente Cacace
Il Presidente Lucio Cacace, il Consiglio di Amministrazione e lo staff dell’Area Marina Protetta hanno dato il benvenuto al nuovo Direttore, sottolineando la volontà di cooperare per rendere più efficaci le politiche di tutela ambientale.
“Questi cinque anni del mio mandato – ha dichiarato Cacace – sono stati caratterizzati da molteplici difficoltà. La mia presidenza è iniziata proprio con l’assenza di un Direttore. Ne abbiamo indicati ben tre in soli cinque anni, ostacolati da una serie di procedure complesse che hanno influito sulla nostra azione, ma non ci siamo mai fermati né arresi”.
Una nuova fase di stabilizzazione
Il Presidente ha poi aggiunto che l’obiettivo è lasciare al prossimo Consiglio di Amministrazione una situazione più solida e gestibile dal punto di vista amministrativo.
“Con la nomina dell’avvocato Capone – ha concluso – speriamo di garantire continuità e stabilità alla gestione dell’Area Marina Protetta. Un grazie particolare va alla dottoressa Carmela Guidone, Direttrice f.f. uscente, che in questi mesi difficili ha guidato al meglio la fase di transizione, assicurando l’operatività del presidio marino”.
Napoli – Non cercavano contanti, né gioielli. Il loro “oro” era conservato a quattro gradi sopra lo zero, dentro i frigoriferi blindati dei reparti di oncologia. L’inchiesta condotta dai Carabinieri della Compagnia Napoli-Vomero, sotto la sapiente regia della Dda partenopea, ha scoperchiato un sistema criminale che definire “odioso” è un eufemismo tecnico.
Un’associazione a delinquere strutturata, con ruoli definiti e una “talpa” interna, capace di drenare dalle casse della Sanità pubblica oltre 4 milioni di euro in meno di un anno. Il GIP Enrico Contieri ha firmato dieci misure cautelari (tre in carcere, tre ai domiciliari, quattro obblighi di presentazione alla pg), mettendo fine alla razzia dei “vampiri dei salvavita”.
La regia: i “signori del freddo” e il patto con la talpa
Al vertice della piramide, secondo le indagini, siedono due nomi che ricorrono costantemente nei verbali: Alessio Donnarumma e Cristofaro Sacchettino. Non semplici ladri, ma “manager del crimine” che pianificavano i colpi con precisione millimetrica. Erano loro a scegliere gli obiettivi, a reclutare la manovalanza e, soprattutto, a gestire i rapporti con l’anello debole della catena: Danilo De Angelis.
De Angelis non è un nome qualunque in questa inchiesta. È la guardia giurata infedele, il “cavallo di Troia” in divisa che, prima per conto della Cosmopol e poi per la Team Security, aveva il compito di vigilare proprio su quei reparti che aiutava a svuotare. È lui che, secondo l’accusa, avrebbe fornito le “dritte” giuste: i turni dei colleghi, le posizioni delle telecamere e, in più occasioni, le chiavi elettroniche per disinserire gli allarmi senza lasciare segni di scasso.
Cronaca di un sacco: 2024, l’anno della razzia
L’inchiesta documenta un’escalation impressionante. Tutto inizia ufficialmente il 26 aprile 2024, ma è il 31 maggio che la banda mette a segno il primo grande colpo al Policlinico Federico II. Grazie al contributo di De Angelis e all’uso di chiavi clonate, il gruppo sottrae farmaci per un valore di 1.420.592 euro. Un colpo pulito, chirurgico.
Il 18 agosto, in piena estate, la banda torna in azione. Questa volta usano la “tecnica della schiuma”: le telecamere di sorveglianza vengono oscurate con della schiuma bianca per coprire i volti di Cristofaro Sacchettino e Pasqualino Spadaro mentre svuotano le celle frigorifere. Bottino: 561.670 euro.
Ma la spregiudicatezza raggiunge il culmine il 2 settembre presso il reparto “UMACA”. Qui la banda non solo ruba farmaci per 684.000 euro, ma ne abbandona a terra altri per un valore di 35.000 euro. Quei medicinali, preziosissimi per i pazienti che lottano contro il cancro, subiscono uno sbalzo termico fatale che li rende inutilizzabili. È il lato più buio dell’inchiesta: lo spreco di cure vitali come “effetto collaterale” del furto.
Il bambino nel commando e la pista reggina
L’episodio forse più inquietante risale al 10 dicembre 2024. Per l’ultimo assalto al laboratorio “UNICA4”, Alessio Donnarumma decide di portare con sé il figlio di soli 12 anni. Mentre i complici (Contini, Celentano e Pandolfo) forzano le grate della finestra per rubare farmaci per oltre 760.000 euro, il bambino osserva le operazioni dal motoveicolo del padre, utilizzato come vedetta. Un’eredità criminale trasmessa sul campo, tra i vialetti bui dell’ospedale.
L’indagine ha beneficiato di un incrocio di dati fondamentale con la Calabria. I Carabinieri di Melito Porto Salvo stavano infatti indagando su un furto speculare all’ospedale “Tiberio Eroli”. Grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali disposte dalla magistratura reggina, è stato possibile collegare i pezzi del puzzle e identificare il modus operandi identico: sopralluoghi preventivi, uso di depositi temporanei e una rete di ricettatori pronta a piazzare la merce sul mercato clandestino nazionale ed estero.
Il mercato nero della ricettazione
Il business non finisce con il furto. L’inchiesta punta il dito contro la rete dei ricettatori, tra cui compaiono figure come Vincenzo Carpinelli e Mario Criscuolo. Questi soggetti avevano il compito di rimettere in circolo i farmaci, spesso già scaduti o alterati dalla cattiva conservazione. In un caso specifico, è stato documentato il commercio del Dusport 500, un farmaco scaduto da oltre un anno, venduto come fosse nuovo. Un rischio mortale per ignari pazienti che, nel tentativo di curarsi, assumevano sostanze potenzialmente tossiche o inefficaci.
TUTTI GLI INDAGATI
L’inchiesta coinvolge complessivamente 17 persone, ognuna con un ruolo specifico nella filiera del furto e della ricettazione:
I Promotori e Capi
DONNARUMMA Alessio (Napoli, 1990) – Organizzatore e mente dei colpi. CARCERE
SACCHETTINO Cristofaro (Napoli, 1967) – Capo e pianificatore logistico. CARCERE
Gli esecutori e i partecipi
DE ANGELIS Danilo (Napoli, 1984) – La guardia giurata “infedele”, complice interno. CARCERE
Napoli – Ha un seguito da milioni di visualizzazioni, è costantemente in diretta sui social e non disdegna le passerelle televisive. Eppure, per la legge, Rita De Crescenzo è una “irreperibile”.
Il paradosso emerge da un atto di notifica giudiziaria che ha come destinataria la nota tiktoker napoletana: non essendo stata rintracciata all’indirizzo indicato, l’ufficiale giudiziario ha dovuto depositare i documenti alla Casa Comunale, seguendo la procedura prevista per i “fantasmi” anagrafici.
Il vizio della forma
Gli avvisi di deposito, pubblicati all’albo pretorio del Comune di Napoli, certificano che la notifica non è potuta avvenire nelle forme ordinarie. Un epilogo che stride con la pervasiva presenza mediatica della De Crescenzo, e che riaccende i riflettori sui suoi rapporti, per così dire, disinvolti con la burocrazia.
Borrelli: “Irreperibile solo per lo Stato”
A raccogliere il caso e rilanciarlo è Francesco Emilio Borrelli, deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, da tempo nel mirino degli sfoghi social dell’influencer. “È quantomeno singolare – commenta l’onorevole – che una persona costantemente presente sui social, spesso ospite nei salotti televisivi e sempre pronta ad attaccare le istituzioni, risulti poi irreperibile quando si tratta di ricevere atti ufficiali”.
Borrelli non si limita al paradosso del momento, ma allarga il tiro, ricordando il clima di tensione alimentato dalla De Crescenzo. “Non dimentichiamo che ha più volte lanciato appelli ad altri tiktoker per attaccarmi, arrivando a evocare ambienti della cosiddetta ‘mala Napoli’ per farmi tacere. Un comportamento gravissimo che ho già denunciato”.
Il precedente del voto negato
Ma c’è un precedente che rende la vicenda ancora più emblematica. “Alle ultime elezioni regionali – rivela Borrelli – la stessa De Crescenzo, che sponsorizzava un candidato di Forza Italia, si presentò al seggio del Pallonetto ma non poté votare. Risultava non iscritta nei registri elettorali perché non aveva comunicato il cambio di residenza. Una gestione quantomeno disinvolta dei propri obblighi amministrativi che alimenta più di un dubbio”.
Per il deputato, insomma, la storia si ripete. “Chi attacca le istituzioni e pretende visibilità mediatica – conclude – dovrebbe essere altrettanto trasparente e reperibile quando sono le istituzioni a cercare lui. Le regole valgono per tutti, in Rete come nella vita reale”.
Napoli– Una notte di apprensione, seguita da una mattinata di verifiche e coordinamento istituzionale. Alle ore 00:03, una scossa di terremoto di magnitudo 5.9 ha fatto tremare il suolo al largo del Golfo di Napoli, riaccendendo l’attenzione sulla sicurezza del territorio. Per fare il punto della situazione, il Prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha convocato d’urgenza il Centro Coordinamento dei Soccorsi (CCS).
Alla riunione hanno preso parte i vertici della sicurezza e della gestione delle emergenze: dalla Direttrice dell’INGV, Lucia Pappalardo, al Direttore regionale della Protezione Civile, Italo Giulivo, oltre ai sindaci dei comuni costieri e delle isole, i referenti delle Forze di Polizia, della Guardia Costiera, delle ASL e di Rete Ferroviaria Italiana (RFI).
Geologia del sisma: un evento “profondo” e isolato
Il dato tecnico emerso durante il vertice ha fornito le rassicurazioni più importanti. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha infatti specificato che l’ipocentro del sisma è stato individuato a una profondità di 414 chilometri.
Questa caratteristica rende l’evento del tutto autonomo e non riconducibile alle dinamiche vulcaniche o bradisismiche che interessano l’area flegrea. Proprio la notevole profondità ha evitato che l’energia sprigionata dalla magnitudo 5.9 producesse effetti distruttivi in superficie o generasse onde anomale sulle aree costiere.
Nessuna criticità sul litorale
I Sindaci e i Commissari straordinari dei Comuni costieri e delle isole del Golfo hanno confermato, nel corso del confronto in Prefettura, l’assenza di danni. Nonostante lo spavento iniziale tra la popolazione, le ricognizioni sul campo non hanno evidenziato criticità su edifici o infrastrutture.
Tuttavia, l’allerta resta alta sul fronte preventivo: la Capitaneria di Porto sta proseguendo le attività di monitoraggio lungo l’intero litorale per escludere eventuali cedimenti di costoni o instabilità nei tratti di costa più fragili.
Prevenzione e nuovi Piani di Emergenza
L’evento sismico è diventato anche l’occasione per fare il punto sulla resilienza del territorio. Durante la riunione è emerso che sono in corso di aggiornamento i Piani di Protezione Civile comunali, con un focus specifico sul rischio maremoto e sulle procedure di allontanamento rapido in caso di emergenza.
“La situazione resta attentamente seguita dalla Prefettura”, fanno sapere dagli uffici di Piazza del Plebiscito. L’obiettivo è garantire che la macchina dei soccorsi sia costantemente oleata e pronta a intervenire, anche di fronte a eventi naturali che, come quello della scorsa notte, ricordano la complessità geologica del territorio campano.
Pozzuoli – Nel corso della giornata di sabato, gli agenti del Commissariato di Pozzuoli, coadiuvati dal personale della Polizia Municipale, hanno effettuato un servizio straordinario di controllo del territorio nella zona di Arco Felice e nel centro storico.
L’operazione ha portato all’identificazione di 80 persone – di cui 9 con precedenti di polizia – e al deferimento di un titolare di locale per gravi violazioni urbanistiche e ambientali, con conseguente sequestro dell’area.
Gli agenti hanno controllato complessivamente 22 veicoli, contestando 8 violazioni del Codice della Strada. Particolare attenzione è stata posta sul rispetto delle norme ambientali: il titolare dell’esercizio commerciale è stato deferito all’autorità giudiziaria per abuso edilizio e per abbandono, scarico e deposito incontrollato di rifiuti. L’area è stata immediatamente posta sotto sequestro dalle forze dell’ordine.
È stata la Polizia Penitenziaria a dare l’allarme: un drone stava sorvolando la casa circondariale di Salerno. La segnalazione ha fatto scattare immediatamente l’intervento congiunto dei Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Salerno e del personale della Sezione Volanti della Questura salernitana.
Gli agenti hanno individuato rapidamente due uomini a bordo di un’auto parcheggiata nelle immediate vicinanze del carcere: Giulio Del Giudice e Massimo La Rocca.
La fuga e lo schianto
Alla vista delle pattuglie, i due hanno tentato di dileguarsi. La fuga, però, è durata poco: la loro vettura si è schiantata contro un altro veicolo in sosta, mettendo fine alla corsa. Nel disperato tentativo di liberarsi delle prove, gli arrestati avevano già lanciato alcuni involucri dal finestrino durante l’inseguimento, ma anche quelli sono stati recuperati dagli agenti.
Il sequestro: droga, telefoni e attrezzatura per il drone
Il bilancio del sequestro è pesante. I due uomini erano in possesso di: circa 800 grammi di hashish, 120 grammi di cocaina, 15 grammi di crack. E inoltre un bilancino di precisione, tre smartphone con schede SIM e caricabatteri, materiale per il confezionamento della droga.
Attrezzatura tecnica per il trasporto degli stupefacenti tramite drone
Il quadro che emerge, secondo la ricostruzione della polizia giudiziaria firmata dal procuratore Rocco Alfano, è quello di un sistema organizzato per rifornire i detenuti aggirando i controlli di sicurezza dall’alto.
Giulio Del Giudice e Massimo La Rocca sono stati arrestati con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. L’operazione conferma il crescente ricorso ai droni come strumento per introdurre droga e dispositivi di comunicazione nelle carceri, un fenomeno che le forze dell’ordine campane stanno monitorando con attenzione crescente.
Napoli – Piove sul bagnato in casa Napoli. Antonio Conte perde una pedina preziosa del suo scacchiere proprio nel momento clou della stagione. Gli esami strumentali a cui è stato sottoposto Vergara hanno confermato i timori dello staff medico: l’esterno azzurro ha riportato una lesione distrattiva della fascia plantare del piede sinistro.
Un infortunio fastidioso che costringerà il calciatore a un riposo forzato di almeno quattro settimane. La dinamica dello stop obbliga il club a una tabella di recupero cauta per evitare ricadute in un punto così delicato per la biomeccanica della corsa.
Il piano per il rientro in campo
Il numero uno della panchina partenopea dovrà dunque ridisegnare la formazione per le prossime sfide, facendo a meno della freschezza del classe 2003. L’obiettivo dello staff sanitario è sfruttare la finestra della sosta per le Nazionali per riconsegnare il giocatore al tecnico in condizioni ottimali.
Se il percorso di riabilitazione procederà senza intoppi, Vergara punterà alla convocazione per il 6 aprile, quando al “Maradona” arriverà il Milan per uno scontro diretto che si preannuncia decisivo per le ambizioni d’alta classifica degli azzurri.
Proseguono i servizi straordinari predisposti dalla Questura di Napoli per contrastare i fenomeni di traffico e spaccio di sostanze stupefacenti nelle aree della periferia nord del capoluogo. Nella serata di ieri, gli agenti del Reparto Prevenzione Crimine Campania, coordinati con i poliziotti del Commissariato di Giugliano-Villaricca, hanno fermato un uomo a Marano di Napoli, cogliendolo in flagranza di detenzione ai fini di spaccio di droga.
Il controllo lungo il Corso Europa
Durante un’ordinaria attività di controllo del territorio, le pattuglie hanno sorvegliato Corso Europa, una delle principali arterie di Marano di Napoli. Nel transitare lungo la via, gli operatori hanno notato un 41enne napoletano, già noto alle forze dell’ordine per precedenti specifici per stupefacenti, in sella a uno scooter con un atteggiamento particolarmente sospetto. A seguito di ciò, è stato immediatamente fermato e perquisito.
La droga occultata nello scooter
Il controllo ha dato esito immediatamente positivo: nelle disponibilità dell’uomo sono stati trovati 66 involucri contenenti complessivamente 21 grammi di cocaina, presumibilmente pronta per la vendita al dettaglio. Il quantitativo, pur non di ampia entità, è stato ritenuto comunque compatibile con finalità spacciatorie, soprattutto in un contesto urbano ad alta densità di consumo.
Per tali motivi, il 41enne è stato tratto in arresto per detenzione illecita di sostanza stupefacente ai fini di spaccio e accompagnato presso gli uffici di polizia. Dopo le verifiche di rito, il provvedimento è stato convalidato dal magistrato di turno: il prevenuto è stato dichiarato collocato agli arresti domiciliari, in attesa dell’udienza di convalida.
Napoli– I Carabinieri della Compagnia Napoli Stella hanno messo a segno un servizio ad alto impatto nella zona di Porta Capuana, storico varco d’accesso al centro antico della città, da sempre al centro di attenzione per degrado, microcriminalità e abusivismo commerciale.Strade e persone: identificati 79 soggetti, 44 veicoli passati al setaccio
Nella mattinata odierna i militari hanno effettuato un massiccio controllo del territorio: 79 persone identificate e 44 veicoli controllati. Il bilancio stradale parla di 13 violazioni al Codice della Strada elevate, per un importo complessivo di circa 13.000 euro di sanzioni. Due automobili sono finite sotto sequestro amministrativo.
Tra le persone fermate in strada spicca il caso di un 63enne che, secondo i riscontri dei Carabinieri, avrebbe dovuto trovarsi agli arresti domiciliari. L’uomo è stato immediatamente denunciato per evasione: un episodio che dimostra come questi servizi non siano solo mirati alla viabilità, ma anche al rispetto delle misure cautelari disposte dall’autorità giudiziaria.
I controlli nelle attività commerciali: irregolarità e sequestri
L’operazione non si è limitata alle strade. I Carabinieri, insieme al personale dell’Asl Napoli 1 Centro, hanno ispezionato due esercizi pubblici nella zona.In piazza Duca degli Abruzzi, all’interno di un bar, sono emerse quattro prescrizioni per violazioni amministrative e una sanzione pecuniaria di 2.000 euro.
Particolarmente grave il ritrovamento di 5 chilogrammi di alimenti congelati in cattivo stato di conservazione: il prodotto è stato sequestrato per motivi igienico-sanitari.
In vico Campagnari, un ristorante è finito nel mirino: al titolare sono state notificate 11 prescrizioni per carenze strutturali, igieniche o documentali. Anche in questo caso l’intervento congiunto ha puntato a garantire standard minimi di sicurezza alimentare e rispetto delle norme sul lavoro.
Una tragedia annunciata in un sistema giudiziario e penitenziario che ancora non riesce a gestire adeguatamente i detenuti con problemi psichici.
Doveva essere piantonato e guardato a vista dopo gli atti di autolesionismo in carcere, il trattamento sanitario obbligatorio (Tso) e il ricovero nel Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) dell’ospedale San Giovanni Bosco di Napoli. Eppure Antonio Meglio, il 39enne che il 5 marzo scorso aveva aggredito un’avvocatessa nel quartiere Vomero di Napoli, è riuscito a eludere la sorveglianza e a impiccarsi nel bagno del reparto.
Si è ucciso con un lenzuolo annodato al collo il 39enne, laureato in giurisprudenza, che la sera del 5 marzo su un autobus di linea cercò di attirare l’attenzione della magistratura e dei media, tenendo in ostaggio un’avvocatessa di 32 anni con un coltello.
Il tragico epilogo è accaduto ieri sera, 9 marzo, intorno alle 23, dopo una lunga giornata in cui il Gip del Tribunale di Napoli aveva convalidato il suo arresto e disposto la custodia cautelare in carcere.
La notizia ha probabilmente sconvolto Meglio che era stato già protagonista di alcuni atti di autolesionismo nel carcere di Poggioreale per i quali la direzione dell’istituto penitenziario aveva disposto il trasferimento prima al pronto soccorso dell’ospedale del Mare e poi nel reparto del San Giovanni Bosco, in stato di arresto.
Proprio i gravi problemi psichici avevano spinto, ieri, l’avvocato Gianluca Sperandeo a chiedere al Gip il ricovero in una struttura psichiatrica piuttosto che la detenzione in carcere per l’indagato di sequestro di persona e lesioni. La storia clinica di Antonio Meglio era nota, ad aggravare le sue già critiche condizioni psichiche pare fosse arrivato un tentativo di truffa nei suoi confronti e delle minacce, per questo la sera del 5 marzo quando ha minacciato e ferito l’avvocatessa sul bus era armato.
La truffa ai suoi danni e le minacce Meglio l’aveva documentata con dovizia di particolari, in una pen-drive, e il 5 marzo aveva anche tentato di presentare una denuncia, ma senza riuscirci.
Forse voleva compiere un gesto eclatante, quella sera, per poi invocare l’attenzione del procuratore Gratteri. Con quella stessa pen-drive, infatti, aveva anche cercato di tagliarsi i polsi: la memoria è stata sequestrata, in quella circostanza. Non solo. In più di un’occasioni nei giorni passati in carcere aveva battuto la testa con violenza contro il muro, provocandosi delle ferite.
Una serie di azioni che indicavano tutte nella stessa direzione e cioè che Antonio Meglio potesse commettere atti di autolesionismo irreparabili, quelli che si sono verificati alle 23 di ieri sera, 9 marzo, quando il 39enne si è impiccato con un lenzuolo nel bagno della stanza d’ospedale.
“Si tratta dell’ennesima tragedia annunciata frutto del fallimento delle Rems dopo la chiusura degli Opg e noi, come sindacato, da anni denunciamo le gravi criticità legate alla gestione dei soggetti psichiatrici ristretti nelle carceri, soggetti spesso incompatibili con il regime detentivo ordinario”.
Così, il sindacato Uspp, con il presidente Giuseppe Moretti, e con il segretario regionale Ciro Auricchio, commentano il suicidio del 39enne Antonio Meglio. “La polizia penitenziaria – viene sottolineato dai due sindacalisti – non può gestire questi soggetti senza strumenti adeguati, senza un supporto sanitario adeguato e senza strumenti di sostegno. Dopo la chiusura sbagliata degli Opg e l’introduzione delle Rems il sistema avrebbe dovuto garantire la gestione di questi soggetti”.
Secondo Moretti e Auricchio, invece, “la realtà attuale rivela un fallimento totale con lunghe liste d’attesa posti disponibili largamente insufficienti rispetto alle reali esigenze di ubicazione peraltro in luoghi difficili da raggiungere visto che non è stata prevista una Rems nell’area metropolitana di Napoli, una delle zone più affollate d’Italia”.
“Tutte queste disfunzioni ricadono sul lavoro della Polizia penitenziaria – viene evidenziato dall’Uspp – che deve affrontare questa emergenza nelle carceri senza strumenti di sostegno, con situazioni di sostegno adeguato che richiedono percorsi terapeutici adeguati specializzati, e andrebbero presi in carico dalla sanità pubblica regionale. Invece rimangono in carcere gestiti completamente dalla polizia penitenziaria che sopporta inerme queste disfunzioni”. “Sia il numero dei psichiatri, sia le ore di lavoro assegnate a questi professionisti – conclude l’Uspp – sono insufficienti infine rispetto al numero elevato di detenuti psichiatrici presenti all’interno della carceri campane”.
La salma di Antonio Meglio è stata messa sotto sequestro dalla magistratura che ora avvierà verosimilmente anche delle indagini per fare piena luce su questa vicenda drammatica e su eventuali responsabilità.
Il master è un’ulteriore perdita di tempo prima dell’ingresso nel mercato del lavoro oppure un acceleratore verso i piani alti? Insomma, vale la pena prendere in considerazione questo ulteriore titolo accademico dopo aver “collezionato” già una laurea di primo livello e, magari, pure una di secondo livello?
Per trovare la risposta a queste domande, molto comuni tra gli studenti all’indomani dell’incoronazione con l’alloro, il portale Skuola.net ha colto l’occasione dell’apertura delle iscrizioni a uno dei corsi più apprezzati d’Italia – il Master Publitalia in Marketing, Digital Communication, Sales Management – per intervistare uno dei suoi migliori ex-alunni: Matteo Casnati, attualmente Country Business Manager della filiale Malta, Albania e Sicilia in Monster Energy, colosso degli energy drink.
Il decalogo dell’ex alunno (ora manager d’azienda)
Grazie al suo contributo e al suo excursus di carriera, che lo ha visto raggiungere questa prestigiosa carica dopo appena sei anni dal conseguimento del titolo, il sito studentesco ne ha approfittato per stilare una guida in 10 punti per la scelta del master, da parte di chi ha provato (in positivo) sulla propria pelle cosa vuol dire frequentare un corso di qualità.
Ecco i suoi consigli-chiave per chi, come ha fatto lui all’indomani della laurea, si è posto l’interrogativo su cosa fare “dopo”.
Fare le conoscenze giuste (senza essere nati con la camicia)
Uno dei motivi principali che deve guidare nella scelta di un master è la possibilità di costruire velocemente un nucleo iniziale di relazioni professionali significative – il cosiddetto network – a partire da zero.
Vietato essere timidi: scambia numeri e contatti su LinkedIn
Il networking non è, però, una rubrica con nomi e numeri di telefono, che viene consegnata all’ingresso, bensì un’attività di cui si devono occupare con impegno gli stessi studenti, che inizia con i propri compagni di corso e che prosegue con i docenti e i testimoni aziendali coinvolti nella formazione in aula durante il master.
Chiaramente, allo studente è richiesto di vincere la timidezza e di interagire, ponendo domande interessanti: basta una buona impressione in aula e un contatto su piattaforme come LinkedIn per riattivare, anche ad anni di distanza, quella connessione, per chiedere ad esempio un consiglio professionale.
Entrare nel mondo del lavoro prima ancora di essere assunti
La qualità del networking deriva, chiaramente, dal posizionamento del master in tema di rapporti con le aziende: prima di iscriversi è, perciò, fondamentale valutare l’aura – come direbbero i giovani di oggi – dei docenti e delle aziende partner coinvolte.
Ma questo non è l’unico elemento che prepara al mondo del lavoro. Anche la metodologia didattica è centrale: se l’università ti consegna un metodo di apprendimento, il master te lo fa applicare. Se all’università prevalgono spesso teoria e studio individuale, in un master “giusto” il paradigma si capovolge, permettendo di affrontare casi pratici, magari in gruppo, maturando quelle competenze cruciali poi nel mondo del lavoro.
Un master che vale (più) di una laurea magistrale
Fatte salve alcune discipline di ambito STEM, in cui la laurea magistrale è un must, in tutti gli altri casi il master può tranquillamente seguire immediatamente la laurea triennale e, anzi, può risultare più efficace in ottica di “fastmoving” nel mondo del lavoro. Come nel caso di Casnati, passato da una laurea in giurisprudenza a un percorso di carriera nel marketing e sales.
I numeri di un master non mentono
Per distinguere un corso di qualità dalle tante offerte sul mercato, bisogna verificare parallelamente altri due indicatori quantitativi imprescindibili: il numero di iscritti – meglio se non superiore a 30, per non essere “uno dei tanti in aula” – e la percentuale di placement – unico vero certificato di garanzia per il futuro professionale – che però deve necessariamente essere vicinissima al 100%.
Master a prima vista, l’importanza del colloquio di ammissione
Al di là dei freddi dati, esiste poi un fattore umano decisivo: la relazione con il corpo docente e il team del master. Queste figure, infatti, potrebbero diventare un “faro” capace di orientare le scelte professionali e consigliare lo studente durante (e dopo) il percorso formativo.
I consigli da insider per guadagnare di più
Attenzione, però: frequentare un master non si traduce automaticamente in uno stipendio d’ingresso più alto per magia. Ma fornisce gli strumenti per ottenerlo. Grazie ai benchmark di mercato e ai consigli dell’organizzazione, il neolaureato – se esce da un corso di qualità – impara sicuramente a porsi correttamente durante i colloqui, capendo fin dove spingersi nella negoziazione e quale pacchetto retributivo sia corretto richiedere per il proprio profilo.
Mentorship e Alumni, due green flag
Un asset fondamentale, spesso assente nei percorsi universitari standard, è la presenza di una comunità attiva. I master da scegliere, perciò, sono quelli che si differenziano per un ecosistema in cui gli “ex-master” (alumni) supportano gli studenti in corso facendo da mentori: questo circolo virtuoso offre, infatti, una guida basata sull’esperienza vissuta e facilita concretamente l’ingresso in azienda.
La presenza fisica batte l’online
In un mondo sempre più digitale, anche il proliferare di master online va valutato con attenzione: i corsi a distanza non possono sostituire quelli in presenza, specie se l’obiettivo è la trasformazione professionale.
Le relazioni vere si costruiscono dal vivo: la didattica digitale resta uno strumento valido solo per acquisire competenze tecniche verticali o per moduli brevi e specialistici, non per costruire il network che servirà per tutta la carriera.
Master all’università o fuori?
Se la formazione universitaria è una esclusiva delle realtà accademiche, i master possono invece nascere in ambiti completamente diversi, spesso correlati a realtà aziendali. Quale dei due mondi preferire?
L’esperienza suggerisce che i master promossi da enti formativi non accademici o da Business School tendano a essere più performanti nell’inserimento immediato nel mondo del lavoro. Questo soprattutto per via di una struttura più agile e di un legame più stretto con il tessuto imprenditoriale di riferimento.
Per il manager il master Publitalia è uno di quelli “giusti”
Chiaramente lo stesso Casnati sottolinea come il percorso da cui proviene rispetti tutti questi requisiti: il Master Publitaliain Marketing, Digital Communication, Sales Management viene organizzato direttamente da Publitalia ‘80, la concessionaria pubblicitaria delle reti Mediaset, dal 1988. E si rivolge a laureati dei corsi universitari triennali e magistrali, di ogni facoltà, garantendo loro tassi di placement elevatissimi: 100% ad ogni edizione.
Al termine degli 8 mesi d’aula, almeno 6 mesi sono dedicati allo stage, in aziende di primaria importanza. La parte in classe, invece, si trascorre nella storica sede di Mediaset a Cologno Monzese, alle porte di Milano, dove non mancano workshop e attività pratiche con esperti del settore.
Tutti questi elementi fanno sì che ogni anno le candidature siano nettamente su
L’Isola della Gaiola, piccola gemma nel Golfo di Napoli, è famosa non solo per la sua bellezza naturale e il ricco patrimonio archeologico, ma anche per un alone di mistero che da oltre un secolo la circonda. Questa fama, conosciuta come Gaiola maledetta, ha radici profonde nelle leggende locali, nelle tragedie che hanno colpito i suoi proprietari e nelle storie popolari tramandate dalla gente di Napoli e dai visitatori.
Storia, mito e origini della maledizione
L’Isola della Gaiola, una formazione rocciosa composta da due isolotti collegati da un ponte naturale nei pressi di Posillipo, ha un passato antico. Il nome “Gaiola” deriva dal latino cavea (piccola grotta), ma l’identità del luogo è ben più complessa di una semplice descrizione geografica.
Secondo alcune tradizioni la maledizione risalirebbe addirittura all’epoca romana. Il primo grande proprietario fu Publio Vedio Pollione, che qui fece costruire una splendida villa e, secondo le leggende, allevava murene con crudeltà verso i suoi schiavi. Sempre la tradizione popolare assegna alle acque circostanti una sorta di influenza negativa, legata persino alla figura di Virgilio e alla sua presunta “scuola di magia”, in cui un errore di un discepolo avrebbe scatenato una maledizione sul luogo.
Nel folklore napoletano, poi, la Gaiola è spesso associata a racconti di presenze spettrali, tra cui la leggenda di una donna senza volto che vaga tra le acque e le rovine dell’isola, contribuendo ad alimentare il suo alone di mistero.
Le tragedie dei proprietari e la fama di maledizione
La fama dell’isola come luogo sfortunato ha radici più forti nel XX secolo, quando una serie di incidenti, lutti e sfortune colpì diversi proprietari moderni e le loro famiglie. Questo susseguirsi di eventi ha contribuito a consolidare la reputazione della Gaiola maledetta tra i napoletani e gli appassionati di storie di mistero.
Tra i casi più citati:
Luigi Negri, che acquistò l’isola alla fine dell’Ottocento, fu costretto a rivenderla dopo il fallimento della sua impresa.
Nel 1911 Gaspare Albenga, capitano di una nave che stava valutando l’acquisto, morì in un misterioso incidente in mare.
Negli anni ’20 Hans Braun fu trovato morto e avvolto in un tappeto, mentre sua moglie morì annegata.
Otto Grunback morì di infarto nella villa di famiglia.
Maurice-Yves Sandoz, erede di un’industria farmaceutica, si suicidò in una clinica psichiatrica.
Gianni Agnelli, proprietario per un periodo, attraversò lutti familiari; J. Paul Getty vide la sua famiglia colpita da tragedie e dal rapimento del nipote.
L’ultimo proprietario privato, Gianpasquale Grappone, cadde in rovina finanziaria e finì in carcere, mentre sua moglie morì in un incidente stradale.
Questi eventi, per quanto possano avere spiegazioni razionali o coincidenze storiche, consolidarono l’idea di una sorta di “maledizione” che perseguiterebbe chiunque entri in possesso dell’isola o osi abitarvi.
Dall’eredità del mistero alla tutela del patrimonio
Nonostante la sua fama inquietante, la bellezza naturale dell’isola e dell’area circostante è indiscutibile. Oggi la Gaiola fa parte del Parco Sommerso di Gaiola, un’area marina protetta che tutela non solo l’isolotto ma anche i fondali ricchi di resti archeologici (tra cui porticcioli, ninfei e strutture romane affondate a causa del bradisismo).
Il parco è un centro di studi scientifici e naturalistici, con un centro didattico e attività dedicate alla ricerca, alla divulgazione e alla fruizione sostenibile del territorio marino.
Oggi l’Isola della Gaiola è di proprietà della Regione Campania, che ne ha vietato la proprietà privata e ne gestisce la tutela nell’ambito dell’area marina protetta. Questo ha contribuito a trasformare il luogo da simbolo di sventure a patrimonio pubblico da preservare e valorizzare, pur lasciando intatto il fascino delle storie e delle leggende che lo accompagnano.
Isola della Gaiola
Gaiola maledetta
Isola della Gaiola: la vera storia della Gaiola maledetta di Napoli
Scopri la storia dell’Isola della Gaiola tra leggende, tragedie e misteri: perché è conosciuta come la Gaiola maledetta nel Golfo di Napoli.
Tre arresti in poco più di un mese. Protagonista della vicenda è Giovanni Iandoli, 45 anni, residente nel quartiere Soccavo e già noto alle forze dell’ordine, fermato ancora una volta dai carabinieri dopo aver violato la misura degli arresti domiciliari. Il primo episodio risale al 31 gennaio scorso, quando l’uomo fu arrestato con l’accusa di aver incendiato alcuni cassonetti dei rifiuti in via detta Pacifico. In quell’occasione per lui scattarono i domiciliari come misura cautelare.
La vicenda però non si è fermata lì. Il 2 marzo i carabinieri lo hanno sorpreso nuovamente fuori casa mentre percorreva via Marco Aurelio a bordo di uno scooter, nonostante fosse sottoposto alla restrizione. Anche in quel caso l’uomo fu arrestato per evasione e processato, tornando poi ancora una volta agli arresti domiciliari.
L’episodio più recente è avvenuto nel primo pomeriggio di ieri, 9 marzo. Erano circa le 14 quando i carabinieri della stazione di Napoli Rione Traiano hanno notato il 45enne mentre passeggiava tranquillamente per le strade del quartiere Soccavo. I militari lo hanno riconosciuto e fermato per un controllo.
Alla richiesta di spiegazioni l’uomo avrebbe sostenuto di essere diretto all’Asl per chiedere alcune informazioni, ma la giustificazione non è stata ritenuta valida. Per lui sono scattate ancora una volta le manette con l’accusa di evasione. Dopo l’arresto il 45enne è stato nuovamente posto agli arresti domiciliari in attesa del processo per direttissima che si sta svolgendo in queste ore.
Avellino– Si è conclusa nel Nord Africa la fuga di Diego Bocciero, il 37enne avellinese considerato dagli inquirenti un elemento di spicco del “Nuovo Clan Partenio”. La sua latitanza, iniziata a metà dicembre, è terminata tra le strade di Tunisi, dove gli uomini dell’Interpol e i Carabinieri del Comando Provinciale di Avellino lo hanno localizzato e tratto in arresto.
La fuga dopo l’ordinanza
Il “blackout” di Bocciero era iniziato il 17 dicembre scorso, quando l’uomo aveva fatto perdere le proprie tracce poche ore dopo l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere.
Il provvedimento, firmato dal GIP del Tribunale di Salerno su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), pendeva su di lui con l’accusa di estorsione pluriaggravata dal metodo mafioso. Per quasi tre mesi, il 37enne è riuscito a sfuggire ai radar degli investigatori, cercando rifugio oltre frontiera per inabissarsi nel tessuto urbano della capitale tunisina.
La pista dei soldi e dei viaggi
Nonostante la distanza, gli inquirenti non hanno mai mollato la presa. La chiave della cattura non è stata tecnologica, ma finanziaria. I Carabinieri hanno monitorato minuziosamente una fitta rete di contatti, analizzando movimenti bancari, versamenti sospetti e flussi di denaro necessari a sostenere lo stile di vita del latitante all’estero.
L’indagine si è concentrata anche sugli spostamenti dei possibili fiancheggiatori: seguendo le tracce di viaggi e collegamenti tra l’Irpinia e la Tunisia, le forze dell’ordine sono riuscite a stringere il cerchio attorno a un’abitazione in periferia a Tunisi, individuata come il covo del ricercato.
In attesa dell’estradizione
Al momento dell’irruzione, Bocciero non ha opposto resistenza. Le autorità locali, in collaborazione con il personale dell’Interpol, lo hanno trasferito in una struttura carceraria tunisina. Le procedure per l’estradizione in Italia sono già state avviate: una volta rientrato nel Paese, il 37enne dovrà rispondere delle pesanti accuse legate alle attività illecite del clan operante nell’avellinese.
Ha urtato uno scooter con a bordo due ragazzi minorenni facendoli cadere sull’asfalto, poi si è allontanato senza fermarsi a prestare soccorso. A distanza di alcuni giorni dall’incidente, i carabinieri sono riusciti a identificare il presunto responsabile e a denunciarlo all’autorità giudiziaria.
Nel tardo pomeriggio di ieri, 9 marzo, i militari del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Marcianise hanno concluso le indagini su un incidente stradale avvenuto lo scorso 2 marzo a Capodrise, in via Piedipongola. Al termine degli accertamenti è stato deferito in stato di libertà un uomo di 62 anni residente nel Napoletano, ritenuto responsabile dei reati di lesioni stradali e omissione di soccorso.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’uomo si trovava alla guida della propria autovettura quando avrebbe urtato il motociclo sul quale viaggiavano i due minorenni. L’impatto avrebbe provocato la caduta dei giovani sulla carreggiata. Dopo lo scontro, però, il conducente dell’auto avrebbe proseguito la marcia senza fermarsi né per verificare le condizioni dei ragazzi né per allertare i soccorsi.
I due studenti sono stati successivamente trasportati nei pronto soccorso degli ospedali di Caserta e Marcianise, dove i sanitari hanno riscontrato traumi contusivi ed escoriazioni diffuse, giudicate guaribili in circa dieci giorni.
Determinante per ricostruire quanto accaduto è stata l’attività investigativa dei carabinieri. Attraverso l’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza presenti nella zona, l’esame dei varchi di lettura targhe e l’ascolto di alcune persone informate sui fatti, i militari sono riusciti a ricostruire la dinamica dell’incidente e a risalire all’identità dell’automobilista coinvolto. Conclusi gli accertamenti, il 62enne è stato denunciato dai carabinieri della Sezione Radiomobile di Marcianise, che hanno informato l’autorità giudiziaria.
Un controllo di routine si è trasformato in un intervento più complesso per i carabinieri del Reparto Territoriale di Mondragone, impegnati in un servizio straordinario di vigilanza sul territorio con particolare attenzione ai soggetti sottoposti a misure restrittive. L’episodio è avvenuto nel pomeriggio di lunedì 9 marzo nella località Pescopagano.
I militari dell’Arma si sono recati in via degli Innamorati per verificare il rispetto della detenzione domiciliare da parte di un uomo di 33 anni. Una volta giunti davanti all’appartamento, però, la situazione si è rapidamente complicata. Secondo quanto ricostruito, il 33enne e il fratello, presente nell’abitazione, avrebbero reagito con atteggiamento ostile al controllo.
I due, visibilmente agitati, avrebbero tentato di impedire ai carabinieri di accedere all’appartamento, arrivando anche a ostruire fisicamente la porta d’ingresso con i loro corpi per bloccare le verifiche. I militari sono quindi intervenuti per riportare la situazione alla normalità e portare a termine il controllo previsto dalla legge.
Al termine degli accertamenti il 33enne è stato arrestato in flagranza con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, mentre il fratello, di qualche anno più grande, è stato denunciato in stato di libertà per lo stesso reato. L’uomo arrestato è stato accompagnato in caserma per le formalità di rito e successivamente trattenuto nelle camere di sicurezza, a disposizione dell’autorità giudiziaria.