

Le mazzette nelle buste
Il sistema collaudato dei fratelli Salzillo per blindare i subappalti e aggirare i collaudi: bonifici per case in montagna, orologi di lusso Cartier, yacht a Capri e bustarelle da migliaia di euro in contanti. Ma l’indagine scava anche nell’ombra della filiera e fotografa la tragedia dei 34 operai costretti a turni massacranti fino a venti ore al giorno nelle gallerie irpine.
A cinquantotto chilometri orari di progresso e miliardi di euro di investimenti, il futuro viaggia veloce sui binari dell’Alta Velocità Napoli-Bari. Ma sotto il cemento armato delle gallerie e i documenti patinati dei cronoprogrammi finanziati anche con i fondi del Pnrr, il sottosuolo giudiziario restituisce un’immagine opposta: opaca, famelica, soffocata dagli interessi incrociati di una filiera che ha svuotato di senso il concetto stesso di controllo pubblico.
Venti misure cautelari eseguite dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli, coordinate dalla Procura partenopea — con i magistrati in prima linea e il pm Henry John Woodcock — tracciano la mappa di un sistema tentacolare. Al centro c’è la saldatura spregiudicata tra imprenditori senza scrupoli e pubblici ufficiali pronti, secondo l’accusa del gip Federica Girardi, a barattare la propria funzione in cambio di regalie, auto di lusso, bonifici bancari e mazzette contanti.
I capitoli dell’inchiesta
Le carte dell’ordinanza giudiziaria aprono una finestra impietosa sulla gestione dei rapporti tra la Areco e i funzionari tecnici preposti ai controlli. Corsie preferenziali nei pagamenti, soffiate sulle offerte concorrenti e la possibilità contabile di far passare per eseguite opere mai realizzate.
Al centro delle conversazioni intercettate ci sono i fratelli Dante e Raffaele Salzillo, che parlano senza filtri dei loro interlocutori istituzionali. La spregiudicatezza emerge netta nelle intercettazioni ambientali e telefoniche:
“Quello è un mangione, prende soldi da tutte le parti”, dicono i Salzillo parlando di Alessio De Luca, direttore del Nacav.
E alla domanda sul flusso di denaro: “Tu glieli hai dati?”, la risposta secca non lascia spazio a dubbi: “Uhhh” (nel senso di aivoglia, ndr).
Non solo denaro contante. Il tariffario della corruzione si compone di un mosaico variopinto di utilità: dai 18.300 euro staccati con bonifico per l’acquisto di una quota di un appartamento a Roccaraso in favore di Vincenzo Moriello, fino alla busta con 5.000 euro consegnata da Dante Salzillo ad Aristodemo Busillo (legale rappresentante di Hirpinia Av), che al telefono commenta lapidario:
“Cà s’è pigliata a mazzetta”.
E ancora: mini crociere in yacht a Capri, un orologio Cartier da 7.900 euro, automobili di lusso, un trattore tagliaerba da 3.722 euro, un iPhone e regali natalizi strutturati come veri e propri budget aziendali: box con 10.000 euro destinati a un direttore tecnico e 4.000 a un addetto agli acquisti, seguiti nel dicembre successivo dalla consegna di cinque orologi di lusso per un valore complessivo di 19.900 euro.
Il marcio non si limita alla corruzione amministrativa, ma penetra nella sicurezza strutturale dell’infrastruttura ferroviaria. Dai carotaggi effettuati in Irpinia emerge l’utilizzo di calcestruzzo depotenziato fornito dal Gruppo Marinelli, un espediente per tagliare i costi sui materiali compromettendo la tenuta dell’opera.
Sul versante ambientale, a Grottaminarda, la Gentile Ambiente adotta una linea di condotta criminale per lo smaltimento dei detriti di scavo. Il materiale estratto dalle gallerie, contaminato da tracce di amianto, viene sistematicamente declassificato attraverso codici truffaldini per farlo passare come rifiuto ordinario e non pericoloso:
“Smaltisci tutto e vai avanti”, è l’ordine cinico impartito direttamente in cantiere.
Tra le pieghe dell’inchiesta spunta la realtà più disumana e drammatica, gestita dall’egiziano Ali Salah Ali Abdelati. Trentaquattro operai egiziani, in gran parte clandestini, venivano sfruttati in condizioni di assoluta semischiavitù.
Costretti a turni massacranti fino a venti ore al giorno all’interno delle gallerie, venivano ammassati in sistemazioni di fortuna, ruderi di campagna privi di ogni dignità igienico-sanitaria. Lavoratori descritti dagli inquirenti come «trattati come carcerati», mentre l’intermediario accumulava profitti illeciti per mezzo milione di euro all’anno calpestando i diritti fondamentali della persona.
L’indagine allarga il proprio raggio d’azione toccando anche il comparto nautico e le pieghe fiscali, con la posizione di Antonio Amato — amministratore della Nauticamato e presidente dei Giovani Imprenditori dell’Unione Industriali di Napoli — indagato per un presunto giro di fatture false legate alla compravendita dell’imbarcazione “Italiamarine 38”, ipotesi rispetto alla quale l’interessato ha respinto fermamente ogni addebito.
Emergono inoltre contatti tra alcuni operatori della filiera e soggetti ritenuti vicini al clan camorristico dei Belforte di Marcianise, sebbene il giudice non abbia riconosciuto l’aggravante mafiosa.
L’Alta Velocità continua a correre verso il traguardo della modernità, ma l’inchiesta giudiziaria dimostra quanto sia urgente bonificare i cantieri dai veleni di un sistema che anteppone il profitto illecito alla legalità e alla sicurezza collettiva.
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