

Nicola Gratteri
Napoli. -Il contrasto ai traffici illeciti all’interno delle carceri e la polemica sugli arretrati riconosciuti ai magistrati. Sono i due temi sui quali è intervenuto il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, a margine della conferenza stampa dedicata a un’importante operazione contro il traffico di droga organizzato da detenuti appartenenti a sette clan, soprattutto nei reparti di Alta sicurezza degli istituti penitenziari di Siracusa e Milano-Opera.
Il magistrato ha difeso la sperimentazione dei jammer nel carcere di Secondigliano, contestato le proteste dei residenti per i presunti disagi alla telefonia e indicato nuove possibili strategie per impedire l’ingresso di sostanze stupefacenti e dispositivi elettronici nelle strutture detentive. Sul fronte economico, ha invece respinto quella che considera una rappresentazione fuorviante delle somme spettanti ai magistrati per gli adeguamenti retributivi maturati negli ultimi anni.
«Da dieci anni chiedevo questa positiva sperimentazione dell’uso dei jammer in carcere e finalmente è andata a buon fine. Adesso ci saranno altre sperimentazioni in altre carceri». Così Gratteri ha commentato l’impiego dei dispositivi elettronici destinati a inibire le comunicazioni non autorizzate all’interno degli istituti penitenziari.
I jammer sono strumenti che interferiscono con i segnali di comunicazione, rendendo più difficile l’utilizzo illecito dei telefoni cellulari introdotti fraudolentemente nelle celle. Un sistema che punta a impedire ai detenuti di continuare a gestire attività criminali dall’interno delle strutture detentive, mantenendo i contatti con l’esterno.
La questione assume particolare rilievo alla luce dell’inchiesta illustrata durante la conferenza stampa, che ha portato a nove misure cautelari e ha fatto emergere un traffico di droga organizzato attraverso l’utilizzo dei cellulari da parte di detenuti riconducibili a sette clan.
Il procuratore è intervenuto anche sulle proteste dei cittadini che vivono nei pressi del carcere di Secondigliano, dove erano stati segnalati presunti problemi alle comunicazioni telefoniche nelle abitazioni private in concomitanza con l’utilizzo dei jammer.
«Fuori dal carcere dicevano che i telefoni non funzionavano», ha riferito Gratteri, spiegando che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva effettuato le verifiche del caso.
«Noi abbiamo disattivato il jammer, ma le proteste sono proseguite lo stesso», ha aggiunto il magistrato, che ha definito strumentali le contestazioni. «Con questo giochino abbiamo interrotto questa strumentalizzazione», ha concluso.
Le dichiarazioni del procuratore si inseriscono nel confronto sull’efficacia delle misure di sicurezza adottate negli istituti penitenziari e sulla necessità di conciliare il contrasto alle comunicazioni illecite con l’assenza di interferenze nei servizi utilizzati dalla popolazione residente.
Tra le strategie allo studio per contrastare l’ingresso di materiale proibito nelle carceri c’è anche l’installazione di reti da pesca, una soluzione pensata per ostacolare le consegne effettuate con i droni.
«Si sta pensando di utilizzare le reti da pesca», ha spiegato Gratteri, evidenziando come alcuni velivoli senza pilota operino a notevole altezza e calino droga e telefoni cellulari all’interno delle strutture attraverso un filo.
Le reti potrebbero impedire il completamento delle consegne, intrappolando il materiale trasportato prima che raggiunga la destinazione. «Tutto ciò che viene calato resta impigliato», ha osservato il procuratore, illustrando il principio alla base della possibile contromisura.
L’obiettivo è rafforzare i controlli e rendere più difficile l’utilizzo delle tecnologie per alimentare i traffici illeciti dietro le sbarre. Gratteri ha però sottolineato il ritardo accumulato nell’adozione di strumenti adeguati: «Siamo però in ritardo di dieci anni».
Nel corso degli stessi incontri con la stampa, il procuratore di Napoli ha affrontato anche la discussione sulle somme riconosciute ai magistrati a titolo di arretrati per gli adeguamenti retributivi maturati negli ultimi tre anni.
«Si tratta solo di un adeguamento, dovuto per legge, di arretrati e non di aumento di stipendio», ha affermato Gratteri, definendo la questione «una cosa scontata e tranquilla» che, a suo giudizio, viene invece «fatta passare come uno scandalo».
Il magistrato ha richiamato i ricorsi presentati al Tar e successivamente al Consiglio di Stato, che avrebbero riconosciuto le ragioni dei magistrati, contestando le cifre circolate nel dibattito pubblico.
«È fuorviante parlare di 100mila euro a testa», ha dichiarato, precisando che, nel suo caso, in vista della pensione, la somma spettante sarebbe di circa 13mila euro, mentre per i magistrati con pochi anni di servizio si aggirerebbe intorno ai 5mila euro.
Gratteri ha inoltre ricordato che una parte consistente degli importi viene trattenuta dal fisco, con un’incidenza che, secondo quanto riferito dal procuratore, supera il 42-43 per cento.
Nel suo intervento, il capo della Procura di Napoli ha espresso sorpresa per la ricostruzione giornalistica delle somme complessivamente riconosciute alla categoria.
«Ci ha meravigliato molto l’articolo del Sole 24 Ore, un giornale così serio e autorevole, che parla di un milione di euro», ha dichiarato, ribadendo la distinzione tra un aumento retributivo e il pagamento di arretrati maturati in base ai meccanismi previsti per il pubblico impiego.
La posizione di Gratteri è dunque che le somme non rappresentino un nuovo incremento degli stipendi, ma il riconoscimento di importi arretrati legati agli adeguamenti maturati nel tempo e riconosciuti attraverso le procedure previste dall’ordinamento.
Due questioni differenti, quelle affrontate dal procuratore: da una parte la necessità di rafforzare la sicurezza penitenziaria e impedire che le organizzazioni criminali continuino a operare attraverso telefoni e droni; dall’altra il confronto pubblico sulla retribuzione dei magistrati, sul quale Gratteri chiede di distinguere tra aumenti salariali e somme arretrate dovute per legge.
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