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Marano, scatta l’operazione Alto Impatto: centinaia di controlli e sequestri

Marano,– Prosegue senza sosta l’offensiva dello Stato contro l’illegalità diffusa nell’area nord di Napoli. Nella mattinata di ieri, il comune di Marano è stato teatro di un massiccio servizio straordinario di controllo del territorio, coordinato dalla Questura di Napoli.

Un’operazione “interforze” che ha visto scendere in campo un dispositivo imponente composto da Polizia di Stato (Squadra Mobile, Commissariati di Scampia e Giugliano-Villaricca), Carabinieri e Guardia di Finanza.

L’attività, supportata dal Reparto Prevenzione Crimine Campania, dall’Ufficio Prevenzione Generale e dalla Polizia Metropolitana, ha mirato a saturare le zone calde della città per aumentare la percezione di sicurezza tra i cittadini e contrastare i fenomeni criminali.

Il bilancio: sequestri e sanzioni a tappeto

I numeri dell’operazione restituiscono l’immagine di un setacciamento capillare. Durante il servizio sono state identificate 318 persone, con un focus particolare sui soggetti con precedenti. Particolarmente incisivo il lavoro sul fronte della circolazione stradale: gli agenti hanno infatti elevato 47 sanzioni per violazioni al Codice della Strada e disposto il sequestro di 11 veicoli, tra auto e motoveicoli non in regola.

Il monitoraggio non si è fermato ai posti di blocco stradali. Le perquisizioni e le ispezioni sul territorio hanno permesso di sottrarre al mercato illegale diverse sostanze stupefacenti, tra cui 16 grammi di hashish e 5 grammi di cocaina. Di rilievo anche il contrasto al contrabbando: i militari hanno infatti rinvenuto e sequestrato circa 11 chilogrammi di tabacchi lavorati esteri (TLE), pronti per essere immessi nel circuito della vendita clandestina.

Questi controlli rientrano in una strategia più ampia di presidio del territorio, volta a ripristinare la legalità in quadranti particolarmente sensibili dell’hinterland napoletano.

Referendum sulla giustizia: il voto che divide cittadini e magistratura

Referendum sulla giustizia: cambiare per difendere davvero i cittadini

Tra pochi giorni gli italiani saranno chiamati a votare su uno dei temi più delicati dello Stato: la giustizia. Non è la prima volta che accade, ma il clima che si respira oggi nel Paese appare diverso. Più teso, più personale, quasi emotivo.

Perché la sensazione che circola tra molti cittadini è piuttosto chiara: chi voterà “Sì” spesso lo farà perché ha avuto, direttamente o indirettamente, a che fare con la macchina giudiziaria. Non necessariamente come colpevole o imputato, ma come persona che ha visto da vicino quanto il sistema possa incidere nella vita reale.

Quando si entra nel mondo della giustizia si scopre una verità semplice ma spesso ignorata: la legge non è qualcosa di astratto. Non è solo un articolo di codice. È qualcosa che entra nelle case delle persone, nelle loro famiglie, nel loro lavoro, nella loro reputazione.

Ed è proprio per questo che chi applica la legge deve avere piena consapevolezza del peso delle proprie decisioni.

La legge non è una formula astratta

Una frase viene ripetuta spesso quando si discute di sentenze o processi: “la legge è legge”.
Una formula che sembra chiudere ogni discussione.

Ma la legge non vive nel vuoto. Vive dentro la società. Dentro le vite reali delle persone.

Quando un giudice firma una misura cautelare o una sentenza, non sta compiendo solo un atto tecnico. Sta entrando nella vita di qualcuno, determinando libertà, reputazione, lavoro, futuro.

Ed è qui che nasce la domanda che molti cittadini si pongono: tutti i magistrati sono davvero consapevoli di questa responsabilità?

Negli ultimi anni si è rafforzata la percezione che una parte della magistratura giudichi talvolta con eccessiva sicurezza, come se applicare la norma fosse un gesto puramente tecnico, quasi neutro, senza conseguenze umane.

Gli errori giudiziari e il peso delle conseguenze

Il problema non è discutere l’esistenza della giustizia. La giustizia è necessaria e indispensabile.
Il problema è capire come viene esercitata.

Negli ultimi anni non sono mancati casi di errori giudiziari clamorosi, persone innocenti che hanno trascorso anni in carcere prima di essere assolte.

E quasi sempre accade una cosa che lascia l’amaro in bocca: nessuno paga davvero per quell’errore.
Raramente si vedono responsabilità concrete.
Ancora più raramente arrivano scuse.

Il caso più emblematico resta quello di Enzo Tortora, arrestato e distrutto mediaticamente prima di essere assolto con formula piena. Una vicenda che ha segnato profondamente la coscienza del Paese.

Ma negli anni altri casi hanno mostrato quanto un errore giudiziario possa devastare la vita di una persona.

Perché quando la giustizia sbaglia, il danno non è teorico.
È reale.
È umano.
E spesso irreversibile.

Chi vota “No” e chi vota “Sì”

Dentro questo referendum si è creato uno spartiacque quasi sociologico.

Molti di quelli che voteranno “No” probabilmente non hanno mai avuto il disagio – per fortuna – di toccare con mano la magistratura e la giurisprudenza. Non hanno mai vissuto l’angoscia di un’indagine, la tensione di un processo, l’incertezza di una decisione che può cambiare la vita.

Chi vota “No” spesso immagina la giustizia come dovrebbe essere, quasi come in un mondo ideale. Un sistema perfetto, equilibrato, distante dai problemi concreti.

Una visione che somiglia un po’ a quella di chi non ha mai sperimentato davvero il peso del sistema giudiziario.

C’è poi un’altra motivazione possibile: la necessità di mantenere l’attuale assetto di potere. Difendere un equilibrio consolidato che non vuole essere messo in discussione.

Il peso di un processo

Chi invece ha avuto a che fare con la giustizia conosce bene un’altra verità: un processo non è solo un procedimento legale.

È un percorso logorante.

Un processo ha costi enormi:

  • fisici
  • psicologici
  • economici

Anni di attese, spese legali, stress personale, reputazioni sospese. Anche quando alla fine arriva un’assoluzione, spesso il danno umano è già stato fatto.

Ed è proprio questa esperienza concreta che spinge molti cittadini a chiedere un sistema più equilibrato e più responsabile.

Riformare per ricostruire la fiducia

Il referendum, in fondo, non riguarda la bontà o meno dei magistrati come individui.
La questione non è stabilire se i magistrati lavorino bene o male.

Il punto è un altro.

Il sistema ha bisogno di correttivi.

Tra questi c’è il tema della separazione delle carriere, ma anche l’introduzione di meccanismi che possano riportare l’equilibrio tra potere giudiziario e cittadini.

Negli ultimi anni troppi casi hanno incrinato il rapporto di fiducia tra magistratura e società. E quando la fiducia si rompe, il rischio è che a perdere credibilità sia l’intero sistema democratico.

Il nodo vero: responsabilità nel giudicare

Giudicare è una delle funzioni più delicate che esistano in uno Stato di diritto.

Non si tratta solo di applicare la legge.
Si tratta di farlo con prudenza, con responsabilità, con consapevolezza delle conseguenze.

Perché una sentenza può cambiare la vita di qualcuno.

E per questo solo prove solide, al di sopra di ogni ragionevole dubbio, dovrebbero guidare ogni decisione.

La giustizia non può permettersi leggerezze.

Ed è proprio qui che si gioca il senso più profondo di questo referendum:
decidere se il sistema debba restare com’è o se abbia bisogno del coraggio di cambiare per tornare ad essere davvero vicino ai cittadini.

Napoli, bloccato furgone in Tangenziale con quasi una tonnellata di scarti edili, denunciato 50enne

Napoli – Un normale pattugliamento sulla Tangenziale di Napoli si è trasformato nell’ennesimo intervento contro la filiera irregolare dello smaltimento materiali. Nei giorni scorsi, gli agenti della Sottosezione Polizia Stradale di Fuorigrotta hanno individuato e fermato un furgone che procedeva a fatica, visibilmente appesantito da un carico che superava di gran lunga la massa complessiva autorizzata per la marcia.

Alla guida del mezzo c’era un cinquantenne originario di Quarto. Durante il controllo documentale, la situazione è apparsa subito chiara: l’automobilista non è stato in grado di esibire agli agenti alcun documento di trasporto, né il formulario obbligatorio per l’identificazione dei materiali. L’uomo stava movimentando scarti derivanti da attività di demolizione e costruzione edile in totale spregio delle normative a tutela dell’ambiente.

Il peso della violazione e il sequestro

Per avere un quadro preciso dell’irregolarità, i poliziotti hanno scortato il veicolo alla pesa. Il responso non ha lasciato spazio a dubbi: il furgone trasportava un carico netto di rifiuti pari a 943 chilogrammi, un esubero significativo rispetto al limite di tolleranza previsto per quel tipo di autocarro.

Le pattuglie hanno quindi deciso di approfondire le verifiche, incrociando i dati con la Control Room dedicata al contrasto dei reati ambientali nella Terra dei Fuochi. Dagli accertamenti è emerso che il cinquantenne era completamente sconosciuto all’Albo Nazionale dei Gestori Ambientali, privo di qualsiasi requisito di legge per la gestione e lo spostamento di rifiuti speciali.

Per il trasgressore è scattata l’immediata denuncia a piede libero. Le conseguenze, però, non si sono limitate all’aspetto penale: la Polizia ha proceduto al ritiro immediato della patente di guida e della carta di circolazione, mentre l’autocarro e l’intero carico di inerti sono stati sottoposti a sequestro preventivo per impedire la reiterazione del reato.

Riardo, volpe intrappolata in un laccio d’acciaio: salvata dai carabinieri forestali

Una volpe rimasta intrappolata in un laccio d’acciaio utilizzato illegalmente per la cattura di animali selvatici è stata salvata grazie all’intervento dei carabinieri forestali. L’episodio si è verificato nella giornata di ieri, 10 marzo, in località via Monticello, nel territorio del comune di Riardo, nel Casertano.

A far scattare l’allarme è stata una segnalazione telefonica giunta ai militari del Nucleo Carabinieri Forestale di Pietramelara da parte delle guardie zoofile dell’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali), che avevano individuato l’animale bloccato in un cappio con nodo a scorrimento realizzato con una corda d’acciaio.

La volpe sedata e liberata

Giunti sul posto, i militari dell’Arma hanno accertato la presenza della volpe ancora viva ma immobilizzata dal congegno metallico. Per consentire il recupero dell’animale in condizioni di sicurezza è stato necessario richiedere l’intervento del personale veterinario dell’Asl di Caserta.

I veterinari hanno provveduto a sedare l’animale con un anestetico e successivamente a liberarlo dal laccio che lo teneva intrappolato. Dopo un primo controllo sanitario effettuato sul posto, e verificato che le condizioni della volpe non destavano particolari preoccupazioni, l’animale è stato rimesso in libertà nel suo habitat naturale.

Sequestrata la trappola illegale

Nel corso delle operazioni i carabinieri forestali hanno sequestrato il laccio in acciaio, lungo circa tre metri e mezzo e predisposto con cappio a nodo scorsoio. Si tratta di un dispositivo vietato dalla normativa sulla tutela della fauna selvatica, che proibisce l’utilizzo di lacci e trappole simili per la cattura degli animali.

Al momento non sono emersi elementi utili per risalire a chi abbia posizionato la trappola nelle campagne di Riardo. Dell’accaduto è stata informata l’Autorità giudiziaria competente, mentre proseguono gli accertamenti dei carabinieri forestali per individuare i responsabili.

Morte di Domenico, indagini sul ghiaccio e sulla qualità dell’acqua di Bolzano

Un viaggio delicatissimo, quello di un cuore destinato a salvare la vita di un bambino, ora al centro di un’inchiesta giudiziaria. È attorno a quel percorso — iniziato in una sala operatoria di Bolzano e concluso all’ospedale Monaldi di Napoli — che la Procura partenopea sta cercando di ricostruire cosa sia andato storto nella vicenda che ha portato alla morte del piccolo Domenico Caliendo.

Il bambino è deceduto dopo un trapianto di cuore eseguito il 23 dicembre 2025 nel centro specializzato dell’ospedale napoletano. Un intervento complesso, eseguito con un organo prelevato poche ore prima in Alto Adige. Ma qualcosa, secondo i primi accertamenti investigativi, potrebbe non aver funzionato nella catena di conservazione e trasporto del cuore.

Per questo la Procura di Napoli ha aperto un fascicolo per omicidio colposo in concorso. L’indagine è affidata ai carabinieri del Nas, che nelle ultime settimane stanno ascoltando numerosi sanitari e operatori coinvolti nelle diverse fasi della procedura: dal prelievo dell’organo fino al trapianto effettuato nel capoluogo campano.

Il prelievo a Bolzano

Il cuore destinato al piccolo Domenico era stato espiantato all’ospedale di Bolzano da un’équipe del Monaldi giunta appositamente in Alto Adige. Dopo l’intervento, l’organo era stato preparato per il trasferimento a Napoli, dove poche ore dopo sarebbe stato impiantato nel bambino.

È proprio questa fase — quella della conservazione e del trasporto — che oggi rappresenta uno dei punti più delicati dell’inchiesta.

Il nodo della conservazione dell’organo

Secondo quanto emerso dalle verifiche preliminari, il cuore sarebbe stato trasportato utilizzando ghiaccio secco, una sostanza che può raggiungere temperature fino a meno 80 gradi. Una modalità che differisce da quella tradizionalmente impiegata per la conservazione degli organi durante il trasporto.

L’organo, inoltre, sarebbe stato collocato all’interno di un contenitore frigorifero di vecchia generazione, ritenuto ormai non più conforme alle linee guida più aggiornate sul trasporto degli organi destinati ai trapianti.

Elementi tecnici che ora gli investigatori stanno valutando per capire se possano aver compromesso l’integrità del cuore prima dell’intervento.

Le testimonianze anonime e il sospetto sull’acqua

Negli ultimi giorni l’indagine ha registrato anche un nuovo filone di verifica. Alcune testimonianze anonime, raccolte nel corso di una trasmissione televisiva, hanno infatti sollevato dubbi sulla qualità dell’acqua utilizzata nell’ospedale di Bolzano per produrre il ghiaccio destinato alla conservazione dell’organo.

Secondo queste segnalazioni, l’acqua potrebbe essere stata di qualità scadente o addirittura contaminata. Un’ipotesi che, al momento, non ha trovato riscontri ufficiali ma che ha comunque spinto la Procura ad accendere un ulteriore faro su quel passaggio della procedura.

Le audizioni dei sanitari

Nel frattempo proseguono le audizioni delle persone informate sui fatti. I carabinieri del Nas stanno raccogliendo le testimonianze di medici, infermieri e operatori sanitari che il 23 dicembre erano presenti nelle sale operatorie coinvolte nell’espianto e nel trapianto.

Secondo quanto trapela dalle prime verifiche, le versioni fornite finora dai sanitari risultano sostanzialmente coincidenti e non avrebbero evidenziato contraddizioni significative nella ricostruzione degli eventi.

Gli accertamenti tecnici

L’inchiesta prosegue dunque su più livelli: da un lato la verifica delle procedure mediche adottate, dall’altro l’analisi delle modalità di conservazione e trasporto dell’organo.
L’obiettivo degli investigatori è stabilire se vi siano state eventuali irregolarità o errori nella gestione del cuore destinato al trapianto e se tali criticità possano aver avuto un ruolo determinante nella morte del piccolo paziente.

Un percorso investigativo complesso, che punta a chiarire ogni passaggio di una vicenda drammatica iniziata con una speranza di salvezza e conclusa con la morte di un bambino.

Napoli, paura in Piazza Plebiscito: si stacca una pietra dal colonnato

Napoli – Momenti di apprensione questo pomeriggio nel cuore di Napoli. Un frammento lapideo si è staccato dal monumentale colonnato della Basilica di San Francesco di Paola, piombando a terra sul lato delle rampe Paggeria.

Sul posto sono prontamente intervenuti i militari del Nucleo Radiomobile di Napoli per accertare l’entità del danno e monitorare la stabilità della struttura. Fortunatamente, al momento del distacco non transitavano pedoni nei pressi della colonna interessata: il bilancio non registra dunque alcun ferito.

Per garantire l’incolumità pubblica e permettere i rilievi tecnici, l’intera area è stata immediatamente messa in sicurezza. Al momento, il transito veicolare nel tratto adiacente è stato temporaneamente sospeso, con inevitabili ripercussioni sulla circolazione della zona. Resta da valutare l’entità dell’intervento di restauro necessario per ripristinare la piena stabilità del sito monumentale.

Maddaloni, dopo 38 anni di violenze, arriva la condanna: domiciliari per il «mostro di famiglia»

Maddaloni- Una vita di soprusi, violenze e paura durata quasi quattro decenni. Ieri sera, per un uomo di 62 anni di Maddaloni, è suonata la campanella della resa dei conti.

I Carabinieri della locale Stazione hanno eseguito un’ordinanza di detenzione domiciliare nei suoi confronti, emessa dall’Ufficio di Sorveglianza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che lo ha condannato in via definitiva a 3 anni e 2 mesi di reclusione per il reato di maltrattamenti in famiglia.

Un calvario iniziato nel 1986

Non si tratta di un episodio isolato, ma di una lunga scia di abusi che si è protratta per ben 38 anni. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, le condotte violente e persecutorie dell’uomo sarebbero iniziate nel lontano 1986 e si sarebbero concluse solo nel 2024. Un periodo lunghissimo durante il quale la vittima, o le vittime, hanno vissuto nell’incubo quotidiano all’interno delle mura domestiche.

La svolta e l’esecuzione della pena

Il provvedimento definitivo ha finalmente chiuso il cerchio giudiziario. I militari dell’Arma, dopo aver rintracciato il 62enne nella sua abitazione, lo hanno accompagnato in caserma per gli adempimenti di rito. Al termine delle formalità, per l’uomo si sono aperte le porte della detenzione domiciliare: sconterà la sua pena nella propria residenza, come stabilito dalla sentenza.

La tutela delle vittime, un impegno costante

L’operazione di ieri sera, pur nella sua ordinarietà per i Carabinieri, assume un significato profondo. Rappresenta l’epilogo di un dramma familiare lungo quasi quarant’anni e ribadisce l’importanza del lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura nel portare a giudizio i responsabili di reati gravi come i maltrattamenti in famiglia.

Dell’esecuzione del provvedimento è stata informata l’autorità giudiziaria competente, a conclusione di un’attività che mira a garantire giustizia e a tutelare chi è più vulnerabile.

Prosciolto in appello 72enne pluripregiudicato di Montesarchio per furto aggravato e danneggiamento

Napoli – La Corte d’Appello di Napoli ha assolto in via definitiva – con sentenza di non doversi procedere – P.I., 72enne pluripregiudicato residente a Montesarchio in provincia di Benevento, difeso dall’avvocato Vittorio Fucci.

L’uomo era imputato per furto aggravato di attrezzi agricoli e danneggiamento, commessi in concorso con un complice non meglio identificato nel provvedimento.Secondo la ricostruzione accusatoria, i due si sarebbero introdotti in un terreno privato nel comune di San Giorgio La Molara (Benevento), caricando su un autocarro vari attrezzi agricoli per poi darsi alla fuga in direzione di Pietrelcina.

Durante la fuga, i malviventi avrebbero tamponato con manovra repentina l’autovettura della vittima – che li aveva notati e inseguiti – per far perdere le tracce.L’identificazione degli autori sarebbe avvenuta senza dubbi grazie a un riconoscimento fotografico effettuato presso la stazione Carabinieri di San Giorgio La Molara.In primo grado il Tribunale di Benevento aveva inflitto a P.I. una condanna a 9 mesi di reclusione.

La Corte d’Appello di Napoli ha invece riformato la decisione, dichiarando non doversi procedere nei suoi confronti.La sentenza chiude il procedimento in secondo grado a favore dell’imputato, che vanta un passato giudiziario con numerosi precedenti penali.

Il proscioglimento potrebbe essere legato a motivi processuali (prescrizione del reato, vizi di notifica o altre cause estintive), anche se il testo della pronuncia non specifica la motivazione esatta.Il caso evidenzia ancora una volta la complessità dei reati predatori in area beneventana, spesso legati a furti di mezzi e attrezzature agricole in zone rurali.

Femminicidio a Messina, assassino era ai domiciliari ma senza braccialetto perché non disponibile

Messina – È stata uccisa con decine di coltellate nella sua casa. La vittima è Daniela Zinnanti, 50 anni, assassinata nell’abitazione di via Lombardia, nel quartiere Lombardo di Messina. Per il delitto la polizia ha fermato l’ex compagno, Santino Bonfiglio, 67 anni, che durante l’interrogatorio avrebbe confessato.

Secondo quanto emerso dalle prime indagini della Squadra mobile, l’uomo si sarebbe recato a casa della donna per un chiarimento. Tra i due sarebbe scoppiata una lite degenerata in una violenta aggressione culminata nel femminicidio.

La scoperta del cadavere

A fare la tragica scoperta è stata la figlia della vittima. Non riuscendo a contattare la madre, la donna è andata a cercarla a casa trovandola ormai senza vita. Alla vista del corpo ha avuto un malore ed è stata trasportata in ospedale.
Gli investigatori ritengono che l’omicidio possa essere avvenuto già il giorno precedente rispetto al ritrovamento del cadavere.

Il fermo dell’ex compagno

Le indagini della polizia si sono subito concentrate su Santino Bonfiglio, ex compagno della vittima. L’uomo è stato interrogato alla presenza del suo legale, l’avvocato Oleg Traclò, e avrebbe ammesso le proprie responsabilità raccontando di essersi presentato dalla donna per parlare e tentare un riavvicinamento.
Dopo il fermo è stato trasferito in carcere con l’accusa di omicidio.

Il coltello ritrovato vicino all’abitazione

Gli agenti della Squadra mobile hanno recuperato anche l’arma del delitto: un coltello trovato in un cassonetto poco distante dall’appartamento della vittima. Con quell’arma la donna sarebbe stata colpita ripetutamente.

Una relazione segnata da violenze

La relazione tra i due era da tempo tormentata. In passato Daniela Zinnanti aveva denunciato l’ex compagno per maltrattamenti, salvo poi ritirare la querela.
Circa un mese fa, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’uomo l’avrebbe nuovamente aggredita, tanto da costringerla a ricorrere alle cure dell’ospedale Piemonte. Dopo quell’episodio la donna aveva deciso di denunciarlo di nuovo e di interrompere definitivamente il rapporto.

Il nodo del braccialetto elettronico

Bonfiglio era stato arrestato e posto agli arresti domiciliari dopo l’ultima aggressione. Il giudice aveva disposto anche l’applicazione del braccialetto elettronico, che però non sarebbe stato installato per indisponibilità dei dispositivi.
Una circostanza che ora entra nell’inchiesta sull’ennesimo femminicidio.

La rabbia della famiglia

Il fratello della vittima, Roberto Zinnanti, parla di una storia fatta di violenze e continui ritorni insieme.
«Aveva denunciato, ma il sistema non funziona», ha detto, denunciando il fallimento delle misure di protezione. «Siamo disperati».

Delfino accompagna il pescatore all’alba: spettacolo nelle acque di Miseno

Pozzuoli – Un incontro inatteso nel silenzio dell’alba, tra le acque calme dei Campi Flegrei.
Questa mattina il pescatore puteolano Nello Lungo ha immortalato con il cellulare un delfino che per alcuni minuti ha accompagnato la sua imbarcazione mentre si dirigeva al lavoro al largo di Miseno.

La scena è stata ripresa proprio alle prime luci del giorno, quando il mare era ancora immobile e il traffico di barche quasi assente.

Il delfino che “scorta” la barca

Nel video il cetaceo affiora più volte dall’acqua, nuotando accanto alla barca e mantenendo la stessa direzione dell’imbarcazione.
Il delfino emerge con movimenti rapidi ed eleganti, per poi tornare sotto la superficie e riapparire poco dopo a pochi metri dallo scafo, quasi a fare da guida lungo il tragitto.

Un’apparizione improvvisa che ha sorpreso lo stesso pescatore, abituato alla vita di mare ma non a incontri così ravvicinati.

Avvistamenti sempre più frequenti nel Golfo

Negli ultimi anni la presenza di delfini nel Golfo di Napoli è diventata sempre più comune. Non è raro che questi animali vengano avvistati nelle acque dei Campi Flegrei o lungo la costa flegrea, spesso attirati dalla ricchezza di pesce e dalle condizioni favorevoli del mare.

Il video che conquista i social

Il filmato realizzato da Nello Lungo sta già facendo il giro dei social tra pescatori e appassionati del mare.
Le immagini mostrano il delfino emergere con eleganza accanto alla barca che scivola lentamente sull’acqua immobile del mattino.

Uno spettacolo naturale che ha trasformato una normale giornata di lavoro in mare in un momento raro e suggestivo, regalando ai Campi Flegrei un’altra piccola storia di mare da raccontare

Forio d’Ischia in lutto: stroncato da infarto muore il consigliere Renato Regine

Forio d’Ischia – Un infarto improvviso ha stroncato la vita di Renato Regine, consigliere comunale di Forio e figura storica della sanità privata isolana. La notizia si è diffusa in poche ore tra le strade dell’isola, seminando cordoglio e incredulità tra residenti, colleghi e pazienti.Regine, 70 anni, originario di Forio, è deceduto nelle scorse ore a causa del malore fatale.

Medico radiologo di lunga esperienza, era da decenni anima e motore dell’Ecorad, il centro di diagnostica per immagini che ha contribuito in modo decisivo a elevare gli standard sanitari privati sull’isola d’Ischia. Da quasi quarant’anni la struttura da lui guidata offre tecnologie avanzate e servizi di qualità a migliaia di pazienti, diventando un vero punto di riferimento per l’intero territorio.

Parallelamente alla professione medica, Regine ha dedicato molti anni all’impegno politico-amministrativo. In Consiglio comunale rappresentava da tempo una voce autorevole e ascoltata, caratterizzata da grande capacità di dialogo, attenzione ai problemi concreti del territorio e senso di responsabilità civica.

La sua scomparsa lascia un vuoto non solo tra i banchi dell’aula consiliare: al suo posto subentrerà l’avvocato Laura Avvantaggiato.La comunità di Forio piange oggi non solo un amministratore, ma un uomo che ha saputo coniugare professionalità, innovazione e radicamento nel proprio paese. Il cordoglio è unanime: dall’amministrazione comunale ai semplici cittadini, tutti riconoscono in Regine una figura che ha lasciato un segno profondo nella vita sociale, sanitaria e civile dell’isola.

Luca Mascolo eletto presidente di ANEA: il vice sindaco di Agerola alla guida dei 84 enti d’ambito italiani

Roma– L’assemblea nazionale di ANEA, l’Associazione Nazionale degli Enti d’Ambito che riunisce 84 enti di governo del servizio idrico e dei rifiuti, ha eletto oggi all’unanimità Luca Mascolo come nuovo presidente.

Il manager e amministratore pubblico campano, presidente dell’Ente Idrico Campano dal 2017, succede a Leonardo Raito e sarà affiancato dal vicepresidente Paolo Galgani. Il mandato copre il quadriennio 2026–2030.

Una carriera costruita sull’acqua e sul territorio

Nato ad Agerola nel 1961, Mascolo è docente e amministratore pubblico con oltre trent’anni di esperienza istituzionale. È stato sindaco di Agerola dal 2011 al 2021 e attualmente ricopre anche il ruolo di vicesindaco del comune del Parco dei Monti Lattari.

Alla guida dell’Ente Idrico Campano, Mascolo ha gestito oltre un miliardo di euro di fondi europei e nazionali per potenziare i servizi idrici regionali. Tra le operazioni più significative del suo mandato figura il coordinamento del risanamento ambientale del fiume Sarno, intervento che ha consentito il ritorno alla balneabilità della costa vesuviana dopo decenni di inquinamento.

Il programma: governance, norme e competenze

Nel discorso di insediamento Mascolo ha tracciato con chiarezza il paradigma che orienterà il quadriennio: rafforzare la governance dei servizi ambientali, completare il quadro normativo del settore e investire nelle competenze tecniche e amministrative degli enti.

«Per troppo tempo un settore che gestisce miliardi di investimenti strategici per il Paese ha operato dentro cornici istituzionali incomplete o ambigue», ha dichiarato il neopresidente. «Se vogliamo garantire servizi efficienti, sostenibili e di qualità, dobbiamo rafforzare il livello di governo in cui la regolazione diventa programmazione, investimenti e risultati concreti».

Tra le priorità indicate: il pieno riconoscimento degli enti di governo d’ambito (EGATO) come snodo strategico tra Stato, regolazione nazionale e territori; il rafforzamento del secondo livello di regolazione, quello territoriale; e il potenziamento dell’ANEA Academy attraverso collaborazioni con il mondo accademico. «Governance chiara, competenze solide, comunicazione trasparente e una comunità istituzionale coesa sono la condizione per garantire servizi ambientali moderni e sostenibili», ha concluso.

Il passaggio di consegne con Raito

Il presidente uscente Leonardo Raito, che ha guidato ANEA negli ultimi due anni, ha tracciato un bilancio positivo del mandato. Tra i risultati ottenuti, Raito ha citato il riconoscimento della personalità giuridica dell’associazione, la promozione di modelli di economia circolare, la nascita dell’ANEA Academy e l’avvio di un percorso verso un testo unico su acqua e rifiuti con un ruolo centrale degli EGATO.

«La nuova dirigenza proseguirà nel rafforzamento di questo percorso», ha assicurato Raito in chiusura, sottolineando come l’obiettivo principale del suo mandato sia stato consolidare il peso istituzionale di ANEA nel panorama dei servizi pubblici italiani. Mascolo, dal canto suo, ha ricordato la visione originaria dell’associazione: «Ventidue anni fa ANEA nasceva dalla convinzione che i servizi pubblici ambientali non potessero essere governati senza un livello d’ambito forte, competente, responsabile. Quella convinzione oggi è diventata realtà operativa».

Anziana operata alla rotula, ma il gesso resta oltre i tempi: la denuncia di Borrelli (Avs)

La paziente è un’anziana vedova residente a Pozzuoli, caduta in casa a gennaio e rimasta con una frattura scomposta della rotula destra. Ricoverata nel reparto di ortopedia dell’ospedale Santa Maria delle Grazie, è stata sottoposta il 30 gennaio a un’operazione di riduzione e osteosintesi con esito ritenuto positivo.

Alla dimissione i medici hanno disposto l’immobilizzazione con doccia gessata femoro‑podalica e indicato chiaramente che la rimozione dell’immobilizzazione andasse effettuata entro circa 30 giorni, con successivo controllo ortopedico.

Una “odissea” per togliere il gesso

Secondo quanto raccontato dalla figlia, però, la procedura è diventata un vero e proprio percorso a ostacoli. La famiglia dispone di un’impegnativa con priorità e di una prescrizione specifica per la rimozione del gesso, ma al Cup riceve notizie inaspettate.

«Quando andiamo al Cup ci dicono che la prima data disponibile è addirittura a giugno», spiega la figlia. «Sono passati oltre 40 giorni dall’intervento e mia madre è ancora immobilizzata. Ha dolori e problemi alla gamba e nessuno sembra preoccuparsene. Ci mandano avanti e indietro senza una soluzione».

La famiglia precisa di non potersi permettere una visita privata e denuncia di aver provato più volte a far presente la situazione anche ai medici ortopedici, senza ottenere risposte.

Borrelli: “Inaccettabile attendere mesi per una prestazione urgente”

Sulla vicenda è intervenuto il deputato di Avs Francesco Emilio Borrelli, che ha raccolto la segnalazione della figlia della donna. «È inaccettabile», afferma, «che una paziente operata debba aspettare mesi per una prestazione che i medici stessi indicano come necessaria entro 30 giorni».

«Chiederemo immediatamente chiarimenti all’Asl e alla direzione sanitaria affinché venga garantita subito la rimozione del gesso e il corretto percorso di cura», conclude Borrelli, sottolineando la gravità di una situazione che mette a rischio la salute e la convivenza di una persona anziana.

Manfredi smorza polemiche su Da Vinci: «La canzone per il referendum? Separiamo la musica dalla politica»

Napoli – “Sono solo canzonette”, cantava Edoardo Bennato. E proprio a questa celebre citazione si affida il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, per spegnere sul nascere le polemiche che hanno sfiorato Sal Da Vinci nelle ultime ore.

L’occasione per fare chiarezza è stata la cerimonia di conferimento della medaglia della città all’artista partenopeo, reduce dal trionfo all’ultimo Festival di Sanremo. Al centro del dibattito ci sono le recenti indiscrezioni giornalistiche secondo cui il brano vincitore, “Per sempre sì”, potrebbe essere scelto come colonna sonora per sostenere la campagna a favore del “sì” al prossimo referendum sulla giustizia.

Una prospettiva che ha inevitabilmente acceso la discussione politica, spingendo il primo cittadino a tracciare un confine netto tra l’espressione artistica e la strumentalizzazione elettorale. “C’è libertà di espressione, per cui ognuno dice e pensa quello che vuole”, ha sottolineato Manfredi rispondendo alle domande dei cronisti. “Noi dobbiamo però tenere separata quella che è una canzone da quelle che sono interpretazioni politiche e sociali che lasciano il tempo che trovano”.

L’invito del sindaco è dunque quello di concentrarsi esclusivamente sul valore artistico del pezzo, senza sovraccaricare di significati ulteriori un brano nato con intenti ben diversi. “Pensiamo alla musica e al messaggio positivo che Sal lancia”, ha concluso Manfredi. “Parlare d’amore significa anche parlare di una cosa positiva in un momento così complesso e difficile come quello che stiamo vivendo”.

Pompei, il volto della tragedia: i calchi delle vittime in mostra permanente alla Palestra Grande

Pompei – Non sono solo reperti archeologici, ma frammenti di umanità interrotta. Da oggi, la Palestra Grande degli scavi di Pompei ospita un “memoriale” destinato a restare impresso nella memoria dei visitatori: un’esposizione permanente che raccoglie 22 calchi in gesso, riproduzioni fedeli degli abitanti sorpresi dalla furia del Vesuvio nel 79 dopo Cristo.

Il percorso è stato inaugurato ufficialmente questa mattina dal Direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel, alla presenza del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli.

L’ultimo respiro di una città

L’allestimento permette di guardare dritto negli occhi l’orrore di quei momenti. Grazie alla storica tecnica dei calchi — ottenuti colando il gesso nei vuoti lasciati dai corpi ormai decomposti sotto la coltre di cenere — le vittime riemergono nel loro ultimo, disperato atteggiamento.

Ci sono donne accovacciate nel tentativo di farsi piccole, bambini stretti tra le braccia dei genitori e uomini distesi, con le membra scomposte o le mani premute sul volto per proteggersi dai gas tossici e dal calore. Un “fermo immagine” di dolore che restituisce la dimensione individuale di una catastrofe collettiva.

Un memoriale tra archeologia e commozione

Per la prima volta, queste figure non sono esposte come elementi isolati, ma compongono un percorso organico e permanente. «È il modo per guardare in faccia quella tragedia e percepire la paura di chi cercò, inutilmente, di salvarsi», spiegano gli organizzatori. Oltre alle drammatiche silhouette umane, l’allestimento offre uno spaccato della vita quotidiana interrotta: in mostra si trovano anche i cibi dell’epoca, anch’essi carbonizzati e conservati dal tempo, che offrono un contrasto stridente tra la normalità di un pasto e l’eccezionalità della fine.

Tensioni sul fronte delle guide

L’inaugurazione avviene però in un clima di parziale tensione sindacale. Le guide turistiche hanno infatti manifestato le proprie perplessità, inviando una diffida al Direttore Zuchtriegel. Al centro della polemica, la richiesta che i tour all’interno del sito e delle nuove esposizioni siano affidati esclusivamente a personale abilitato, a tutela della qualità della narrazione storica e della professionalità della categoria, evitando che la gestione dei flussi possa andare a discapito delle competenze certificate.

Benzina, sfondato il muro dei 2 euro in autostrada

Roma – La mazzetta del carburante continua a colpire gli automobilisti italiani, con un rincaro che in autostrada assume i contorni di una stangata. Secondo l’analisi odierna dell’Unione Nazionale Consumatori, la benzina in modalità self service ha superato quota 1,9 euro al litro sulla rete autostradale, un incremento che non trova giustificazione nell’andamento delle materie prime.

Il paradosso del prezzo: petrolio giù, pompe su

«È incredibile che, nonostante il calo di ieri dei prezzi del petrolio, in nessuna regione italiana o nella rete autostradale ci sia stato un ribasso dei prezzi alla pompa», denuncia Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. «Si tratta dell’ennesima dimostrazione che c’è una speculazione galoppante e che nessuno sta facendo qualcosa per bloccarla».

Il paradosso è evidente: mentre le quotazioni internazionali del greggio mostrano un trend in discesa, i listini italiani restano ancorati a valori elevati, con un effetto “tenaglia” sulle tasche dei cittadini.

Rincari record sulla rete autostradale

A pesare come un macigno sono i dati pubblicati oggi dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), che fotografano una situazione di forte tensione proprio laddove il consumatore è più “prigioniero”: le autostrade.

Benzina self service: il prezzo medio schizza a 1,902 euro al litro, con un balzo di 1,6 centesimi rispetto a ieri (quando era a 1,866 euro).
Gasolio self service: la stangata è ancora più pesante, con un incremento di 2,7 centesimi che porta la media a 2,093 euro al litro, ben oltre la soglia psicologica dei due euro.
Unc: «Dati regionali inaffidabili, ma la speculazione è palese»

L’analisi dell’Unc, però, si scontra con una difficoltà tecnica. «Purtroppo, i dati delle medie regionali del Mimit continuano a presentare anomalie: ieri per l’Abruzzo, oggi per la Campania», spiega Dona. «Questo ci impedisce di stilare la tradizionale classifica delle regioni più care. Ma al di là degli errori tecnici, il dato politico è chiaro: nessuno, oggi, ha abbassato i prezzi. La doppia velocità tra listini alla pompa e costo del greggio non è mai stata affrontata e risolta».

La ricetta: taglio delle accise fino a 20 cent

Di fronte a questa escalation, l’Unione Nazionale Consumatori rilancia con forza la propria proposta già avanzata nei giorni scorsi, aggiornandola all’emergenza attuale. La richiesta al Governo è di un intervento immediato sulle accise.

«La nostra richiesta di ridurre le accise di almeno 10 centesimi oggi resta valida solo per la benzina», precisa Dona. «Per il gasolio, in deroga all’allineamento chiesto dall’Ue, serve un taglio ben più corposo, di almeno 20 centesimi al litro. Solo così si potrebbe riportare il prezzo a livelli alti ma tollerabili».

I numeri della “svolta”

L’istituto di consulenza fa anche i calcoli su come cambierebbero i listini con un intervento di questa portata.

In autostrada: grazie al taglio di 20 cent più l’Iva al 22%, il gasolio scenderebbe dagli attuali 2,093 euro a 1,849 euro al litro. Una cifra ancora significativa, ma inferiore alla media mensile Mase dell’ottobre 2023 (1,890 euro).

Sulla rete ordinaria: l’effetto sarebbe ancora più marcato. Sebbene l’anomalia dei dati Mimit impedisca un calcolo preciso, l’Unc stima che il prezzo del gasolio scenderebbe sotto 1,77 euro al litro, attestandosi al di sotto della media mensile del Mase dell’aprile 2024 (1,798 euro).

«Siamo di fronte a una speculazione che non può più essere tollerata. Il Governo ha gli strumenti per intervenire e deve farlo subito, prima che i rincari mettano in ginocchio famiglie e imprese», conclude Dona.

Furto di farmaci oncologici nel Sannio, un arresto nel Napoletano: colpo da 280mila euro

Benevento – Un arresto nel Napoletano per il furto di farmaci oncologici e salvavita messo a segno nella notte del 3 gennaio 2023 nella farmacia territoriale dell’Asl di Benevento, all’interno dell’ospedale di Sant’Agata de’ Goti. L’uomo, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe agito in concorso con altri componenti di un gruppo ritenuto specializzato nei colpi ai danni delle farmacie ospedaliere.

L’operazione è stata eseguita dai carabinieri del Comando provinciale di Benevento nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura sannita. Per gli inquirenti, l’arrestato è gravemente indiziato del delitto aggravato di furto di medicinali ad altissimo costo, successivamente destinati alla rivendita sul mercato nero.

Il colpo nella farmacia dell’ospedale

Secondo quanto emerso, la banda sarebbe entrata in azione nella struttura sanitaria di Sant’Agata de’ Goti dopo aver forzato l’accesso allo stabile. Gli investigatori ricostruiscono che i malviventi avrebbero prima divelto la grata di ferro posta a protezione di una finestra esterna, quindi forzato l’infisso del bagno riuscendo così a introdursi nei locali della farmacia.

Una volta all’interno, il gruppo avrebbe svuotato tre frigoriferi, portando via tutti i farmaci custoditi, in particolare medicinali destinati alla cura di patologie oncologiche e malattie rare. Il valore complessivo della refurtiva è stato stimato intorno ai 280mila euro.

Il sistema della banda e il mercato nero

Le indagini hanno consentito di delineare, secondo l’accusa, l’esistenza di un gruppo dedito in maniera sistematica ai furti di farmaci ad alto costo in diverse regioni d’Italia. Un’attività criminale che avrebbe provocato danni ingenti al Servizio sanitario nazionale, sottraendo medicinali fondamentali per pazienti affetti da gravi patologie.

Il gruppo, riferisce la Procura di Benevento, avrebbe agito seguendo un modus operandi ormai consolidato. Prima dei colpi venivano eseguiti sopralluoghi tecnici per studiare i sistemi di difesa delle farmacie ospedaliere; poi le telecamere venivano neutralizzate con scatole di cartone, i sensori d’allarme schermati con vaschette di alluminio e i cavi delle linee telefoniche recisi prima di forzare gli accessi con piedi di porco e altri strumenti da scasso.

Per le comunicazioni operative, gli indagati avrebbero utilizzato utenze dedicate, i cosiddetti “telefoni citofono”, intestati a prestanome e impiegati esclusivamente per l’organizzazione dei furti.

Il coordinamento tra procure

Un passaggio ritenuto decisivo dagli inquirenti è stato il coordinamento investigativo con la Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Proprio questa sinergia, si legge nella nota della Procura, avrebbe consentito di documentare la convergenza di interessi criminali e di rafforzare il quadro indiziario nei confronti di più soggetti coinvolti nell’inchiesta.

L’indagine resta aperta e punta ora a chiarire ulteriori responsabilità e ramificazioni del gruppo, ritenuto attivo nel traffico illecito di farmaci salvavita sottratti alle strutture pubbliche.

Linea 6, orario prolungato fino alle 21.30: accordo nella notte tra Anm e sindacati

Napoli – Dal 23 marzo la Linea 6 della metropolitana di Napoli resterà in funzione più a lungo. L’orario di esercizio sarà infatti esteso fino alle 21.30 nei giorni feriali.

L’intesa è stata raggiunta nella notte tra l’Azienda napoletana mobilità e le organizzazioni sindacali, come annunciato dall’assessore comunale alle Infrastrutture, Edoardo Cosenza.

«Ci siamo – ha spiegato Cosenza – questa notte è stato siglato l’accordo tra Anm e i sindacati. Da lunedì 23 marzo, o comunque appena arriverà il via libera da Ansfisa, la Linea 6 prolungherà l’orario di servizio fino alle 21.30».

Oggi chiude alle 15.30

Attualmente la linea termina il servizio nel primo pomeriggio, alle 15.30, una limitazione legata alla disponibilità dei convogli in circolazione.

«È il massimo che si può fare con i treni attuali – ha aggiunto l’assessore – ma stiamo lavorando intensamente per mettere in esercizio i nuovi convogli».

L’allungamento dell’orario rappresenta quindi una prima tappa verso il pieno utilizzo dell’infrastruttura, che nei prossimi mesi dovrebbe vedere ulteriori miglioramenti.

Nuovi treni entro fine anno

Secondo il cronoprogramma indicato dal Comune, i primi nuovi treni destinati alla Linea 6 dovrebbero entrare in servizio entro la fine dell’anno, consentendo un ulteriore potenziamento della frequenza e degli orari.

Cosenza ha voluto ringraziare sia l’azienda di trasporto sia le organizzazioni sindacali per l’accordo raggiunto: «Un grazie per l’enorme sforzo organizzativo di Anm e ai sindacati che hanno aderito a questo nuovo avanzamento».

Il peso di Anm nel trasporto regionale

Nel commentare la novità, l’assessore ha ricordato anche i numeri del trasporto pubblico cittadino.

«L’Azienda napoletana mobilità – ha sottolineato – con i suoi 100 milioni di passeggeri all’anno e circa il 40% del trasporto pubblico giornaliero in Campania è sempre più un punto di riferimento a livello nazionale.

Lo sapevate che Pomigliano d’Arco ha la forma di un aereo?

Pomigliano d’Arco, cittadina di circa 40.000 abitanti in provincia di Napoli e uno dei principali poli industriali del Sud Italia, nasconde una curiosità urbanistica davvero singolare: Pomigliano d’Arco forma aereo non è solo uno slogan da social, ma un richiamo storico a un progetto urbanistico unico nel suo genere.

La città e il suo progetto “aereo”: quando urbanistica e visione si incontrano

La storia urbana di Pomigliano d’Arco è profondamente legata al suo sviluppo industriale. Negli anni ’30, con la nascita dello stabilimento aeronautico Alfa Romeo Avio, parte dell’ambizioso progetto di industrializzazione dell’Italia meridionale, fu concepito un disegno urbano che oggi alcuni osservatori associano alla silhouette di un aeroplano.

Secondo diversi studi storici e fonti locali, nel 1939 l’architetto Alessandro Cairoli lavorò alla realizzazione di una cittadella industriale e residenziale in cui la pianta urbana assumeva proporzioni e direzioni tali da ricordare, dall’alto, un aeroplano. Sebbene il progetto originale sia stato in gran parte compromesso dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, l’idea di Pomigliano d’Arco forma aereo resta una suggestione urbanistica legata alla storia industriale della città e alla sua vocazione tecnologica.

Dal passato industriale al presente urbano

Oggi Pomigliano d’Arco è conosciuta soprattutto per la sua rilevanza industriale. Qui si trovano stabilimenti storici legati ad Alfa Romeo e, più recentemente, a gruppi come Stellantis e Avio Aero, realtà impegnate nella produzione automobilistica e aeronautica moderna.

La storia dell’insediamento industriale iniziò con la creazione di un grande centro aeronautico, tra i più importanti d’Europa prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, grazie all’impegno dell’ingegnere Ugo Gobbato e all’architetto Cairoli. Anche se la guerra e il successivo sviluppo urbano hanno trasformato profondamente il territorio, la leggenda della città a forma di aeroplano rimane radicata nella cultura locale e nei racconti storici.

Ma Pomigliano non è solo memoria: la città sta vivendo nuove trasformazioni urbanistiche. Recentemente sono stati approvati piani urbanistici che puntano su sostenibilità ambientale, aree verdi e mobilità alternativa, segnando un’evoluzione moderna rispetto alla struttura storica del territorio.

Pomigliano oggi: tra mobilità sostenibile e identità industriale

Oltre alla storia e alle curiosità urbanistiche, Pomigliano d’Arco si trova oggi al centro di nuovi progetti urbani. Tra questi spiccano interventi per migliorare la mobilità cittadina e collegare meglio il territorio alle infrastrutture di trasporto nazionali, come la stazione ad alta velocità di Afragola, tramite arterie sostenibili e servizi pubblici ecologici.

In parallelo, iniziative di riqualificazione urbana e piani di sviluppo socio-economico cercano di coniugare il ruolo storico della città come centro industriale con obiettivi di qualità della vita per i cittadini e attenzione all’ambiente.

Infine, nel tessuto culturale locale emergono memorie e simboli che richiamano la vocazione aeronautica di Pomigliano d’Arco, come installazioni di velivoli storici in spazi pubblici, che sottolineano il legame tra identità cittadina e storia industriale.

Pomigliano d’Arco: lo sapevi che la città ha la forma di un aereo?

Pomigliano d’Arco vista dall’alto nasconde una curiosità sorprendente: la sua pianta urbana richiama la forma di un aereo. Storia, industria e urbanistica.

Pomigliano d’Arco

Pomigliano d’Arco forma aereo

Casal di Principe, controlli ambientali dei carabinieri: sequestrate due aree, denunciato un imprenditore

Due aree sequestrate e un imprenditore denunciato per una lunga serie di reati ambientali e urbanistici. È il bilancio di un controllo effettuato dai carabinieri della stazione di Casal di Principe nell’ambito delle attività di contrasto agli illeciti contro l’ambiente.

Al centro delle verifiche una società operante nel settore della produzione e commercializzazione di materiali edili, tra cui il cemento. Al termine degli accertamenti i militari dell’Arma hanno deferito in stato di libertà un 28enne del posto, amministratore unico dell’azienda.

Le contestazioni riguardano diversi illeciti, tra cui lo scarico non autorizzato di acque reflue industriali, l’abbandono e il deposito incontrollato di rifiuti sul suolo e nelle acque, la gestione irregolare di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi e le emissioni in atmosfera prive delle necessarie autorizzazioni. A queste si aggiungono anche violazioni di natura edilizia e il cambio illecito della destinazione d’uso di un terreno agricolo trasformato in area industriale.

Nel corso dell’ispezione i carabinieri hanno individuato, all’interno di una prima area recintata, un’attività illegale di tritovagliatura e un vasto deposito di rifiuti. Tra i materiali rinvenuti figuravano residui ferrosi, pneumatici, oli esausti, componenti meccaniche provenienti da auto e camion e fanghi mescolati a materiali inerti e breccia, utilizzati per ricoprire parte del piazzale.

Ulteriori verifiche hanno portato alla scoperta di un secondo sito, poco distante e non recintato, dove erano stati accumulati altri rifiuti. In questo caso i militari hanno trovato pezzi meccanici di veicoli, lamiere, tubazioni, rottami ferrosi e diversi cumuli di materiali di risulta utilizzati anche per la produzione di calcestruzzo.

Le due aree risultavano inoltre interessate dalla realizzazione di strutture abusive su terreni accatastati come agricoli e situati in una zona sottoposta a vincolo idrogeologico nei pressi dei Regi Lagni. Al termine dell’operazione i carabinieri hanno disposto il sequestro penale di entrambe le aree, mentre per l’imprenditore è scattata la denuncia.